lunedì 16 ottobre 2017

OMICIDIO DI VIA CARCANO: QUALI STRUMENTALIZZAZIONI ASPETTARSI?

Ormai tutti avrete letto della tragedia avvenuta domenica mattina al Barattolo: il “mercato di libero scambio” che dopo infinite polemiche ha trovato la sua sede nei pressi del Parco Colletta è stato teatro di un omicidio compiuto alle 7,30 del mattino in seguito ad un banale alterco.
Un mercato che nacque parecchi anni fa nei pressi del Balon su iniziativa del compianto Domenico Carpanini, partendo dalla proposta di Ilda Curti: ne deve essere passata parecchio di acqua sotto i ponti, anzi sotto il Canale Molassi (prima sede storica del mercatino) dato che ora alcuni esponenti del PD torinese sono tra i principali osteggiatori dell’altrimenti detto suk.

Non si è fatta certo mancare la immediata strumentalizzazione “democratica”, che attraverso il Presidente di Circoscrizione e i suoi rappresentanti deve sgomitare per ricavare il proprio spazio in mezzo alle destre più o meno democratiche del Paese, che sfruttano la nazionalità nigeriana dell’omicida per urlare “ai Boldrini della situazione” (Cit. Renato Farina, “Libero”) che non vogliamo farci invadere. Non si è fatto mancare neanche lo striscione di CasaPound contro il mercato che accoglie perlopiù immigrati di varie nazionalità, per la ovvia ragione che sono proprio gli extracomunitari la popolazione più colpita dal disagio di vivere ai margini della società.

Nel frattempo, la riunione in Prefettura si è conclusa con la decisione di sospendere per due settimane Barattolo in Via Carcano: un'altra volta la Sindaca si fa governare dalle "opposizioni democratiche", stavolta sospinte da pruriti xenofobi. Il nostro auspicio è che tutte le forze di buon senso sappiano andare oltre la formula NIMBY (Non nel mio cortile) per far spostare “altrove” il mercato di libero scambio e che tutti sappiano tornare, compreso chi oggi ha un ruolo di opposizione e vuole sfruttare elettoralmente ogni accaduto cittadino, allo spirito solidale che ha animato la nascita nel 2003 di questa esperienza.

Oggi pomeriggio la Giunta riferirà in Consiglio Comunale (chissà se per l’occasione la Sala Rossa potrà fregiarsi della presenza della Sindaca o sarà l' Assessore Marco Alessandro Giusta a riferire insieme all' Assessore Finardi responsabile della Sicurezza), con l’annunciata richiesta da parte del capogruppo Pd Stefano Lo Russo.
Facciamo pressione affinché lo spirito di accoglienza prevalga sull'istinto di solleticare le smanie razziste di troppi concittadini.
Certo, quanto accaduto è grave, gravissimo e con questi riflettori addosso emergeranno tutte le possibili lacune, noi ci aspettiamo che questo accada perché non si ripetano mai più.

Ma non usiamo un episodio che sarebbe potuto accadere ovunque come pretesto per raccogliere un facile consenso.

TORINO, E SE IL DESIGN FOSSE IL RISCATTO DELLA CITTÀ?

Qual è la "vision" della attuale Giunta Chiara Appendino? Questa è la domanda che gira nei dibattiti della settimana, dai quotidiani mainstream al sottobosco alternativo.
La risposta al momento è semplice: la stessa delle precedenti Giunte! Come rispondere diversamente quando negli stessi giorni la nostra città ospita "TORINO DESIGN OF THE CITY", progetto direttamente della Città di Torino in collaborazione con "Fondazione per la Cultura" e "Turismo Torino"?

Le parole sono importanti, per cui andiamo ad analizzarle: "Rigenerazione culturale"? Presente!
"RIGENERAZIONE URBANA"? Cel' abbiamo!
"Stakeholder di un ecosistema"? Abbondano!

Sembra di stare ad ascoltare quei rappresentanti culturali del vecchio Sistema Torino che tanto abbiamo perculato su queste pagine: vince, a scimmiottamento dei modelli passati, il "DESIGN THINKING" di PIAZZA MONTALE alle Vallette, come strumento di rilancio del quartiere.
Magari insieme alle LUCI D'ARTISTA che partiranno a novembre "finalmente anche nelle periferie! E' la prima volta!": dovrebbero fare attenzione i "social media qualcosa" di Chiara, o forse dovrebbe essere lei in prima persona a cominciare a interrogarsi. "le parole sono importanti", e cazzo se sono importanti quando usi le stesse parole chiave e gli stessi concetti che hai combattuto: non è la prima volta che le luci d'artista vanno in periferia (già successe nel 1999, come documentato su alcuni post su Facebook da alcuni attivisti del PD) e no, non saranno le lucine a cambiare il mondo.

Quindi ricapitoliamo: lucine e design alle Vallette? Is that the NEW VISION? E dire che noi nel rilancio delle periferie avevamo immaginato case per gli sfrattati, qualche attività commerciale (infatti tutti felici per il supermarket nuovo di pacca, e ne comprendiamo benissimo le ragioni) e sì, anche quel tagliare l' erba e coprire le buche che diventano questioni dirimenti quando vivi in un quartiere che si sente abbandonato dalla Politica.
Ci spiace molto, ma non basta aggiungere "partecipazione attiva dei cittadini" nella descrizione del progetto di rigenerazione di Via Paolo Sacchi per sembrare alternativi al modello precedente.
Chiudiamo con quella che sarebbe dovuta essere una premessa: ovviamente nulla in contrario verso design, fashion e tutte queste figate. Il design fa parte del gioco cittadino? Ce ne faremo una ragione.
Ma se venite a propugnarlo come chiave di sviluppo della città e delle sue perif

erie, forse c'è qualcosa dei vostri messaggi passati che ci è sfuggito.

( Questo il link all'articolo condiviso dalla Sindaca su Linkedin:
http://www.elledecor.it/news/torino-design-of-the-city-2017 )

mercoledì 4 ottobre 2017

"O PEPERONE, PORTAMI VIA": Bella Ciao a Carmagnola tra rimozioni, rovescismi, benaltrismi


Amici Sistemisti, ricordate lo scorso 10 settembre?
Antefatto: Carmagnola, in provincia di Torino, una scena particolare ed abbastanza grave relativa all'opportunità di esprimere liberamente una serie di brani della tradizione popolare da parte del CoroMoro. Pubblichiamo di seguito un interessante approfondimento della vicenda, cogliendo l'occasione per invitare tutti all'evento del 6 ottobre a Carmagnola organizzato dall' Anpi con, ca va sans dire, il CoroMoro ospite d'eccezione:
  
Dal palco del Festival di Sanremo del 2011 a quello della Sagra del Peperone di Carmagnola del 2017, Bella Ciao è il termometro del rapporto tra politica, cultura popolare e memoria storica nell’ Italia contemporanea. Sei anni fa gli organizzatori del Festival proposero di includere nel programma la canzone simbolo della liberazione partigiana e nota in tutto il mondo.
A patto però che fosse eseguita anche Giovinezza, inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista, simbolo della repressione violenta e dell’oppressione culturale di un regime che vietava di canticchiare per strada canzoni considerate ostili. Questa maldestra invocazione di par condicio tra anti-fascismo e fascismo, che in quel modo avrebbero ottenuto uguale visibilità e, implicitamente, equiparata dignità storica nel 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, fu causa di vivaci polemiche. I vertici della RAI decisero così di cancellare entrambe le esibizioni. La TV di stato passò da una “ipocrita equidistanza” a un comodo e altrettanto ipocrita ripiego, ciò che lo storico Giacomo Lichtner ha efficacemente definito la “più politica delle apatie a-politiche”. Sempre nel 2011 e proprio a Carmagnola, vi fu un caso di censura verso Bella Ciao: l’allora sindaco di centrodestra, Gianluigi Surra, la tolse di proposito nientemeno che dalla cerimonia cittadina per il 25 aprile, scatenando la reazione spontanea di un nutrito gruppo di persone che la cantò ugualmente.
Esibizione del Coromoro, foto presa dalla loro pagina Facebook

Sei anni dopo, Bella Ciao a Carmagnola è di nuovo motivo di censura e abuso politico della storia. Riepiloghiamo velocemente i fatti. La sera del 10 settembre il CoroMoro è invitato a cantare nella serata conclusiva della Sagra del Peperone, evento di punta nel panorama annuale della cittadina con un discreto seguito di pubblico in Piemonte. Il CoroMoro è composto da giovani residenti in Val di Lanzo, tre italiani e sette africani richiedenti asilo, uniti spontaneamente in un progetto di integrazione e musica popolare. Il repertorio del coro è composto di canti principalmente in lingua piemontese, oltre che in italiano, in occitano e in testi della tradizione africana. Un repertorio che da sempre include Bella Ciao, non solo per l’attinenza con la tradizione popolare ma anche perché molti membri del gruppo, scappati da dittature e oppressioni, la sentono e riconoscono come propria.
Ma il comune di Carmagnola si mette di traverso. Il vicesindaco Vincenzo Inglese prima domanda al CoroMoro di visionare la scaletta dei pezzi in programma, e poi chiede esplicitamente di “NON CANTARE BELLA CIAO”, perché “non accettato da alcuni membri dell’amministrazione” di centrodestra (composta da Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e una lista civica). La richiesta è fermamente respinta dal coro, che quindi rinuncia a tenere il concerto. A quel punto l’amministrazione comunale scongiura il gruppo di “non dare notizia dell’accaduto”, in cambio offre di confermare il pagamento della serata. Una proposta altrettanto respinta dal Coromoro, che decide anzi di diffondere l’accaduto alla stampa.

La notizia è prontamente rilanciata da tutte le principali testate e TV nazionali, con grande circolazione sui social network e attenzioni anche all’estero (la radio pubblica francese France Inter ne ha fatto un servizio), causando la rapida e indignata presa di posizione dell’ ANPI locale e diverse realtà della società civile, che stanno organizzando delle contro-iniziative sul territorio per le prossime settimane. Avviene un tipico “effetto Streisand”, fenomeno mediatico in cui un tentativo di censura ottiene il risultato contrario, cioè una diffusione molto più ampia di ciò che si vuole nascondere. Si noti che il Comune di Carmagnola, a ormai più di dieci giorni di distanza dai fatti, non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale, né alcun commento (e dunque nessuna smentita) ai media, se si eccettuano i pretesti di circostanza e poco plausibili forniti all’edizione locale de La Stampa dalla sindaca Ivana Gaveglio (“Si sono accavallati gli eventi, […] il concerto è stato annullato a malincuore”, “Magari non era la canzone giusta per la fiera”, senza suggerire una valida alternativa. Forse pensava a questa? O questa?). In seguito si verrà a scoprire un altro clamoroso episodio avvenuto qualche giorno prima nella stessa sagra. Dal Comune di Carmagnola era partito un “rimprovero” verso un altro gruppo di musica popolare locale, i Kachupa, “colpevoli” di avere suonato Bella Ciao nell’esibizione del 2 settembre e i cui membri raccontano a La Stampa: “Abbiamo ricevuto una telefonata dal Sindaco che ci chiedeva se fosse stata una provocazione”.

1. Tra censure e rimozioni

Da questa vicenda emerge da subito un primo, immediato ed elementare spunto di riflessione: la scarsa trasparenza e la pochezza politica di un’amministrazione municipale che, pur di proteggere il quieto vivere di paese e la propria pigrizia mentale, rinuncia persino a spiegare ufficialmente e in pubblico i più profondi e sinceri motivi di avversione per una canzone (e ce ne sono, eccome: vedi i punti successivi). Le osservazioni dell’amministrazione sull’ “inadattabilità” di Bella Ciao con la sagra locale (un argomento che insulta l’autonomia e l’intelligenza dei musicisti e degli spettatori) sono un atteggiamento perfettamente in linea con il clima sociale-culturale dominante. Un clima che esalta distacco, disimpegno e rimozione di qualunque infinitesimale traccia di complessità, di riferimenti alla storia, alla partecipazione e al pensiero collettivo. Se questi si manifestano, parte la generica accusa di “politicizzare”, ormai una delle accuse più infamanti in Italia, spesso legata a quella di pesantezza intellettuale. In questo senso, gli eventi della piccola Carmagnola (piccola relativamente, trattandosi pur sempre di un comune di 30.000 abitanti) sono la spia del declino della politica sul territorio. I comuni hanno sempre meno risorse e un ceto politico sempre più impreparato e conservatore, arroccato ai propri piccoli interessi, che mostra sudditanza verso il basso dei mormorii del paese e verso l’alto dei dirigenti di partito regionali e nazionali.

2. L’ossessione contro Bella Ciao, tra rovescismo e benaltrismo

Il secondo punto concerne, più specificamente, il rapporto tra politica e storia. La destra italiana ha un accanimento patologico contro Bella Ciao, sintomo dell’offensiva revisionista anti-partigiana che prosegue, con molta efficacia, da almeno venticinque anni. Anzi, come lo storico Angelo D’Orsi scrisse già nel 2006, più che di revisionismo bisogna parlare di rovescismo, inteso come tendenza a “rovesciare pregiudizialmente le conoscenze acquisite, partendo dal presupposto che quello che abbiamo appreso finora siano ‘bugie’”, e puntando così a capovolgere l’interpretazione sugli eventi del 1943-’45 in Italia. Il capo del rovescismo è naturalmente Giampaolo Pansa, autore di libri privi del minimo fondamento di ricerca archivistica, di metodo storiografico e di riferimenti bibliografici. La destra ama riversare i cliché del repertorio rovescista contro Bella Ciao, vista come canzone “rossa”, “di parte”, “ideologica”, “di banditi”, eccetera. Curiosamente, l’immaginario trasmesso da Bella Ciao contraddice tutto ciò. Nel testo non vi sono evocazioni esplicite di simboli e ideali come negli altri grandi inni della resistenza, ma si evoca un più ampio concetto di libertà. Come ha analizzato Stefano Pivato, è solo dagli anni Sessanta che Bella Ciao si afferma come espressione di “unità di intenti” sulla resistenza, proprio perché meno militante e più trasversale, capace di acquisire una dimensione autenticamente popolare, un consenso esteso nel tempo e nella società, in città e campagna, al nord e al sud. È per questo che Bella Ciao irrita tanto la destra: perché rompe lo schema rovescista della liberazione come guerra tra due fazioni contrapposte e prive di appoggio popolare.

Va detto che l’insofferenza per la memoria storica della resistenza non proviene solo da destra. È un atteggiamento assecondato (e qualche volta rilanciato) da fette importanti di centrosinistra, in particolare nella sua fase neo-renziana, come dimostra la lunga e ben documentata inchiesta di Wu Ming sugli inquietanti rapporti tra Casapound e il Partito Democratico nel territorio italiano. Il distacco dalla resistenza è parte fondante del Movimento 5 stelle, che tende ad approcciarsi alla storia (non solo rispetto alla II guerra mondiale) in termini di “ideologie superate” e, soprattutto, di benaltrismo: i problemi reali sono sempre
ben altri; il passato confonde, impiccia, è complessità da cui rifuggire.
Nel 2011, quando a Carmagnola avvenne il primo caso di censura verso Bella Ciao, la sezione locale del M5S intervenne sul proprio blog ufficiale con un comunicato da manuale del benaltrismo, con il repertorio completo: la captatio benevolentiae iniziale (non-sono-fascista-ma), la sfilza dei problemi reali di Carmagnola (primo tra tutti la congiuntura della crisi internazionale, notoriamente in cima all’agenda di una giunta municipale) e naturalmente la fatidica frase sui “problemi reali”, preceduta dalla captatio malevolentiae contro Bella Ciao (alla-gente-non-gliene-frega-nulla-di). Non risultano reazioni negli ultimi giorni, né il trend nazionale del M5S fa pensare che abbiano una posizione molto diversa da allora.
Quando è forzato ad affrontare la storia, il M5S sfoggia la presunzione di neutralismo, di equidistanza, di rappresentare una comunità indistinta e indivisibile. Se nella visione del presente ci deve essere qualche pur ambigua stratificazione (la casta, i corrotti, ecc.), nel passato invece tutti diventano uguali, come alla commemorazione dell’8 settembre scorso a Torino,  quando l’Assessore allo Sport di Torino Roberto Finardi ricordò i morti della Decima Mas tra lo sconcerto delle associazioni partigiane. Come nel 2013 scriveva su Giap il giornalista Giuliano Santoro, Beppe Grillo ha presentato il M5S come una realtà agnostica rispetto alla resistenza, definendolo non-fascista, ma mai esplicitamente anti-fascista, perché quest’ultima definizione implicherebbe il riconoscimento di “una storia passata, un’eredità culturale, uno schieramento. Ma se ciò avvenisse, in qualche misura il passato smetterebbe di essere una pappa omogeneizzata da modellare a proprio uso e consumo […] per costruire una narrazione del tutto estranea a ogni dimensione concreta della storia”.
E infatti ecco che dalla pappa della storia, il M5S sta rimodellando l’immaginario neo-borbonico in sud Italia. Ecco che chi afferma di volersi tenere fuori dalla storia perché “pesante” e “lontana dai problemi reali”, prima o poi cerca di usarla a proprio piacimento e beneficio.
Benaltrismo e rovescismo provengono dallo stesso clima sociale e culturale, che permette a menzogne ripetute di diventare opinioni diffuse e senso comune. 

3. “È arrivato l’invasor”. Migrazioni, tradizione, resistenza

L’ultimo spunto di analisi è quello “migrante”, offerto dal principale protagonista della vicenda, il CoroMoro, un gruppo musicale che mette clamorosamente in discussione le categorie di identità e tradizione così come vengono interpretate e imposte da alcuni attori politici. Un gruppo di ragazzi africani rifugiati che reinterpreta di propria iniziativa canzoni della tradizione popolare in lingua piemontese, occitana e italiana mette in difficoltà la retorica di destra. Il discorso del “Devono imparare la nostra cultura”, messo davanti a un esempio concreto di integrazione spontanea getta subito la maschera e si trasforma in “Non sono degni di imparare la nostra cultura”. Certo, è vero che nella vicenda della Sagra del Peperone non vi è alcun elemento che suggerisca qualche nesso tra la sopravvenuta censura da parte del comune e l’origine straniera di molti dei membri del gruppo. Resta comunque degno di nota che sin dai primi commenti sui gruppi Facebook locali, diversi sostenitori del centrodestra esprimevano disagio per la situazione ( “Perché gente di colore viene a cantare le nostre canzoni?”, “È come se scimmiottassimo le loro danze”, “Povera patria”, e cose di questo genere). Quando però il caso raggiunge la ribalta nazionale, ecco che la combinazione tra revisionismo anti-partigiano, razzismo e complottismo (“Li hanno indottrinati apposta!”) si esprime in tutta la sua completezza. A lanciare l’amo per primo è, manco a dirlo, Matteo Salvini che il 13 settembre ha rilancia sul proprio profilo Facebook il video dell’esibizione del CoroMoro al programma Agorà di Rai 3, con il commento “Da Bello Figo a Bella Ciao, nuovi kompagni crescono!”, scatenando il canonico repertorio di reazioni rovesciste e razziste. L’amo è rilanciato dalla sezione di Fratelli d’Italia di Nichelino, che il 17 settembre prova, senza successo, a contestare il concerto del CoroMoro a Torino, con uno striscione che riporta la frase della canzone “Ho trovato l’invasor” e rivolta esplicitamente contro i migranti.
È però interessante che una buona dose di commenti sui post di Salvini e di Agorà, pur di giustificare il proprio disprezzo per i migranti e suscitare il senso dell’invasione, riabilita persino la resistenza in senso nazionalista, contraddicendo così il discorso tipico della Lega sulla memoria: “I partigiani si rivoltano nella tomba”, “loro ci difendevano dai nemici”, “Così si offende la gente che ha dato propria vita”. Un discorso che, pur con qualche paletto in più, è rilanciato da Elena Donazzan, assessora veneta all’istruzione in quota Forza Italia e neofascista conclamata. Ospite della stessa puntata di Agorà, subito dopo l’esibizione dei CoroMoro, Donazzan afferma che “I partigiani combatterono, in modi che non approvo ma combatterono, nel proprio paese contro qualcosa che ritenevano ingiusto. I richiedenti asilo invece lasciano il proprio paese” (È sempre curioso che questo disprezzo per l’emigrazione provenga dai discepoli di una persona che scappò all’estero per evitare il servizio militare).
Se da una parte questa diffusa reazione testimonia l’enorme confusione di riferimenti tra i sostenitori della nuova-vecchia destra, dall’altra getta l’ennesima luce inquietante sulla pervasività del discorso razzista che prova ad appropriarsi di qualunque cosa, persino della resistenza partigiana, pur di mettergli sopra una patina di nazionalismo e di superiorità etnico-morale che giustifichi l’odio per i deboli e i poveri.

“Cose dei tempi nostri: pazienza!”

In conclusione, la vicenda di Bella Ciao a Carmagnola mostra le diverse miserie politiche, gli enormi danni lasciati dal “rovescismo”, e fa appena intuire le enorme difficoltà che tutti gli attori coinvolti (associazioni, insegnanti, ricercatori, artisti) devono affrontare sul territorio per ridare dignità e interesse alla storia. Occorrono nuovi modi per avvicinare le persone alla storia, come suggeriva Angelo D’Orsi in una riflessione diretta principalmente agli studenti e alla scuola, e che tuttavia andrebbe estesa e rilanciata ai mezzi d’informazione, alle istituzioni culturali e alle associazioni locali, soprattutto quelle che agiscono in provincia, lontano dai grandi centri urbani a cui, purtroppo, si limitano spesso i progetti più innovativi. “Senza inventare nulla di clamoroso, [facciamo] loro scoprire i fatti, rendendoli magari protagonisti. Facciamo conoscere loro le biografie dei personaggi – eroi e canaglie, resistenti e zona grigia – del nostro recente passato. Una storia appresa e narrata da loro, a partire dai documenti. Una storia creativa, nelle forme, ma fedele alla verità, nella sostanza”. E senza timore di rivelare punti critici, debolezze, difetti: come mi è stato detto una volta, racconti troppo enfatici ed eroici non solo stridono con la verità, ma rischiano di disumanizzare la figura dei partigiani, allontanandoli dalla percezione comune.

                                                             
                                                              Alfredo Sasso, ricercatore di Storia contemporanea

martedì 3 ottobre 2017

LA MAGGIORANZA VUOLE VENDERE, L’OPPOSIZIONE DIFENDE L’INTERESSE PUBBLICO: LO SCHEMA E' SERVITO!

Se esiste qualcosa di più consolidato del bilancio cittadino, è lo schema che la discussione in Consiglio Comunale sulle Partecipate ha assunto in questi ultimi anni: se si dava per scontato che l’allora opposizione pentastellata (ovvero Vittorio Vb Bertola e Chiara Appendino) nel 2013 si stracciasse le vesti per la cessione di quote di Società partecipate dal Comune di Torino, meno ci saremmo aspettati l’opposizione PD che strumentalmente cita la strategicità di alcune posizioni in funzioni del, udite udite, interesse pubblico.
Ma se questo può essere considerato un trascurabile gioco politico fine a se stesso, molte più ripercussioni sul futuro dei cittadini ha la decisione maturata stanotte dopo un tour de force di discussione durata molteplici ore: il piano di dismissione delle proprie società partecipate, al cui interno spiccano il CAAT (CENTRO AGRO-ALIMENTARE TORINO) e SAGAT, ovvero Aeroporto di Caselle e tutto ciò che ne consegue in termini di strategie cittadine.

Nel caso di CAAT l’Assessore Rolando si è “giustificato” affermando che la dismissione del 5% per il 2018 riduce la partecipazione pubblica con l'auspicio che i privati possano dare una impronta più MANAGERIALE della struttura: oh bella, la rivoluzione pentastellata consiste in una spinta nella direzione della commistione pubblico-privata, perché “PRIVATO IS BETTER”? Peccato perché Sistema Torino ha più volte politicamente perculato questa visione dell’allora Assessore Stefano Lo Russo (mentre oggi il suo sodale Enzo Lavolta difende l’interesse pubblico, ma vabbè ben vengano le folgorazioni sulla via delle partecipate).
Bene ha fatto però Lavolta a citare il dietrofront rispetto al passato della allora Consigliera oggi Sindaca, ma ancor meglio ha fatto a citare in Aula il rischio che una volta risolto ed estinto il mutuo contratto dalla CAAT, non si scelga di svendere una Società ora in salute e con i conti (quasi) a posto.
Non è che si vuol fare un favore a un privato subentrante? Mancava solo si citasse “il Sistema Torino che non esiste” poi il Pd aveva completato il nostro lavoro!

Si scherza ovviamente, ma il disorientamento nell’ascoltare il Consiglio ultimo era parecchio: non cambia la solfa nella discussione su SAGAT data l’ovvia importanza di un aeroporto in una città che continua ad abbracciare le magnifiche sorti e progressive dell’approccio turistico. La risposta dei consiglieri di maggioranza è ambivalente: da un lato si cita la competenza regionale in materia, dall’ altra, mancando di originalità, si “ricorda” all’opposizione il debito strutturale presente nel Bilancio 2015 della Città di Torino.

Per quel che riguarda le altre società partecipate rintranti nel piano (2I3T e I3P, gli inubatori di Università e Politecnico, Ceipiemonte, Environment Park, Finpiemonte, Ipla, la società Ceva Garessio Albenga spa, l’Agenzia di Pollenzo, la Banca popolare Etica, la Finanziaria centrale del latte, Finpiemonte partecipazioni.) inutile dire che le opposte visioni ricalcano uno schema più volte provato e riprovato nella scorsa legislatura: secondo il rappresentante al momento regnante, riguardano quote pressoché inutili che non spostano di una virgola l’assetto cittadino, dall’altro si contesta la svendita di pezzi altamente strategici per l’economia della città (quanto gli incubatori di startup stiano producendo un futuro roseo per le nostre generazioni è perlomeno dubbio, ma non vogliamo aprire altre parentesi infinite).

Dulcis in fundo, resta fuori dalla discussione il pezzo più ghiotto, quello realmente riguardante il Sistema Torino che esiste, resiste e persiste, ovvero IREN, se non attraverso FSU (che detiene il 33,3% del capitale sottoscritto e versato di Iren spa). Tralasciando il fatto che non si capisce come si faccia a giudicare non necessaria la partecipazione alla Centrale del latte (terzo produttore italiano, come ricorda Eleonora Artesio in Aula).

Per quanto gli attori si scambino i ruoli e non manchino gli show in Sala Rossa, il finale rimane triste: si dismettono quote di partecipate, si perdono possibilità di influire sugli interessi pubblici con il solo scopo di “aggiustare i conti”, di “fare cassa” (per quanto non lo si dica così esplicitamente).
Il principio imperante resta quello del pareggio di bilancio, di sottostare a logiche di austerity da pre-dissesto pur non essendo ancora arrivati al pre-dissesto (tagliando i servizi di ulteriori 80 milioni per il prossimo quadriennio): certo, “tutta colpa di Fassino” (Cit. Antonio Fornari tra gli altri) come si suole ripetere a giustificazione di queste operazioni.

Ci sembra un po’ pochino per un Movimento nato, in Italia ma soprattutto a Torino, con l’obiettivo di sovvertire lo status quo a partire dai principi imposti dall’ establishment economico.
Di fronte a esigenze di bilancio e Decreti nazionali redatti dal “Partito nemico”, sembra che non vi sia altra strada che tagliare il pubblico a favore del privato: a quanto pare #lalternativaéUnica .

martedì 26 settembre 2017

G7 DI TORINO FOR DUMMIES: ARRIVA IL VERTICE SUL LAVORO, MA MANCA IL LAVORO

INTRODUZIONE
FINCHE' IL DEBITO NON CI DISTRUGGERA'
Lunedì 25 settembre, ore 18,45: mi dirigo in Vespa verso casa, decido di passare per il centro città incuriosito dal ronzare degli elicotteri che volteggiano da ieri sulla nostra testa. Da Piazza San Carlo a Piazza Carlina è una discreta carrellata di camionette di polizia, carabinieri, Guardia di Finanza e vigili urbani a spasso: un bel florilegio di colori mentre il mondo tutt’ intorno finge di continuare a vivere la propria quotidianità allo stesso modo. La Vespa del 1974 (che effettivamente non potrebbe neanche circolare in quella zona, ripensandoci bene sono reo confesso) rallenta sempre più finché una comitiva che mi ricorda tanto le barzellette delle elementari mi attraversa sulle strisce, mentre osservo il poliziotto che dispensa informazioni con quella che Repubblica definirebbe la gentilezza di un concierge (edizione cartacea del lunedì medesimo). Mentre il gruppone di probabili funzionari composto da un giapponese con relativa macchina fotografica, un biondone tedesco imperioso, uno yankee con relativo cappellino, e un paio di europei vestiti da europei in visita camminano verso Via Po alla probabile ricerca di shopping&aperitivo, la mia mente si lascia talmente rapire dall’ immagine lisergica che penso “Beh, alla fine che c’è di male?”.
Dopo 30 metri arrivo in Piazza Carlina e l’alto livello di blindatura prende metaforicamente a schiaffi la mia ingenuità fanciullesca: ci sono più automezzi che cittadini, fa letteralmente e semplicemente paura. All’orizzonte si staglia Casa Gramsci, o meglio l’Hotel 5 Stelle un tempo giovanile dimora del fondatore del Partito Comunista d'Italia, oggi “suite imperiale” dei rappresentanti dei cosiddetti “Sette Grandi della Terra” che si sono riuniti nella capitale sabauda (nulla di più plasticamente simbolico di questo cambio di funzione). Con quale fine?

Ce lo spiega il sito dedicato alla nostra Presidenza del Vertice: “L’incontro si svolgerà nell’ambito di una settimana interamente dedicata alle sfide della “quarta rivoluzione industriale”. Non solo i Ministri del Lavoro e dell’Occupazione, ma anche i Ministri dell'Industria, dell'Istruzione e della Ricerca ne discuteranno in sessioni separate, concentrandosi sulle proprie competenze specifiche, ma con un approccio integrato e coordinato. Il lavoro è una co
mponente fondamentale del cambiamento: il modo con cui si modella il futuro del lavoro e del welfare avrà un impatto significativo sull’intero processo di innovazione. Per questo, lo slogan che guiderà la discussione sarà "mettere le persone e il lavoro al centro dell'innovazione".
Wow! Raga, siamo con voi! Mi piacciono sti Gisette, fammi vedere un po’ i nomi: numero uno, Italia, Giuliano Poletti. Poletti? Ma come, quel “Decreto Poletti”, al secolo Jobs Act? Quello che ci dice di giocare a calcetto per trovare lavoro perché tanto il suo Decreto ci condanna alla precarietà a vita? Vabbè, andiamo oltre, si sa che noi italiani siamo sempre i peggio.
Numero due: Muriel Pénicaud, francese. Libertè egalitè eccetera, bella Muriè! Ovviamente a Torino in veste di Ministro del Lavoro sotto la Presidenza Macron (il neo-liberista che chiude le frontiere ai negri e che qui viene spacciato per nuovo faro della sinistra europea): Pénicaud arriva da esperienze private con “Business France” e soprattutto Gruppo Danone (basta consultare Wikipedia, non ho fatto grosse ricerche, lo confesso), uno dei tanti marchi multinazionali che in nome del profitto degli azionisti chiude gli stabilimenti meno produttivi e manda a casa i lavoratori. Un bel corto-circuito che ora sia lui a venirci a parlare di lavoro, non c’è che dire.
E si potrebbe proseguire semplicemente citando i Governi rappresentati, da quello statunitense di Trump a quello britannico di Theresa May, passando per la Merkel improvvisamente risvegliatasi in una Germania che vota l’estrema destra sull’onda del disagio economico (giusto per citare Paesi e politiche a noi più vicini e conosciuti).

Insomma, per quale motivo dovremmo accogliere di buon grado i Ministri di Governi, politiche e curriculum che in questi anni hanno propugnato quelle stesse politiche che ci hanno inchiodato alla povertà perenne? Per quale motivo la nostra generazione (quella dei presunti giovani e super-giovani dai venti ai quasi quaranta) dovrebbe stendere il tappeto rosso invitando i Gisette a visitare la splendida Torino?
Per quanto tempo ancora dovremmo illuderci delle scelte fatte per il bene comune, quando le politiche propugnate tendono inesorabilmente verso una polarizzazione che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più confinati in una povertà che risucchia al proprio interno la classe media che fu agiata (ed ora si riscopre “disagiata” secondo il saggio del momento di Ventura)?
Fanno sorridere, se non fossero tragici, tanto per citare un esempio casalingo, gli auspici di Carlo Messina, pro-console di Torin…ehm ehm Amministratore delegato Intesa, che su La Stampa di domenica, in vista del G7, suggerisce tra le diverse ricette vincenti “la dismissione di attivi pubblici. Se ho un patrimonio e mi servono delle risorse, prima di aumentare le tasse o tagliare gli investimenti, valuto gli immobili di proprietà pubblica che posso mettere sul mercato. Un patrimonio ingente di circa 300 miliardi di pertinenza delle amministrazioni locali. Possibile che non ne se ne trovi un terzo da dismettere con un vantaggio della collettività e dei futuri investimenti del Paese? Non abbiamo necessità di fare cassa, ma di alimentare lo sviluppo».
Visto, facile no? Svendiamo tutto quel poco di pubblico che ci rimane, usiamo il tema del debito come cappio perfetto cui vincolare le politiche di austerità (principali responsabili della sperequazione crescente dei nostri tempi), e via con le azioni a favore del mercato. Siamo certi che i nostri rappresentanti sapranno cogliere suggerimenti di questo tipo.

Già, perché comunque di qualche suggestione i “Nostri Sette” hanno bisogno, dato che l’auto-definizione di potenza economica comincia a scricchiolare: se già nel 2013-14 le economie del G7 rappresentavano il 44,7%, oggi quella quota è ulteriormente scesa al 39%. Ecco, diciamo che non è il G7 dei vostri fratelli maggiori, quelli che al G8 (gli stessi 7 più la Russia) di Genova nel 2001 (sottoscritto compreso) si trovavano perlomeno di fronte a “otto grandi ma grandi per davvero veramente” (e purtroppo anche i cittadini erano così numericamente superiori da spingere il New York Times a definire il popolo pacifista di quella fase storica come “la seconda potenza mondiale”).
Siamo al tramonto di un impero, che oggi sfrutta il corridoio di Diana della Reggia di Venaria per darsi un’aura di potere e prestigio che il tempo tenderà inevitabilmente a toglier loro.
Un lusso tra l’altro lautamente pagato con 45 milioni di euro pubblici destinati al finanziamento dell’ annualità di Presidenza italiana del G7: non male come investimento, subito rivenduto dai media mainstream come investimento sul territorio di destinazione con una retorica del ricadutismo al quale la nostra Città è ampiamente abituata. E vaccinata.

MANIFESTAZIONI E IL CONTROLLO DEL GRANDE FRATELLO
A meno che non si voglia far rientrare nelle ricadute sul territorio la sorveglianza H24 di elicotteri, camionette a ogni angolo del centro città (intendendo per città sia Torino che Venaria) e una distesa di telecamere da far impallidire qualsiasi visione distopica a mò di Big Brother. Un controllo a tappeto che si estende ai nostri confini, dove da parecchi giorni vengono impiegati “agenti in borghese specializzati in terrorismo ed eversione.
Se non fosse bastato “infondere paura come forma di controllo” (Cit. Linea77, gruppo torinese, a proposito del G8 Genova 2001: cosa volete di più?) ci pensano queste strutturazioni militaresche a trasmettere al cittadino un clima di insicurezza perpetua.
Quel che tutto ciò concretamente significa, ce lo spiega suo malgrado Luigi D’Alife, videomaker per lavoro e militante per passione, dalla sua pagina Facebook: “Circa 2 settimane fa sono stato contatto da un service per lavorare come operatore di ripresa video, ovvero il mio lavoro. Oggi e domani avrei dovuto fare delle riprese all'interno della Reggia di Venaria dove si svolge l'incontro del G7. I miei documenti d'identità sono stati inviati dall'azienda più di 7 giorni fa, così come richiesto. Questa mattina alle 8 mi sono presentato presso il centro accrediti per ritirare il mio badge, entrare e svolgere il mio lavoro. Ho così scoperto solo questa mattina che la richiesta era stata "Rejected" ovvero rifiutata dalla questura di Torino, in altre parole non potevo entrare, niente lavoro per me. La questura ha specificato che non sono tenuti a dare comunicazione preventiva né spiegazioni rispetto alle domande rifiutate.” Capito l’antifona, cari cittadini?

A “sfidare” gli inviti a starsene belli chiusi in casa e non disturbare il manovratore, ci ha pensato Reset G7 , una rete costruita nel corso dei mesi con un obiettivo tanto semplice quanto condivisibile:Noi non accettiamo la presenza di un evento simile nella nostra città e ancora di più non vogliamo accettare i falsi proclami fatti che usciranno da quel patetico consesso. Sentiamo la necessità di portare nelle strade un modello alternativo e contrario alle politiche di disuguaglianza sociale promosse dalla governance mondiale dei potenti della terra. Le giornate di fine settembre saranno l’occasione per ridare voce a tutti coloro che da anni subiscono gli attacchi alla sanità, ai luoghi della formazione, ai territori, ai diritti sul lavoro e all’autodeterminazione delle proprie vite. Vogliamo lanciare una mobilitazione larga, inclusiva e diffusa che si ponga l’obiettivo di riprendersi la città, creando spazi, momenti di discussione e azione nell’arco di tutte le giornate del G7.

I temi messi in evidenza sono i medesimi evidenziati da Sistema Torino dalla sua nascita: la disoccupazione, giovanile e non, endemica sul nostro territorio (da segnalare l ‘inaugurazione della Camera del Lavoro Autonomo e Precario (CLAP) venerdì 29 in Cavallerizza), l’emergenza casa che ha toccato un nuovo record nel 2016 (con il simpatico siparietto in Consiglio Comunale del “governante fino a ieri” PD che ne chiede conto all’attualmente governante, per ora senza grossi cambi di marcia, M5S), la scarsità di prospettive per gli studenti delle scuole superiori, per finire con il dramma della “gig economy” che permette di sfruttare i lavoratori comodamente da casa tramite una App che vi consegna il cibo a casa (qui un nostro vecchio approfondimento su Uber). Saranno tutti a Torino in questi giorni, riders studenti precari disoccupati e senza-casa, per esprimere il proprio dissenso verso politiche che tolgono diritti economico-sociali a fasce sempre più ampie di popolazione.
Nell’ immagine qui a fianco potete vedere l’elenco di manifestazioni al quale vi invitiamo a partecipare, con l’apogeo finale di sabato pomeriggio con partenza nel quartiere-simbolo delle Vallette (ove l’emergenza casa è particolarmente pressante) e conclusione a qualche centinaio di metri dalla Reggia di Venaria dove saranno riuniti a consesso i Ministri del Lavoro delle sette grandi potenze mondiali.
Di diverso tenore, ma di ugual segno di opposizione al Vertice è Proxima, il “festival del 99%” organizzato da Sinistra Italiana con lo slogan “Loro chiudono la Reggia, noi riapriamo la Città.” Una sei giorni di eventi e incontri con l’obiettivo di diffondere una conoscenza diversa e alternativa in relazione ai temi al centro del G7: innovazioni tecnologiche, l’industria 4.0, l’impatto del digitale sulle nostre vite verranno affrontati all’interno delle arcate dei per l’occasione riaperti Murazzi con ospiti politici d’eccezione. Se Yanis Varoufakis è facilmente pronosticabile come l’uomo immagine della sinistra altermondialista (giovedì sera ai Muri), vi consigliamo con particolar fervore la tavola rotonda di sabato 30 con la ricercatrice Marta Fana, che ha sputtanato Oskar Farinetti in una recente diretta televisiva (in perfetta scia con la nostra inchiesta sul Salone del Gusto del 2016) .

E LA SINDAKA KEFFFAAHHHHH?!1?

Particolarmente interessante (no, non è vero, non lo è affatto) è la copertura mediatica della stampa locale dell’esitazione morettiana della Sindaca Appendino in relazione alla partecipazione al vertice dei grandi: ultimo elemento di cronaca cittadina è stato il supposto viaggio della Prima Cittadina verso Madrid in compagnia di Patrizia Sandretto (dell’omonima potentissima e famosissima Fondazione culturale cittadina). «A scanso di equivoci, la sindaca lunedì mattina sarà a Madrid per un evento istituzionale mentre la sera, come già comunicato al ministro Calenda, sarà a Venaria per accogliere i ministri e le delegazioni del G7» dice un portavoce.

“Chissene papi!” esclamerebbe la piccola Sofi di fronte a una notizia che non scalfisce neanche lontanamente la sua vita: e come darle torto? Ci auguravamo che l’arrivo del Vertice sul Lavoro spostasse l’attenzione del dibattito verso i temi che ammorbano la quotidianità della maggior parte dei cittadini sabaudi, certamente più pressanti e incalzanti di un balletto istituzionale.
Una città che “subisce” uno svuotamento continuo di popolazione, solo parzialmente tamponato dall’arrivo di nuovi immigrati (sebbene anche questo trend sia in flessione): sarà per colpa del record negativo che deteniamo a partire dal 2014  del più alto tasso di disoccupazione giovanile del Centro Nord? O forse per la primazia nei procedimenti di sfratto, “fiore all’ occhiello” torinese nel 2012 e ritornato prepotentemente di moda nel 2016?  Sarebbe stato certamente più interessante per il tessuto cittadino un approfondimento di questi temi, in luogo della cronaca quotidiana su quanto sia bello l’Hotel Gramsci ove “CHIUNQUE può prendere il caffè” (SOB) o quanto siano necessarie le misure di sicurezza.

Non sono invece mancate le facili ricette esposte dal Ministro di turno in questi giorni: poteva forse mancare la trita e ritrita retorica sulle eccellenze cittadine? Ci pensa la Ministra Fedeli a incensare le scuole elitarie del sistema formativo torinese e la brillantezza dell’alternanza scuola/lavoro, ignorando il fatto che all’ ombra delle vette riservate alla borghesia sopravvivono scuole che cadono a pezzi e giovani che fanno fatica a trovare le indicazioni per la scala sociale (da dove si accede? L’ascensore è in funzione?).
Oppure abbiamo lo sherpa (in ogni articolo sul G7 che si rispetti compare almeno una volta questa definizione) del Ministro Calenda che dopo una mattinata di perlustrazione ha trovato l’impennata di ingegno che segnerà la svolta torinese: puntare solo sul turismo non basta! Bisogna far convivere turismo cultura e industria per poter sopravvivere. Come premio #graziealcazzo della settimana, offriamo in dono al nipote d’arte (ma guai a parlare di nepotismo italico) il nostro recente approfondimento su Mirafiori e su come i nostri illuminati governati decisero di convertire gran parte dello spazio in una location culturale.

Slogan spacciati per ricette prive di reale contenute, beffardamente propugnate attraverso il Grande Evento per eccellenza, che esprime perfettamente quella logica che ha conquistato le menti sabaude vent’anni fa (Do you remember Torino2006?) e che oggi impallidisce di fronti al crescente rifiuto dei mega-appuntamenti che non fanno altro che favorire ulteriormente la concentrazione di ricchezza nelle mani di quell’ ormai tristemente famoso uno per cento della Terra.

Bene, questo è il quadretto poco o per nulla edificante. Se avete avuto l’ardore di sopravvivere a 16.500 battute di approfondimento critico, potete considerarvi pronti per scendere in piazza e gridare forte la vostra opposizione ai Grandi della Terra: buone manifestazioni e, come dice il Gesù Cristo di John Niven, “fate i bravi”.

lunedì 7 agosto 2017

"RIQUALIFICAZIONE" DI PORTA PALAZZO: DENTRO I TURISTI, FUORI I MERCATARI POVERI!

Una delle cartine di tornasole della crisi sistemica della nostra città è la passeggiata per il mercato di Porta Palazzo: la povertà che trasuda un'area esistente dal 1836 è lampante agli occhi di chiunque.
Un bel melting pot etnico di vecchie e nuove migrazioni, perfettamente integrate in un orizzonte colorato che affascina tanto i turisti quanto i torinesi che vanno a farci la spesa, un po' per tendenza radical chic (vedi giro a pagamento organizzato dal Salone del Gusto) un po' per esigenze economiche dati i prezzi bassi.

Tutto ciò però non basta: in particolar modo il mercato coperto del pesce vede una moria di banchi e rivenditori cui è difficile porre rimedio. Quasi la metà hanno definitivamente chiuso: qualcuno si è spostato in periferia, altri sono andati a fare i dipendenti di qualche ingrosso, i meno fortunati a ingrossare le fila dei disoccupati della città, giusto per mantenere qualcuno dei nostri prestigiosi record.

Bene, anzi male. Questo è il quadretto che ci troviamo di fronte. Qual è la risposta dell'immarcescibile Assessore Sacco? Le parole chiave ci sono: poveri, disoccupazione, periferie. Vai compagno pentastellato, fagli vedere chi sei!

Tranquilli, restate pure comodi sulla sedia, nessuna rivoluzione all'orizzonte: la soluzione proposta è sempre la stessa. RIQUALIFICARE, ovvero destinare l'area ai turisti, mentre i mass media incensano la scelta citando Barcellona (che fa figo e non impegna).

Quale l'obiettivo? Concedere l'area ai privati di modo che le diano una bella rinfrescata e la trasformino in quel che vogliono, sull' altare della logica del profitto privato. Ovviamente sono i turisti il mercato di riferimento più ghiotto.

In cambio "l' Amministrazione concederà in comodato d'uso l'area a questi investitori" dichiara a La Stampa Paola Virano, la Dirigente che condusse tutte "le magnifiche trasformazioni della città in sinergia pubblico-privato" insieme all' ex Assessore Lo Russo.
Tutto cambia affinché nulla cambi?
Quale la svolta pentastellata a riguardo?
Sarebbe stato davvero così difficile una "riqualificazione", una messa in ordine dell'area a vantaggio dei mercatari che il mercato e la crisi globale sta uccidendo?
Davvero si vuole asfaltare il passato popolare centenario di quest'area e sacrificarlo sull' altare del Dio Turismo?

La chicca finale dell'articolo è la citazione dell' esempio della Pescheria Gallina, come se chiunque potesse permettersi l'apertura da un giorno all'altro di un locale Slow Food.
E' una miopia condita da entusiasmo progressista che ci preoccupa, in primis perché sposta l'attenzione dalle vittime della crisi all' interesse per la riqualificazione di per sè della zona, indifferenti a quel che rimane abbandonato per strada.

lunedì 17 luglio 2017

SPAZIO MRF, TNE E DESTINO DI MIRAFIORI: DA MARCHIONNE ALL’INDUSTRIA 4.0?

Introduzione: “PRIMA LE PERIFERIE! Ma il modello Torino resta il medesimo”
Un tranquillo dopo-cena di fine giugno alle Vallette, al fresco del balcone affacciato sul cortile interno di catrame cemento e sterpaglie si chiacchiera di politica:
Io non la voto più. Dopo un anno di Giunta Appendino qua in periferia ci sentiamo ancora più abbandonati. E mio nipote continua a essere in cassa integrazione dopo aver lavorato due anni da precario in Mirafiori.” dice la suocera.
“Eh ci vuole tempo, mancano i soldi, sono processi lunghi.” balbetto io.
“Lascia stare, io abito alla Barca e la sera non esco più, non faccio neanche la passeggiata col cane di mia figlia. Le luci dei lampioni sono coperte dalle foglie degli alberi, e io ho paura.” replica la mamma, mentre irrompe un whatsapp dallo smartphone sempre a portata di mano:
“Siamo in Santa Giulia, stanno manifestando contro l’ordinanza anti-movida, fai un salto che ne beviamo una?”

Qualcosa stride nella mia mente. L’accostamento tra erba alta, supposta-mala-movida, periferie e centro, gentrification e disoccupazione mi fanno tornare alla mente la rassegna stampa mattutina: migliaia di litri di inchiostro spesi sull’ordinanza 46, quella relativa a Vanchiglia e San Salvario, contro le due righe relative all’aggiornamento del contatore del disagio lavorativo della città industriale che fu.

A Mirafiori nelle Carrozzerie ci sono ad oggi circa 3800 persone in cassa integrazione di cui la metà in contratti di solidarietà, pressoché ignorate dalle discussioni sulla città post-industriale che sarà, se non nel classico quarto d’ora di celebrità concesso loro indirettamente (e involontariamente) dalla Sindaca Appendino a maggio di quest’anno, quando fece, a nome del Comune di Torino, la “proposta shock “ relativa a quell’area: la liquidazione della Società “TNE – Torino Nuova Economia S.P.A.", ovvero della Società pubblica creata nel 2005 per acquistare i terreni Mirafiori dismessi dalla FIAT stessa.


TNE: Da Chiamparino ad Appendino … aspettando Marchionne
Andiamo innanzitutto ad analizzare come è composta questa Società e con quali fini statutari. TNE “(…) costituita il 14 ottobre 2005 ha come missione la riqualificazione e la valorizzazione delle aree acquisite da Fiat S.p.A. per la realizzazione del Polo Tecnologico di Mirafiori e del Campo Volo di Collegno.”(1) Il capitale è costituito da Finpiemonte Partecipazioni (43,54%), Finanziaria Città di Torino Holding S.p.A. (43,54%), Città Metropolitana di Torino (10,89%) e, con la quota minuscola ma non trascurabile del 2,03% la FCA Partecipazioni S.p.A.

Finpiemonte Partecipazioni è “una società mista a prevalente capitale della Regione Piemonte", istituita nel 2007 “con il duplice ruolo di holding di partecipazione e di finanziaria di investimento”: tra i suoi azionisti vi sono Unicredit SpA, FCT Holding SpA (finanziaria del Comune), i principali istituti bancari del territorio, Confindustria e Confapi. In breve, la summa della commistione pubblico-privato a scopo di investimento sul territorio (il PD le chiamava sinergie positive, chissà invece l’attuale M5S torinese quale formula linguistica utilizzerebbe).
La holding finanziaria cittadina ha invece come socio unico il Comune di Torino ed è nata nel 2003 “per consentire alla Città di investire nell'avvio e/o nella crescita delle proprie imprese e permettere una valorizzazione immediata di patrimoni della Città, attraverso la migliore gestione delle partecipazioni.”(2)

Di fatto, sono capitali al 98% pubblici (Regione, Comune e l’allora Provincia oggi Città Metropolitana) utilizzati ai bei tempi andati del “Sistema Torino che funziona” (cit.) per acquistare i terreni della FIAT in cambio della promessa del già A.D. FIAT Sergio Marchionne (non vale ridere!) di spostare la produzione della Punto in loco, in attesa dell’arrivo di un nuovo modello, l’Alfa MITO. A dodici anni di distanza non vi è traccia alcuna del mantenimento di quella promessa, ma non bisogna mai disperare.

All’epoca ci credettero tutti così tanto da mettere in piedi una operazione da 67 milioni di euro pubblici pur di convincere “l’uomo col maglioncino” a non tradirci: in cambio ottenemmo però tantissimi fanta-posti di lavoro (e qualcuno reale) con un bel CIAONE al radioso futuro industriale della città. Sindaco di allora? Sergio Chiamparino, lo stesso attuale Presidente di Regione che si inalbera per la prospettiva di liquidazione del suo prodotto, “dimenticandosi” però di farci una proposta alternativa, un qualcosa che vada oltre il mendicare nuove promesse fantascientifiche del suo omonimo (ma su questo è in buona compagnia pentastellata, come vedremo più avanti). Certo, vorremmo urlare “Chiampa, dì qualcosa di sinistra sulla FIAT” ma veniamo immediatamente soffocati da quel meccanismo automatico della mente che ti ricorda il famoso “Se fossi operaio, voterei SI al referendum di Marchionne” (annus horribilis 2011) sostenuto dalla coppia Fassino-Chiamparino.

Tutto ciò è ormai storia. Facciamo un piccolo balzo temporale in avanti, e a quel che rimane alle spalle di Corso Settembrini, dove un residuo di produzione resiste e persiste, lasciandoci trasportare dalle magnifiche sorti e progressive presentate sul sito TNE: “Circa 300 mila metri quadrati di aree da restituire al tessuto urbano mediante interventi di riqualificazione urbanistico edilizi e di valorizzazione socio-economica”(3) è la definizione in neo-lingua “architettistica”delle fabbriche in stato di abbandono.
Restano gli immensi capannoni vuoti, all’interno dei quali regna sovrano lo spazio MRF (4), che altro non è se non il tentativo di creare un eventificio culturale “per favorire la coesione urbana e l’aggregazione sociale”. Cultura in luogo della produzione manifatturiera: il sogno distopico degli esegeti della Torino Capitale dei Grandi Eventi.
“L’obiettivo è creare un polo di attrazione e aggregazione, propulsore di sviluppo e fucina di creatività non solo per l’area urbana di Mirafiori ma per l’intera Città di Torino.” (5)

Non ho capito bene cosa significhi tutto ciò, se non l’assenza di prospettive concrete per il Polo Tecnologico; siamo nell’anno domini 2015-2016, abbiamo bisogno di distrarre l’attenzione pubblica dall'assenza di lavoro sul territorio cittadino, per cui cosa c’è di meglio dell’organizzazione di un concorso di idee per Mirafiori che tenga impegnati i creativi torinesi? Raccogliamo proposte, pubblichiamo rendering, facciamo presentazioni poliglotte e via, i lavoratori della Carrozzerie rimarranno perduti per sempre, nascosti sullo sfondo della narrazione.

Già, peccato però che tutto ciò sembri funzionare: neanche la FIOM (il glorioso e storico Sindacato dei Metalmeccanici) si pone dei dubbi a riguardo e decide di festeggiare i propri 115 anni proprio qua dentro. La Federazione dei Lavoratori Operai si ritrova nell’estate 2016 a cucinare porchetta e bere birra all’interno del tempio (abbandonato) alla ex one-company-town che mai più ritornerà, nonostante le cicliche promesse.

Tanto per alimentare ulteriormente e periodicamente il “fuffa rising” (cit. “God bless you sista”), in occasione del Salone Off 2017 è stato organizzato all’interno dei capannoni Mirafiori un quasi-rave party durante il quale Alessandro “Scuola Holden” Baricco ha letto, con sottofondo musicale di Francesco “Baustelle” Bianconi, il capolavoro letterario di Steinbeck “Furore” (peccato che venga trattato come un prodotto di consumo o un Fabio Volo qualsiasi), che all’interno delle centinaia di pagine tratta altrettanti temi socio-politici, tra i quali il dramma del lavoro e dell’anti-sindacalismo (sebbene venga presentato nelle locandine ufficiali come un romanzo sull’immigrazione e basta, parola-chiave che fa subito progressista). Chissà in quanti si sono accorti della simbologia del luogo in cui venivano decantate queste sublimi pagine della letteratura novecentesca.

Un entertainment elitario per ingannare il tempo in vista del compimento delle promesse produttive di Marchionne (alla lista d’attesa si è aggiunto nel frattempo il Compagno Giorgio Airaudo).
Insomma, nulla di nuovo sul fronte occidentale. Scrolliamo lentamente la cronologia degli eventi del gruppo “Mirafiori-TNE” fino ad arrivare al 3 maggio 20176: una deliberazione di Giunta Comunale (da proporre al Consiglio) inserisce tra gli indirizzi per l’assemblea straordinaria di TNE del 29 maggio quello di liquidare la Società stessa (curioso che in 12 anni la Città non si sia praticamente mai seduta a quel Tavolo, e al primo giro lo fa per chiudere questo surreale progetto di rilancio): causa scatenante sembra essere l’impossibilità di partecipare al necessario aumento di capitale di 6 milioni (tra Regione e Comune) utile a rimborsare la ex Provincia ora Città Metropolitana (governata sempre dalla Appendino, ricordiamolo) che decise nel 2014 di uscire dalla Società TNE.
Insomma servono tre milioni ma non li abbiamo, per cui chiudiamo baracca e burattini (e capannoni) e andiamo a casa.

Qua sorge una prima domanda: perché quei tre milioni non erano stati inseriti a bilancio previsionale (nel frattempo approvato)? Le risposte possibili sono due: o si sono semplicemente dimenticati, oppure già sapevano che avrebbero proposto la liquidazione da lì a breve. O più probabilmente non sapevano ancora che pesci pigliare, come vedremo dalle discrasie che emergono a partire dall’intervista di Guido Montanari su Repubblica del 30 aprile, che qualche scalpore e punto interrogativo lo destò.
Il Vice-Sindaco affermò di voler mantenere la vocazione produttiva dell’area, perché “non possiamo riempire le aree industriali solo con eventi e centri commerciali grandi o piccoli": beh i produttori di idee e grandi happening di Spazio MRF non l’avranno presa benissimo, ma non possiamo che accogliere con favore una presa di posizione simile.
Dalla stessa intervista: “Spesso viene sottovalutato il fatto che Fca ha mostrato di voler scommettere su Torino. Ha investito nella produzione in quest'area, ha riacquistato la pista e la bolla del Lingotto, ha realizzato nell'Officina 82 l'Heritage center, sta riassorbendo la cassa integrazione. Non penso che, come si dice spesso, voglia andare via da Torino.”

E siamo a tre! Dopo Chiamparino e Airaudo, anche la Giunta pentastellata si schiera dalla parte di chi auspica spera e prega che la FIAT continui (o sarebbe meglio dire “torni”?) a investire in città, con “la nuova classe operaia” ad alto contenuto tecnologico, latori di innovazione e sperimentazione. E chi meglio del Politecnico, che già è insediato nella zona con il corso di ingegneria dell’automobile, può fare una bella joint-ventures, ovviamente per il bene di Torino? Magari insieme a qualche fondazione bancaria, con Spazio MRF trasformato in fondazione ad hoc stile Ogr con Presidente Davide Canavesio, uomo di sistema già dentro TNE.

BOOM! Ma non era questo il modello del Sistema Torino sporco e cattivo? Tutto ruota intorno a Politecnico e soldi delle fondazioni bancarie che arrivano quando il Comune si trova in difficoltà nell’agire, non tanto (o non solo) per crisi vocazionale ma perché manca il money. Ma i money poi magicamente arrivano, dalle mani di coloro che decidono poi di sedersi a capo-tavola: ai tavoli da poker comanda chi porta le fiches, e qui accade la stessa cosa.

Una bella idea innovativa no? Anche perché nel frattempo l’ipotesi liquidazione è saltata: nel tempo intercorso tra la delibera di Giunta e l’assemblea straordinaria in TNE non è stata convocata alcuna commissione consiliare a riguardo, per cui nessun mandato a chiudere per la Sindaca. Anzi, dalla Assemblea straordinaria di TNE è uscita una ANSA al profumo di miele che recita così: “I soci - si legge in una nota - hanno espresso soddisfazione per il lavoro finora svolto dal management, con una visione progettuale di lungo periodo e in stretta collaborazione con tutti gli attori (Regione, Comune, Circoscrizione, società civile). Tale lavoro, prosegue la nota, ha portato in 5 anni all'azzeramento del debito, l'insediamento di diverse realtà, un introito totale di 30 milioni di euro per Tne e la gestione a vantaggio del territorio, con l'arrivo di oltre 150 mila visitatori per gli eventi temporanei allo Spazio MRF solo nell'ultimo anno.”

Contrordine compagni: è tutto bellissimo, per cui andiamo avanti così.
Devono essersi inoltre chiesti CHI, in caso di liquidazione, sarebbe stato disposto a comprarsi quei terreni, per i quali è facile immaginare degli altissimi costi di messa in sicurezza e adeguamento. Quanto può essere competitivo sul mercato un terreno che in dodici anni non ha suscitato nessuno straccio di interesse privato, manco per un centro commerciale che piace sempre a tutti?
Sì dai, ci abbiamo provato a illudervi ma, lo sapete, “sarà un supermercato che vi seppellirà” (cit. la nostra rubrica di maggior successo): ci pensano i Compagni di Novacoop a fare qui una bella galleria del cibo sano e nutriente, sul modello Fiorfiore in galleria San Federico. Un bel modo indubbiamente di conciliare centro e periferie, come annunciato in campagna elettorale.


ALL’IMPROVVISO L’INCOSCIENZA: il Manufacturing Technology Centre
Mentre aspettiamo che un privato interessato, anzi IL privato che fa politica industriale a Torino, palesi le proprie intenzioni, emerge con sempre più forza l’idea del Manufacturing Technology Centre, ispirandosi al precedente di Coventry, che ha fatto scuola: concentrazione in un unico luogo fisico di risorse scientifiche (laboratori e centri di ricerca), tecnologiche e produttive di eccellenza (start-up, imprese innovative, servizi).

Ad occhio e croce ci verrebbe da dire che è l’idea perfetta per l’area in cui per anni si è coltivato l’humus necessario per l’insieme di vocazioni che tanta ricchezza e fortuna hanno portato alla città (Cosa? Come dite? Ah non è così dato che siamo la città più povera e con più disoccupati del Nord Italia? Vabbè ma quelli sono particolari): il Politecnico è già presente a rappresentare la ricerca, mancano le start-up innovative dei giovani e spensierati studenti torinesi e un po’ di privati che facciano investimento.
Su quale e quanto lavoro producano realmente le start-up e poli di questo tipo cominciano ad emergere dubbi accademici a riguardo, dopo un decennio dalla nascita del modello di Coventry, ma sappiamo che il “Sistema Torino, Sistema Italia” (cit.) è bravo a far proprio modelli che hanno già dimostrato le proprie pecche nel Paese d’origine.

Su quali e quanti investimenti privati convergeranno sullo Spazio TNE emergono ancora maggiori punti interrogativi: mentre Penelope tesse la sua tela per il maglione di Marchionne, gli altri imprenditori che cosa chiedono? Lo hanno spiegato molto bene al Forum dell’ Unione Industriale torinese di metà giugno: investimenti pubblici per profitti privati, una visione pubblica della città basata su progetti e piani d’investimento privati e, dulcis in fundo, l’applicazione di tutte le clausole del Jobs Act (vi eravate mica illusi di trovare un lavoro con tutele novecentesche?).

Che dire? Difficile fare i palati fini di questi tempi, in fin dei conti (e qui siamo seri) questo progetto non fa altro che far convergere sull’area simbolo di Torino la città policentrica, pirotecnica e politecnica descritta nel celeberrimo studio di Belligni e Ravazzi ma, proprio unendo le diverse criticità sia del “modello Coventry” che gli studiosi rilevano dopo dieci anni, sia delle trasformazioni di Torino, ci piacerebbe porre queste discrasie tra narrazione e realtà al centro del dibattito pubblico.

Se l’obiettivo del rilancio è quello di creare lavoro nella città del Nord Italia con il più alto tasso di disoccupazione giovanile ben venga, ma chiediamoci da subito quale tipo di lavoro genera e destinato a chi: i 3800 cassintegrati citati all’inizio del percorso per Mirafiori e le migliaia di giovani della città universitaria hanno una certa urgenza di conoscere il proprio futuro.



RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:


LINK UTILI:

mercoledì 5 luglio 2017

SALONE DEL GUSTO ALL LIFE LONG: LA FOODIFICATION DI TORINO

Si fanno sempre più interessanti le proposte dell’Assessore Sacco sulla nostra città: si temeva la città grigia, il buio oltre e dentro la siepe, le cavallette a distruggere la Torino dei grandi eventi, del loisir e del buon cibo e del bere di qualità.
Mavvà, era tutto finto! L’Assessore un Sacco gentry ha una nuova proposta scintillante per la città: i distretti enogastronomici nelle zone della movida! “Tutte le città come Disneyland” recita il pluri-citato libro di Prof. Semi, mentre ieri sera Pagliassotti ci raccontava di un futuro semi-distopico con il centro città trasformato in un parco divertimenti.

Ma quale distopia, ma quali iperboli! Il futuro è qui e comincia adesso, e l’Assessore Sacco sta cercando di dare vita a tutti i sogni più reconditi e inconfessabili degli esegeti progressisti che hanno governato le trasformazioni sabaude degli ultimi vent’anni: la città trasformata in “distretti gastronomici”, con una strategia “che si basa soprattutto sulla comunicazione”. Il tema vegan in Vanchiglia, quello enologico a San Salvario, il divertimento ai Murazzi. Chissà se ci saranno anche le frecce per terra che indicano la direzione da seguire come a Ikea.
Altro che repressione anti-movida, altro che fascismo! La base pentastellata che contestava Salone del Gusto e narrazione da parco giochi dovrà buttare giù l’ennesimo boccone amaro, forse il più grande: un mese a parlare di movida sì/movida no, di distretti “quality” del food e di mojito da asporto.

Siamo passati dalla retorica quasi ossessiva sulle periferie e la contrapposizione code ai musei/code alle mense all’ ampliamento delle zone movida (I Murazzi devono riaprire!) e la giustapposizione code ai locali vegan/code per il drink di qualità.
O forse l’anti-sommossa servirà ad allontanare chi intende mangiare carne a Vanchiglia o bere vino scadente a San Salvario: non osate farlo, qui solo quality! E i poveri continuino a mangiare merda (ops, junk food, suona meglio) in periferia.

Nel frattempo si rilancia l’idea di riaprire i Murazzi, come se bastasse tirare fuori le chiavi del portone: sia chiaro, è ovvio che i Muri vanno salvati dalla desertificazione in corso, e pochi meglio di noi hanno seguito l’iter di questi ultimi anni. Problemi tecnici apparentemente insormontabili hanno preso il sopravvento su volontà politiche di qualsiasi colore. Per questo avremmo alcune domande da fare all’ Assessore (le facciamo qui, tanto sappiamo che intervistare un Assessore pentastellato è più complicato del Passo del Mortirolo):

Come pensa l'Assessore Sacco di risolvere in meno di un anno tutte le questioni tecniche e politiche relative ai Muri che si sono “accumulate” in tre?
Dei vecchi bandi sui Murazzi cosa ne facciamo?
Interessante la questione dei distretti gastronomici, ma come pensa di crearli?
Limitando le licenze (ammesso e non concesso che qualcuno riesca a farlo data la relativa liberalizzazione)? Proprio lui che sembra il più liberista e vicino ai commercianti tra i “tecnici” della Giunta?
Ultima (banale) provocazione: un locale con bere di qualità che si ritrova nel distretto del cibo di qualità che fa, chiude?

Aldilà delle facili ironie e battute che si possono fare a riguardo, ci piacerebbe che la stagione estiva degli annunci finisca qui: abbiamo già visto quanti danni ha fatto una comunicazione errata sull’ordinanza 46. Dall’asporto sì/vetro no/somministrazione forse, con relativa rappresaglia in Piazza Santa Giulia, non vorremmo assistere ad un nuovo teatrino comunicativo a riguardo, giusto perché poi è facile accusare i quotidiani parte del gombloddoh giudo-plutaico-massonico. Diteci come volete fare, spiegatecelo fino in fondo e poi si valuterà: se scopriremo che è l’esatto contrario del programma elettorale e l’esatta “prosecuzione con altri mezzi” della Torino progressista dei ricchi premi e cotillon ce ne faremo una ragione.

E con noi tutti gli attivisti e i portavoce che continuano a considerare gli Assessori dei semplici tecnici al servizio del Movimento e di Torino.

domenica 11 giugno 2017

IL SISTEMA GATTOPARDO NON ESISTE

Dopo una settimana di tentennamenti politici e comunicativi, il Movimento torinese ha fatto la scelta più naturale: utilizzare il proprio nuovo house organ, cioè La Stampa torinese, per rilanciare l'immagine della Giunta Appendino con una intervista fiume a doppia pagina, e sacrificare nel contempo la testa più debole, l'Assessora Giannuzzi che i media mainstream hanno subito descritto come quella spesso in lacrime, come se fosse una cifra politica degna di nota.

Rocambolesco il tamtam mediatico di ieri che legava il licenziamento di Giannuzzi ai fatti tragici di Piazza San Carlo. La Sindaca giura e spergiura che non vi è assolutamente nessun legame tra i due fatti, e le crediamo: nessuna persona sana di mente può imputare ad un solo individuo la responsabilità di un dramma collettivo.

A quanto pare, il balletto delle deleghe (e di una poltrona) era già previsto da tempo, e anche questo risulta credibile conoscendo la perversione politica dell'ideologia grillina degli incarichi a tempo. 
Il tempismo è quanto mai sciagurato però, e non basteranno certo due righe sul cartaceo di oggi ad annullare la liason creatasi ieri. Davvero non si sarebbe potuto aspettare qualche settimana, giusto il tempo per preservare la propria collaboratrice da un collegamento di responsabilità atroce, che stenderebbe un toro? L'opportunità politica di un avvicendamento nella squadra di governo si è trasformata in opportunismo politico della peggior specie gattopardesca.

Cade anche il dogma degli assessori tecnici, entrando ufficialmente in Giunta il politicissimo Alberto Unia (che si sta occupando tra le altre cose della grana dei campi rom).  Unia è il rappresentante di un gruppo consiliare che è cresciuto tanto quest'anno (Cit. Appendino), dovendo mantenere col territorio e i comitati un rapporto che si sta facendo sempre più critico.

Non è soltanto un balletto di nomi, ma anche e soprattutto di deleghe. A novembre scorso descrivemmo la concentrazione di deleghe nell'Ufficio di Gabinetto, una concentrazione che trasformava Paolo Giordana in un dominus seppur senza ruolo dirigenziale.

La delega alle manifestazioni culturali fu una delle più importanti, sottratta a Francesca Paola Leon per darne la gestione a Giordana, assieme alla comunicazione. Il primo "disastro importante" è stato Natale con i fiocchi, il secondo flop celebre è stato Narrazioni Jazz, che ha ottenuto accoglienza tiepidissima e nessun riscontro pubblico.

Dopo i fatti di Piazza San Carlo, è sembrata scelta obbligata "restituire" la delega alle manifestazioni all'Assessore alla cultura per evitare altre cadute e tacitare i commenti negativissimi degli operatori del settore.

Non disperate, nel Gabinetto del Sindaco non rimarranno con le mani in mano dato che fra una settimana gli uffici delle manifestazioni culturali traslocheranno lì, come previsto da settembre. Nel frattempo la Fondazione Cultura riceve incarichi nuovi, validi fino al 2020, per cui la tanto sbandierata chiusura dell'ente simbolo del fassinismo è rimandata ulteriormente.

La delega alla polizia municipale passerà all'Assessore allo Sport Finardi, e nel contempo la Sindaca si libererà di altre deleghe minori (o le toglierà a Giordana a seconda dei punti di vista) per avere maggior spazio di azione politica.

Riassumendo: l'insoddisfazione del gruppo consiliare verso il potere assoluto di Giordana e dintorni segna una sua prima, piccola vittoria. Il ridimensionamento del suo ruolo è evidente, una scalfitura che almeno mediaticamente dà un segnale importante.

Staremo a vedere se vi sarà anche un conseguente passaggio di potere dall'Ufficio del Gabinetto al rappresentante di un Consiglio Comunale probabilmente più vicino alle istanze che fecero la fortuna di Chiara Appendino e soci giusto un anno fa di questi tempi.

mercoledì 7 giugno 2017

3 GIUGNO 2017: TORINO SI SVEGLIA NELL' (IM)PREVEDIBILE

Venerdì mattina al deposito della GTT ci si impegna nel fissare le bandiere italiane sopra i mezzi, mentre su qualche macchina parcheggiata in doppia fila sotto casa si caricano i bagagli prima di imboccare l’autostrada che porta via, lasciando per qualche giorno tutto alle spalle. Tutto forse ad eccezione di quella finale che si gioca il giorno seguente e che crea alle casse dei supermercati le code di carrelli pieni di birre da gustarsi in compagnia, davanti al televisore, con la macchina sotto casa questa volta pronta al carosello di festeggiamenti.
È impossibile non essere anche solo sfiorati da un evento mediatico delle proporzioni di una finale di Champions League. Basta inciampare sul telecomando per imbattersi in un commento, sfogliare un qualsiasi giornale per trovarvi almeno un trafiletto, aprire un social per subire sogni di gloria e sfottò. Se poi a giocarsi quella finale c’è la squadra più amata ed odiata dagli italiani, la Juventus, e si vive a Torino o dintorni, si è necessariamente protagonisti, anche proprio malgrado, del trasporto cittadino.
Da giorni Cardiff è un parco giochi blindato per bimbi di ogni età, razza ed estrazione sociale, mentre sabato a Torino, al solito bar, le mani del cameriere quasi tremano servendo caffè e chiedendo pronostici secchi ai clienti. Il giornalaio, tifoso contro, è divertito perché sa benissimo che quell’uomo con l’aria da tapino che da una settimana a quella parte va tutti i giorni a prendere una copia di Tuttosport, il giorno dopo si presenterà solo in caso di vittoria della Juventus. Pro o contro, sembra non esserci altra scelta, l’indifferenza pare addirittura mal tollerata e il diniego verso un cenno di disinteresse male si cela dietro ad uno sguardo che sfugge.
È una giornata calda e assolata, di quel caldo torrido di cui si è autorizzati a lamentarsi a parole, mentre con la mente si sogna l’estate, le ferie, il meritato relax. Sarà che c’è chi la bella stagione la sta già assaggiando al mare o in montagna, e chi lo shopping del sabato pomeriggio l’ha anticipato al venerdì di festività, ma sembra un sabato diverso, meno caotico, almeno sino a quando sotto i portici, alla ricerca di un poco di ombra, non iniziano a passeggiare maglie bianconere. Davanti al Mc Donald’s il solito capannello di ragazzini è completamente indifferente allo sbuffare plateale di quello di ragazzine che lo accompagna. Qualche papà passeggia mano nella mano col proprio bimbo in completo juventino con tanto di bandiera e cappello. Fuori da un bar, Morettone alla mano, fanno comunella dei tifosi dagli accenti liguri e toscani, tra i tanti venuti da tutta Italia per festeggiare a casa della propria squadra del cuore.

In piazza San Carlo qualche appassionato è seduto in terra sin dalle 15.30, come se al posto di una partita di calcio si attendesse l’esibizione di un gruppo rock leggendario. Sono solo i primi, poi il traffico, clacson che suonano, la ressa e le maglie bianconere in marcia verso la piazza.
Le vie del centro lentamente si svuotano, Torino addenta una pizza sul divano, o guarda il maxi-schermo pronta alla grande sfida. Una coppia di turisti stranieri di mezza età legge un menù dalla vetrina di un ristorante. Lui pone l’attenzione sul cartello che recita “Juventus – Real Madrid h 20.45”. Lei scuote la testa e tira dritto. Un altro locale espone orgogliosamente una lavagnetta con scritto “Qui da noi si può NON guardare la partita”, un’oasi per l’altra Torino, quella che finalmente può rosicchiare ad un sabato sera un paio d’ore di tranquillità, passeggiando per la città in una silenziosa serata di fine primavera, con un gelato in mano per una volta non conquistato a spallate. Un sussulto, delle urla: ha pareggiato la Juventus. Il barista di un insolitamente deserto locale tradisce la propria tensione mentre prepara un mojito: “Se vincono, stasera ci tritano”. “Peggio se perdono”, lo corregge la collega.

L’altra Torino, quella disinteressata e/o lavoratrice sa di avere i minuti contati; nel frattempo una futura sposa sorride durante la cena per il suo addio al nubilato. Erano mesi che tentava di provare la cucina di quel ristorante e, complice la partita, le sue amiche sono riuscite a portarcela. La cena è gustosa proprio come se la aspettava, gli antipasti i primi quel gustoso secondo così delicato. Ora manca solo il caffè.
Ma qualcosa va storto: prima le urla, poi all'interno del locale si catapultano una, due, tre, decine di persone e senza neanche sapere il perché la ancora per poco nubile festeggiata si ritrova nel cortile del locale, circondata da magliette della Juve insanguinate, tra pianti e confusione generalizzata.
È successo qualcosa, ma che cosa? I feriti rinchiusi nel cortile stanno faticosamente razionalizzando ed abbandonando l’idea di essere braccati, ma sono ancora in scacco al terrore, faticano ad esprimersi. Qualcuno prima in piazza ha iniziato a urlare, a spingere, è caduto sui cocci di vetro, si è rialzato miracolosamente ed è fuggito.
Nel giro di tre minuti la piazza si svuota, lasciando in terra centinaia di scarpe, borse, zaini, telefoni ed ogni sorta di effetto personale. L’unica cosa che conta ora è salvare la propria pelle, salvaguardarla dal prossimo che sta fuggendo ovunque, ma via da lì.

Il resto è storia raccontata dalle decine di video che continuano ad accumularsi in rete, dalle testimonianze di chi c’era e di chi ha accolto i feriti nei propri locali. Non è mio compito polemizzare sulle modalità di gestione dell’evento, il perché degli incidenti è palese. Dubito del fatto che verrà individuato un fattore scatenante, un accaduto ben preciso e definito dal quale è scaturito il tutto e anzi, proprio questa difficoltà, l’impossibilità di reperire ricostruzioni univoche, dimostra l’irrilevanza oggettiva dell’eventuale episodio.
Non abbiamo dovuto neanche aspettare il fischio finale per capire che avevamo perso. Questa è una partita nella quale siamo perennemente in svantaggio, una di quelle che non si concludono con un triplice fischio che sancisce una vittoria o una sconfitta, la gloria o l’oblio. L’avversario è sottile, polveroso, tanto che l’unico modo per combatterlo nella sua terrificante imprevedibilità è fingere che non esista, almeno sino a quando non ci si schianta contro in uno di quei momenti che si attendono da mesi, da anni o da una vita, uno di quei giorni in cui ci è concessa l’evasione, una riconciliazione con noi stessi grazie ad un pizzico di frivolezza.

Quella di sabato è una presa di consapevolezza: tutti, più o meno direttamente, siamo vittime degli effetti scenografici degli attentati terroristici, anche chi si ritiene immune è costretto a fuggire per difendersi dallo sgomento che assale la folla. In questo periodo storico il panico non fa prigionieri, sottrarvisi rende colpevoli quando non addirittura bersagli vulnerabili per chi vi ha ceduto.
Eppure, possiamo dirlo: non è successo nulla di quanto molti tra i presenti in quella piazza hanno temuto che stesse accadendo, anche se quelle stesse persone non dimenticheranno facilmente la stretta del terrore nel loro stomaco, proprio come i restanti faticheranno ad accettare l’idea di aver messo in pericolo qualcosa, se non tutto, per “un niente”.
Tra pochi giorni, in occasione della festa patronale, avremo occasione di testare il nostro grado di consapevolezza alla luce di questi fatti: siamo, ognuno per la propria parte, ancora in grado di riconoscere la differenza tra un rischio e un pericolo? Chi ci governa riuscirà a fornire misure di sicurezza adeguate? Noi saremo in grado di non fare il gioco del terrorismo avvertendo un pericolo costante che grava sulle nostre spalle?
Sabato notte Torino tace o al più sussurra davanti ai portoni, si guarda negli occhi, si riflette nello specchio e si chiede come sta. Fa un’ultima telefonata, risponde al messaggio dell’amico lontano che non può capire, ma a cui deve ammettere che non sa spiegarsi cosa sia successo, forse un nulla che ha scatenato un’immagine latente in un brivido del reale.

                                                                                                              Marcoperucca