giovedì 22 settembre 2016

SALONE DEL GUSTO SLOW FOOD A TORINO: UN LEGAME BUONO SANO E GIUSTO?


Introduzione: Torino Capitale del Gazebo
“Ehi, hai visto i gazebo al Valentino? Sono arrivati un po’ in anticipo eh quest’anno!”
“No mi spiace, ormai non corro più per il Parco e mi perdo queste perle. Però giro un sacco in bici!”
“Ecco alla vieni a farti un giro da queste parti, ormai non si passa da nessuna parte, tutto bloccato: quale Salone di inizio settembre mi sono perso?”
“Non lo so, ti rispondo dopo. Ora sono in bici in Via Garibaldi, e con telefono in mano: rischio l’arresto!”
Poso il telefono in tasca continuando a pedalare, attraverso via XX Settembre, mi infilo nell’ultimo tratto di stradina in ombra, esco sgommando nella piazza aulica per eccellenza, alzo la testa per godermi il castello illuminato dal sole… e il castello non c’è più. E il sole è mezzo eclissato: un gazebo extralarge ostruisce passaggio e visuale. Mi divincolo tra i pallet e gli altri gazebo con la mia fiammante bici vintage, arrivo al centro della piazza e condivido lo scoramento con due turisti, talmente spaesati da cercarne traccia nella cartina: “Ma che cavolo è sta roba?”. Risponde la ragazza: “Boh, però c’è il simbolo Slow Food in testa ai tendoni”. “Ah, ecco di cosa si tratta, ma certo: il Salone del Gusto!” Peccato che comincerà il 22 settembre, e siamo solo all’inizio del mese. Qualcosa non torna.
Genesi della scelta en plein air
Come è possibile tale scempio nel cuore di Torino? Chi ha reso possibile la trasformazione del polmone verde della città in un paesello teatro della sagra del porcello fritto?
Facciamo un primo flash back: siamo ai primi di marzo, conferenza stampa affollatissima. La Città di Torino e la Regione Piemonte, nelle persone del fu Sindaco Fassino e del Presidente Chiamparino, espongono la scelta definitiva di concedere l’utilizzo della città al Compagno Carlin Petrini: la motivazione ufficiale è concedere a ogni cittadino torinese la possibilità di godersi la passeggiata del gusto in mezzo agli interminabili stand dei presidi alimentari del mondo. Megafono mediatico sparato al massimo volume, e via ad elogiare la Capitale del Turismo che dispensa il cibo “buono, etico e pulito” (torneremo più avanti su queste etichette) a tutta la popolazione. Tra l’altro gratis (naah, non ci cascate).
Motivazione economica invece? Bisogna fare un ulteriore passo indietro, e mettere sotto i riflettori il rapporto Saloni torinesi - GL events - Lingotto degli ultimi anni, che già ha fatto recentemente naufragare il Salone del Libro di Torino alle soglie del suo trentesimo anniversario. Una lunga indagine della magistratura in merito a sospetta turbativa d’asta ha fatto emergere ciò che Sistema Torino già da tempo segnalò (post sulla pagina Facebook del 20 ottobre 2015 “GL events governerà il mondo”): prezzi d’affitto artificiosamente alti, vincita del bando di gara garantito per la multinazionale francese che gestisce il Lingotto, accordi clamorosamente svantaggiosi per il Comune e molto profittevoli per i cugini d’oltralpe (vedi mancata richiesta dell’utilizzo gratuito del Padiglione 5 da parte della passata Amministrazione o la concessione dello sfruttamento della parte commerciale per quel che riguarda il Salone del Libro), per giungere all' “apice mediatico” della  perquisizione in casa dell’ex Assessore per la Cultura Braccialarghe (1). Tutto questo per spiegare i costi fuori mercato dell’affitto del Lingotto, semplicemente insostenibili per Slow Food. Da qui deriva la richiesta di “soccorso rosso” di Petrini a Fassino e Chiamparino, prontamente accolta per un motivo molto semplice: i due enti pubblici locali piemontesi sono direttamente coinvolti nella gestione del Salone del Gusto stesso.

Comitato Salone del Gusto: spettatori paganti a nostra insaputa
Il “Comitato Salone del Gusto” nasce “il   18  maggio  2006  grazie  alla  volontà  di  tre  soci fondatori:    Regione Piemonte, Città di Torino e Slow Food Italia al fine di ideare e progettare l’evento Salone Internazionale del Gusto.” (2)  Il    patrimonio    del    Comitato    è    costituito    dai   fondi    versati    dai    tre    soggetti    promotori. (3) Questo significa che Slow Food versa 20.000 euro per il fondo sociale, gli enti pubblici versano un-milione-di-euro-e-rotti a ogni edizione, che da bilancio del Comitato vengono direttamente “girati” a Slow Food stessa. (4)
Riassumendo in maniera più semplice, possiamo dire che sono i contribuenti a finanziare l’organizzazione del Salone. Vi ricordate il #gratis di cui sopra? Ecco qua la prima confutazione: “paga Pantalone” come dicevano i populisti di un tempo. Per la precisione, una delibera Comunale (5) di marzo 2016 (Giunta Fassino per intenderci) conferma l’erogazione da parte della Città di Torino della cifra di 400.000 euro, oltre che, udite udite, “l’esenzione totale dal pagamento del canone per l’occupazione del suolo pubblico relativo alle aree destinate all’organizzazione dell’evento Terra Madre Salone del Gusto 2016” (cit.). Ora si comprende meglio la distesa di gazebo con quasi un mese di anticipo: tanto non si paga, chissene! 
En passant, si delibera la “qualifica di sede espositiva temporanea di manifestazione fieristica” per il Parco del Valentino: un sacrilegio secondo le associazioni ambientaliste torinesi, che hanno in questi giorni redatto un accorato appello alla attuale Amministrazione al fine di esortare Appendino e la sua Giunta a scegliere altre location per i grandi eventi futuri. (6) Nella stessa delibera (una lettura più succosa di un estratto di frutta della Papua Nuova Guinea) si dettagliano i luoghi destinati al grande evento fieristico: ovviamente il Vale, e a seguire Torino Esposizioni, Murazzi e piazze auliche del centro. A quanto elencato possiamo aggiungere, spulciando nella lista di eventi del sito ufficiale del Salone del Gusto, l’utilizzo delle splendide residenze reali trasformate in location per eventi, dalla Mandria a castelli vari passando per i Musei Reali. (7)
Insomma, una gustosa scorpacciata di facilitazioni per il nostro amico Carlin Petrini. Certo, come in tutte le attività privatistiche che si rispettino, a fronte di uscite più o meno dirette vi sono delle entrate: per esempio per l’affitto degli spazi, che risulta essere particolarmente esoso. Quanto esattamente? Si va dai 2.500 euro per la bancarella ai 12.000 più IVA per lo stand da 25 mq. Considerando che gli stand sono stati tra l’ottocento e il migliaio nelle ultime edizioni, finalmente vediamo entrare un bel gruzzoletto. Bene! Teniamo a bada i facili entusiasmi e torniamo a citare l’ormai celeberrima delibera: “per gli spazi espositivi non permanenti, secondo quanto dovuto per legge, si rende noto che: gli spazi espositivi saranno gestiti dalla società Slow Food Promozione S.r.l.”. Evinceremmo da ciò che la manciata di milioni di euro finirà nelle casse di una delle molteplici società gravitanti intorno al brand a chiocciola. Anzi sembra che entrerà proprio nel portafoglio della società creata ad hoc per l’organizzazione dei grandi eventi del marchio (Cheese è l’altro esempio famoso citato sul loro sito).
Tutto ciò non stupisce certamente chi ricorda ancora il precedente storico della Carpano “elargita” al Compagno Oscar Farinetti dal fu Sindaco Chiamparino con la provvidenziale intermediazione di chi? se non di Carlin Petrini (che approfondiremo più avanti).

Buono, pulito, giusto: un brand di successo
Dopo aver adempiuto alla prassi marxiana partendo dalla struttura economica, resta da capire quale sia il succo della narrazione del cibo etico, e le sue origini storiche “di sinistra”. Già, perché di sinistra si tratta, anzi, di sinistra® come marchio che fa vendere sul mercato capitalistico. (8) 
Tutto nacque nel dicembre 1986, quando Gambero Rosso uscì come inserto de Il Manifesto: il loisir entra prepotentemente nel lessico della sinistra massimalista. Compagni, basta essere tristi! Abbiamo diritto al buon cibo abbinato ad un vino rosso di qualità, un appello che a me ricorda tanto le scena di un film ambientato negli anni 70 in cui alcuni pseudo-rivoluzionari consumano cene in ristoranti lussuosi bevendo bottiglie di gran classe, salvo poi scappare via di corsa in nome dell’esproprio proletario. Leggenda narra che qualcuno buttò via l’inserto, i lettori più intransigenti cominciarono a buttare direttamente il giornale. Le vendite però aumentarono, per cui la collaborazione proseguì con successo, e anzi diede il la a una commistione  tra le parole d’ordine della sinistra e una gauche caviar (anzi una “gauche écrevisse”) con conseguenze impensabili a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Chi avrebbe osato immaginare a quei tempi che uno dei guru della sinistra istituzionale del terzo millennio potesse essere un magnate della grande distribuzione alimentare, per quanto “buona, pulita e giusta”? (9)
Invece è proprio quel che è successo, con l’ultimo decennio del millennio scorso, che ha assistito al processo di normalizzazione  di una sinistra che per diventare di Governo ha dovuto mostrarsi adeguata alle richieste dei salotti buoni della società: e allora via alla svolta voluttuosa con gli chef che accedono a Palazzo al seguito del primo Presidente del Consiglio comunista della storia (altro che i cosacchi, arrivano i palati fini!).
La guerra fredda è finita, nel 1989 è caduto non solo il Muro di Berlino ma anche quello alimentare che divideva i tristi comunisti dell’Europa Occidentale dal piacere borghese: nasce nello stesso anno il «Movimento per la tutela e il diritto al piacere», ovvero la versione internazionale di Slow Food. Una lotta a tutto spiano contro la “fast life”, contro la frenesia moderna, a favore della qualità della vità e, ça va sans dire, dello sviluppo sostenibile. Con i laboratori culinari e la prima edizione del Salone Internazionale del Gusto a novembre 1996, l’associazione si pone come avanguardia mondiale a tutela della bio-diversità e “dei sapori tradizionali che stanno scomparendo”: si pongono le basi per la costituzione dei “Presidi Slow Food” negli anni Duemila, ovvero “interventi mirati per salvaguardare o rilanciare piccole produzioni artigianali e tradizionali a rischio di estinzione” (10)
Compagni progressisti, conoscete una causa più nobile della tutela del riso malgascio del lago Alaotra? Se oltretutto ci viene concessa la possibilità di svolgere attivismo sociale sorseggiando un buon bicchiere di rosso abbinato a formaggi d’alpeggio il giochino è fatto.
La logica slow sfonda nella comunicazione massmediatica, e Carlin Petrini ne è il suo guru: tutto ciò non può sfuggire allo scaltro Oscar Farinetti. L’imprenditore italico avanza un mezzo miliardo di euro dalla vendita di Unieuro (ricordate “l’ottimismo è il profumo della vita?” Ecco, da lì tutto ebbe origine) e vuole investirlo nel cibo: la base dell’impero sorge a Torino, per la precisione nello storico stabilimento della Carpano abbandonato a se stesso. Scelto da Oscar stesso dopo un rapido confronto con il Sindaco Chiamparino e la sua Assessora. Una delibera comunale del 2003 (sì c’erano sempre loro, e no, il “Sistema Torino” non esiste) apre la strada alla concessione di undici mila metri quadrati per sessant’anni tramite bando. Un bando estivo con un unico concorrente, come ci ricorda il libro di Pagliassotti (11), che permette al buon Oscar di usufruire dell’area in zona Lingotto in cambio della sua ristrutturazione e del pagamento dell’ICI. E di qualche scintillante vetrina che i nostri illuminati governanti possono rivendere come rilancio della città dopo il tracollo industriale. Un modello di sinergia pubblico-privato che verrà replicato a Torino con altri imprenditori e realtà (basti pensare alla colata di cemento, case e centri commerciali che il ventennale piano regolatore ha portato in dote al capoluogo piemontese), e che Farinetti replicherà con altri amministratori della sinistra di governo (vedi il progetto FICO Eataly World a Bologna, ottanta mila metri quadrati di tempio del cibo bio che si inaugurerà nel 2017).
Chi fece da intermediario tra l’imprenditore e l’Amministratore Chiamparino? Ovviamente Carlin Petrini, sfruttando i suoi buoni uffici e legami con entrambi. Eataly Torino inaugurerà il 26 gennaio 2007, in una data che possiamo sancire come la nascita della glorificazione capitalista del cibo “sano, buono e pulito” (lo ripeterò alla nausea, a mò di mantra, esattamente come accade sui siti ufficiali Slow Food): una esaltazione che vede in prima fila l’intellighènzia borghese radical-chic, che non si capacita della possibilità di ergere il proprio consumo etico a stile di vita da sfoggiare come vanto, ricordando un po’, e non per caso, gli hipster delle zone smart&cool della città, sapientemente descritte dal Professor Semi nel suo ultimo volume “Gentrification. Tutte le città come Disneyland” (12) (il parallelismo è calzante se visualizzate l’effetto luna park dei centri Eataly più vasti).
La narrazione è però inconfutabile, la grancassa mediatica incensa la capacità di trasformare il “Made in Italy” in un marchio di successo a livello mondiale: il passo da qui ad Expo2015 è breve, anzi brevissimo. 
Abbandoniamo Farinetti per il ritorno in scena del nostro Petrini, che nel 2009  si presta in prima persona alla realizzazione del masterplan del progetto “Orto globale” per una Esposizione Universale che nella versione milanese si presenterà sotto lo slogan “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. L’uomo di Slow Food si unisce a cinque archistar al fine di partorire un Expo verde e sostenibile. La sinistra va in brodo di giuggiole (sebbene sia l’accoppiata Formigoni-Moratti a guidare la candidatura meneghina) per l’unione perfetta tra un grande evento internazionale e le parole chiave progressiste. L’idea che alle porte di Milano si possa creare un immenso orto verde con tutte le coltivazioni immaginabili del globo terracqueo è davvero una visione alternativa dell’evento fieristico più antico della storia. E’ una terza via dell’ideologia capitalistico-alimentare che fa stropicciare gli occhi: peccato che già nel 2011 il Bie (Bureau International des Expositions) bocciò il “progetto visionario” delle ampie distese di terra in favore di una più potabile (per le multinazionali) architettura fatta di tecnologia e ampi spazi espositivi. E cemento, tanto cemento. Una distesa tale di cemento che rende inapplicabile la formula “verde e sostenibile”, e spinge Petrini a uscire dalla lista dei sostenitori dell’Expo… scherzetto! Ci avete creduto? Figuriamoci, nessuno potrebbe permettersi una sua uscita: la funzione di Slow Food è quella di garantire un ethical&social washing al capitalismo nostrano e internazionale. 
Da quel momento fino all’inaugurazione di Expo 2015, il nostro Carlin si costerna, s'indigna, s'impegna, poi getta la spugna con gran dignità (13); ma resta dentro, e anzi Slow Food entra a far parte dei promotori di “Expo dei Popoli”, ovvero, stando alla definizione ufficiale, “il forum della società civile e dei movimenti contadini costituito con l’obiettivo di rispondere alla sfida di nutrire il pianeta applicando i princìpi della sovranità alimentare e della giustizia ambientale.” Una bella sfida davvero per un padiglione relegato al fondo dell’esposizione, in una area di scarsa affluenza per ammissione di Petrini stesso, dove si arriva dopo aver percorso chilometri di luccichii ultra-capitalisti, ricchi premi e cotillon messi in palio dalle multinazionali che il pianeta lo stanno affamando, da McDonald alla Nestlè passando per la Monsanto. Quelle stesse multinazionali che tu stesso dici di combattere nella tua newsletter periodica per gli associati (14) proponendo articoli di valorosi eroi che si oppongono al capitale. 
Siamo sicuri che fosse questo il ruolo planetario con cui nacque Slow Food? Essere relegati nell’angolino della manifestazione dei potentati agro-capitalisti a urlare il proprio dissenso a dei cittadini, anzi a dei consumatori, che sono lì per fare l’esatto contrario di quella che è la tua ambizione? E’ un peccato, perché i principi sono senz’altro condivisibili, ma è la pratica a fare la differenza.
Perché se, come già detto, è corretto tutelare attraverso i presidi le specie a rischio sparse per il pianeta - la cartina relativa è suggestiva e permette anche di divertirsi per qualche minuto cliccando su nomi improbabili di cibi esotici (15) -, in questi vent’anni Slow Food si è semplicemente “dimenticata” di mettere in discussione i rapporti di produzione, se non attraverso placidi inviti alla tutela del contadino come se fosse una specie vegetale. Una associazione che partecipa a una Esposizione Universale che sfrutta il volontariato, o che distribuisce i proprio prodotti tramite la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) della filiera Eataly e Coop non può certo permettersi questo lusso: non vi sono pratiche rivoluzionarie all’orizzonte, se non quella di un consumo etico. Ma solo per chi se lo può permettere. 
E non è certo la forza lavoro dei supermercati l’unico settore “tralasciato” dalla patinata narrazione: lo stesso lavoro nei campi, così come la dinamica dei prezzi nel mondo dell’agricoltura, sono temi sui quali difficilmente Slow Food spende la propria capacità d’influenza. Per cui se mi viene richiesto il nome di una pratica di rottura in questo settore economico, mi viene più semplice e, questo sì più etico, pensare a esperienze come Genuino clandestino che puntano alla tutela non solo, e non tanto, dell’agricoltore andino, ma di una esperienza contadina che rimetta in moto il collegamento tra la città e la sua campagna, “per sovvertire le catene di distribuzione, ridurre la distanza alimentare, valorizzare le relazioni sociali, sensoriali e gustative. Per noi realizzare la sovranità alimentare nelle città significa difendere la piccola agricoltura contadina nelle campagne creando una relazione diretta tra chi produce e chi consuma.” (16) Amen.

Salone del Gusto 2016: “panem è circenses” (17)
Dopo questo lungo excursus storico-sociale, diventa francamente difficile approcciarsi al Salone torinese prossimo venturo con gli stessi occhi (o forse dovremmo dire con le stesse papille gustative?). Giovedì 22 settembre inaugura una esposizione in piccolo (oddio non così in piccolo) di tutto questo percorso, della narrazione slow e di tutte le sue contraddizioni. 
La prima a balzare agli occhi del cittadino a passeggio per il parco del Valentinon sarà quella relativa ai prezzi: i prodotti segnalati e valorizzati da Slow Food vedono incrementare il loro valore di circa il 30%, tagliando fuori di fatto la fascia più povera della popolazione. Quella che non disdegnerebbe il cibo sano, le verdure bio e le spezie asiatiche a condire la carne di animali cresciuti liberi nei prati. Peccato che la condizione di precarietà economica non glielo permetta: a fare la differenza non è l’etica ma il salario (non era a voi che piacevano i termini di sinistra?) e sotto un certo livello di reddito ti si aprono davanti, inesorabili, le porte del junk food, ovvero il cibo-spazzatura. Quello messo in bella vista nei templi del consumo, sugli scaffali dei centri commerciali che affollano le periferie torinesi. 
Giusto per ampliare la visione della città, consiglio ai visitatori del Salone di prolungare la propria passeggiata verso Barriera Milano, per deliziare i propri occhi con il panorama urbano della zona di via Cigna: una distesa infinita di discount e supermercati di ogni sorta che grida vendetta. Un susseguirsi di non-luoghi dove “il popolo” (anche questo termine troppo vetero per la vostra narrazione eh?) compra il solo cibo che si può permettere: citando la quarta di copertina del libro di Bukovski che ha indirettamente ispirato questa inchiesta, “cibo sano per i ricchi... e i poveri mangino merda”.
Oppure possiamo immaginarci le periferie accorrere in massa al Valentino nel prossimo weekend, ma giusto per “guardare e non toccare”: in una fase storica in cui il turbo-capitalismo tende a trasformarci da cittadini a consumatori, assistiamo in questo caso al triplo balzo carpiato per cui veniamo trasformati direttamente in spettatori, per giunta “paganti a propria insaputa” in cambio di qualche assaggino dispensato come elargizione di illuminati benefattori “buoni, puliti, giusti”.
O forse il popolo privo di capacità di consumo non è semplicemente contemplato in questa manifestazione, che fa dell’esaltazione del lusso uno dei principi cardine del proprio programma: cos’altro potrebbe ispirarci un evento la cui descrizione inizia con “Il ristorante Del Cambio di Torino è un luogo che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita.” (18)? 
Non ne comprendiamo il nesso, ma comprendiamo benissimo la fallacia di una retorica che punta a promuovere il lusso per tutti, in piena sintonia con una narrazione della città che per vent’anni ha esaltato le proprie vette di eccellenze, dal Politecnico al design passando appunto per l’enogastronomia, trasmettendo la (falsa) sensazione che fossero a disposizione di tutti. Mentre a disposizione di tutti vi erano, e vi sono, le scuole fatiscenti e i cibi scadenti, dato che gli investimenti sono destinati agli apici di ogni settore.
Eppure il popolo è presente in questa manifestazione, solo che è dall’altra parte del punto di osservazione: è nel “Migrantour Torino” (19), ovvero il giro per conoscere gli immigrati della città, “concentrati” nello storico mercato di Porta Palazzo. Sinceramente stento a comprendere la portata pedagogica di una passeggiata tra le bancarelle che frequento ogni sabato, per quanto il sincretismo di culture del mondo ivi presente sia merce rara. Ma davvero vogliamo considerare solidale un tour a pagamento con questo nome? “Sarete trasportati in un porto del meridione d’Italia entrando nel mercato ittico, per proseguire verso l’Asia, l’Africa e l’America Latina dei negozi che circondano la piazza.”: di fronte a una descrizione simile, stento a comprendere se le culture del mondo sono protagoniste del riscatto sociale o esposte come qualsiasi altra merce. Anche in questo caso, “guardare e non toccare”, perché l’esperienza sensoriale di un riso con carril de matapa può essere concesso solo nelle “cucine dal mondo Terra Madre”, incanalate in appositi eventi da 12 euro a piatto. Ed è qui che si completa il cortocircuito, con il passaggio dalla tutela solidale del presidio africano allo chef stellato (certo, africano, ma pur sempre stellato, per cui ad un prezzo accessibile ma non per tutti).
Resta una ultima collocazione per il popolo che vuole sentirsi parte dell’evento: il ruolo di volontario! Legambiente, in accordo con Slow Food, ci informa che la sostenibilità ambientale sarà garantita da chi presterà la propria opera gratuitamente per tutta la durata del Salone. Anche in questo caso, la citazione diretta della call pubblica rende perfettamente l’idea: “I volontari di Legambiente si occuperanno di gestire le isole ecologiche, indirizzando (…) al corretto riciclo e suddivisione dei rifiuti prodotti durante l’evento; avranno per cui un ruolo cruciale nella buona riuscita della manifestazione stessa perché partecipando come cittadini attivi, aiuteranno a portare avanti il concetto di 'buono, pulito e giusto'”. (20)
Vi avevamo avvertito che queste tre parole sarebbero state ripetute fino a rimbombarvi nella testa, ivi affiancate alla sostenibilità come causa nobile per richiedere del lavoro #gratis. L’ultimo paradosso di un grande evento che promuove l’ambiente e la sostenibilità sotto ogni punto di vista salvo quello economico: ciò che conta sono la raccolta differenziata, le posate biodegradabili e il compost gettato nel cestino giusto, mica la retribuzione di persone e spazi utilizzati.
Con buona pace di chi intravede ancora dell’etica dietro quelle tre paroline magiche.


2. Come descritto nel bilancio di esercizio 2014 di “Slow Food Italia”.
8. Ringraziamo Wolf Bukovski per la sua opera, dalla quale tanta ispirazione abbiamo tratto per la stesura di questa parte dell’inchiesta: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=21034
17. Wolf Bukovski colpisce ancora

4 commenti:

  1. A compendio di questo articolo - così lungo e approfondito tanto che meriterebbe di finire su Internazionale - ecco il documento completo del Coordinamento Verde Valentino - TerraMadre 2016

    https://drive.google.com/open?id=0B-ukBw3RddSFaFFTZGNETUZJV2lYRFNwZUhvUWZUMnJYMmVV

    RispondiElimina
  2. grazie della segnalazione del documento su questo blog anche, ne avevamo diffuso il testo solamente sulla pagina Facebook

    RispondiElimina
  3. Grazie mille della lettura illuminante!Magari avessimo articoli così sui nostri giornali quotidiani!
    Aggiungo anche che di poco sostenibile sono stati i tanti tagli di alberi-anche sani e giovani- nel Parco.
    Spero tanto che Appendino non ripeta la solita storiella Torinese..e che i Torinesi aprano gli occhi e non la bocca!

    RispondiElimina
  4. Gran pezzo, molto articolato e godibile. Bravo tex. mauriz

    RispondiElimina

Il commento ai post del blog di Sistema Torino è libero e non richiede registrazione. E' comunque gradita la firma. Commenti ritenuti inopportuni oppure offensivi verranno rimossi dagli amministratori