venerdì 26 febbraio 2016

Il libro nero delle Olimpiadi di Torino 2006 - intervista a Stefano Bertone

“Il Libro nero delle Olimpiadi di Torino 2006” è una lucida analisi della macchina organizzativa di grandi eventi come quelli olimpici, con un focus particolare su ciò che è successo a Torino. Un libro coraggioso, fatto di ricerche e denunce, in un contesto difficile, dove l’intera città e i suoi giornali avevano un approccio acritico nei confronti di questo grande evento.
Sistema Torino incontra l’Avvocato Stefano Bertone, uno degli autori del libro, per rivedere a distanza di anni quel che rimane oggi e ciò che è successo ieri.

Sono passati  dieci anni dall’uscita del vostro libro, un lavoro che oggi trova ulteriori conferme.
Per la maggior parte dei cittadini, influenzati da cosa hanno visto in città e letto sui giornali e visto su TG3 Piemonte, il ricordo di quei quindici giorni è largamente positivo, ora siamo famosi, siamo al centro del mondo, ecc. Purtroppo sono il prodotto di un omologazione dettata dai media, che fa dimenticare loro cosa è avvenuto nei 7 anni precedenti, a quale costo, e cosa è successo dopo. Noi oggi verifichiamo che è successo esattamente quel che preventivavamo dal 1997. E che a sua volta ci veniva insegnato dai fallimenti precedenti. Sia nella fase di candidatura che di realizzazione abbiamo lasciato tracce scritte nelle procedure amministrative, dando conto documentale e documentato di queste certezze e avvertendo che, sotto il profilo delle spese, si sarebbero potute profilare un giorno delle responsabilità contabili o penali per gli amministratori coinvolti.

Ciò che avete raccontato però è stato forzatamente relegato in un angolo, come spesso capita in questa città: anche la magistratura non si è mossa.
Il nostro sito è stato monitorato di continuo dalle forze di polizia, e noi siamo stati pedinati in occasione di alcune manifestazioni, per dire che la Procura di Torino sapeva esattamente cosa dicevamo e facevamo – ma in aggiunta abbiamo depositato esposti in magistratura, spiegando chiare ipotesi di reato, e nessun magistrato ci ha mai accolti o ricevuti. In una singola occasione un agente di PG senza alcun desiderio di fare domande approfondite mi ha sentito per sommarie informazioni, e stop. Alla fine, arreso, mi sono preso la soddisfazione almeno di inviare una copia del libro nero, per raccomandata, al procuratore Saluzzo, ora nuovo Procuratore Generale, che all’epoca coordinava quella materia. Come dire, non potete negare che vi avessimo informati. E tra le informazioni c’era quella che le sorti di una montagna di soldi pubblici venivano pilotate da un gruppo ristretto di persone di cui facevano parte… i rappresentanti delle stesse società private che ne avrebbero beneficiato qualche mese dopo e per numerosi anni!

Quindi non ci sono state inchieste su un evento di tale portata che iniziava già con una voragine nei conti?
Per principio non posso escludere che ci siano state inchieste penali o contabili importanti (qualche fatterello trascurabile è stato indagato), perché non ho accesso ai dati del registro generale della Procura, ma dal fatto che non se ne sia mai parlato deduco che sia così.
Questa è una carenza da parte della magistratura requirente torinese gravissima ed imperdonabile: le risorse, come sappiamo bene, ci sono sempre state e ci sono per indagare se si vuole, e qui non hanno voluto indagare, o processare. Certo che poi Chiamparino nelle interviste dice che si possono fare opere pubbliche “a posto” e cita Torino 2006, siccome non gli risulta che ci siano mai state inchieste al riguardo.
Per forza che può dirlo: è vero, le inchieste non ci sono mai state: ma capirete benissimo che questo non significa che non ci siano stati illeciti (ed infatti ne individuammo diversi), né esclude che vi siano stati reati!
Proprio l’inazione della magistratura nel caso Torino 2006 dimostra più in larga scala che non si misura cosa è giusto e cosa è sbagliato con le sentenze. Per me, oltre allo sperpero di denaro e ai danni ambientali, conta che si sia coinvolto il pubblico in un evento privato che portava e ancora porta con se retaggi dell’era nazista, che ha fatto sponsorizzare i momenti ‘culturali’ da un produttore di armi, che ha fatto entrare forzosamente nelle scuole la propaganda olimpica con tutti i suoi mega sponsor privati. Che non ha minimamente ricordato i morti nei cantieri.

Qualche recriminazione rispetto al vostro lavoro?
Senz’altro abbiamo esagerato: le risorse personali investite in Nolimpiadi! sono state ingenti. Per il resto, quel che dovevamo e potevamo fare l’abbiamo fatto, spero solo che il pubblico si mantenga indipendente nelle proprie opinioni, come fa con il TAV, e che legga sorridendo i vari articoli di stampa in cui oggi, diciannove anni dopo l’inizio del progetto di Torino 2006, si criticano i costi dei vari impianti inutilizzati.
Spero che si ricordino i nomi delle persone e delle società che hanno sponsorizzato e sposato tutto questo – i due giornali torinesi in prima linea - e che oggi parlandone sperano di essere visti come esecutori di una cronaca attenta: quelle cose noi le scrivevamo sul nostro sito, da loro lettissimo, già nel secolo scorso, e non le hanno mai riportate. Per fare un parallelo, è come se in ipotesi dovesse costruirsi il TAV Torino Lione e un giorno Fassino, o Esposito, o Bresso, o Ghigo, fate voi, si lamentassero per l’inutilizzo della linea.

giovedì 25 febbraio 2016

Decennale olimpico: Sistema Torino a confronto con Pagliassotti




Sistema Torino continua nella propria missione e porta nuovi contributi alla causa olimpica, ovviamente con lo stile che lo contraddistingue. Oggi abbiamo deciso di guardarci allo specchio e porre alcune domande (quelle che ricorrono più spesso in tempi di entusiastico decennale) ad uno dei nostri fondatori, Maurizio Pagliassotti, ora attivo su altri progetti, che nel 2006 e negli anni precedenti fu uno dei più attenti giornalisti analisti critici della questione olimpica.

Proviamo ad uscire dall'incanto che ci vuole cittadini felici spettatori di un rilancio della città fatta di fuochi d’artificio ed eventi internazionali, e proviamo a vedere le colorate adunate di piazza attraverso un altro punto di vista. L’amico Paglia non poteva che essere il miglior fornitore di questo diverso cannocchiale.

Le Olimpiadi hanno cambiato il volto della città ed hanno reso il torinese simpatico ed aperto al mondo (Evelina dixit): cosa ne pensi?

Penso che sia una maleducata. E’ un’idea offensiva, profondamente. Lo sa la signora che a Torino negli anni ‘60 c’era il maggior numero di sale da ballo pro capite d’Italia? Secondo questa irrispettosa teoria è esistito un tempo in cui i torinesi erano tristi, infelici e grigi. Interessante. E come mai lo sarebbero stati? Forse perché gli Agnelli volevano una città concentrata solo sul produrre pezzi di ferro? L’idea per cui le olimpiadi sono state importanti “perché hanno cambiato mentalità” è un escamotage retorico per spostare l’attenzione dal disastro materiale, questo sì accaduto, su vaghe mete psicologiche culturali.

Non credi che dopo la scomparsa della one-company-town fosse necessario adottare nuovi modelli socio-economici, che sembrano vincenti altrove? 

Il modello vincente di cui si straparla a Torino è basato sullo sfruttamento della rendita da parte delle nuovi generazioni. Non ci fossero i risparmi, gli appartamenti e i garage da affittare, il gruzzoletto accumulato dalla generazione che ha lavorato in fabbrica Torino, e tutte le altre città che tentano questa trasformazione, il tessuto sociale sarebbe collassato da tempo. Nonché gli ultimi rimasugli di stato sociale: migliaia di lavoratori della Fiat, quella del cambiamento psicologico di Torino, sono in cassa integrazione da anni. Chi tiene in piedi Torino sono le ultime fabbriche sopravvissute, i nonni e lo Stato: il resto puntella qua e là questa impalcatura. Il turismo in particolare, ha dimensioni così piccole da risultare accessorio. Certo è un settore che tira ma sostenere che sia sostitutivo della manifattura è privo di senso.

Contestare il pareggio di bilancio e “buttarla sul debito” ogni volta che si parla di Olimpiadi non è un corto-circuito ideologico? 

Per un socialista lo sarebbe. Ma il problema è che il socialismo non è più tecnicamente possibile, nemmeno le forme più blande. La privatizzazione del sistema bancario, l’euro, e le leggi di bilancio sovranazionali hanno trasformato il concetto stesso di debito. Il debito oggi lo paghi tutto, il debito è in ogni caso privato a non più pubblico, e lo paghi con i beni dei cittadini. Compito della politica dovrebbe essere quello di non fare debito e nel caso ridurlo senza vendere posate e lenzuola: troppo complicato. Soprattutto a Torino.

Torino è la Capitale della disoccupazione giovanile: cosa avremmo potuto fare se non investimenti in grandi opere che creano occupazione? 

Gli impianti olimpici marciscono: a spanne sono stati buttati un miliardo di euro. Idem sarà, ma moltiplicato per 25 e su scala nazionale, con l’alta velocità: totalmente inutile. Con un miliardo di euro crei un sistema educativo pubblico d’eccellenza, investi sulle periferie seriamente. Valorizzi il futuro stesso. Hanno preferito fare una festa di quindici giorni per poi dire che vengono i turisti. In ogni caso grandi opere e grandi eventi sono volutamente disastrosi. Sono potenti meccanismi estrattivi, trivellazioni del patrimonio pubblico. Come diceva Friedman è necessario creare una perenne situazione di crisi debitoria per privatizzare tutto. Così è stato e così sarà.

I Grandi Eventi portano turismo e rilanciano la città come luogo dei servizi: cosa vedi di sbagliato in questo paradigma? 

Torino, come l’Italia, ha un cancro che la sta divorando. E’ il cancro della globalizzazione. Olimpiadi e grandi eventi sono farmaci palliativi. Sul cancro che ci sta divorando si dovrebbe incidere profondamente con leggi locali, nazionali e sovranazionali. Preferiscono dare acqua e zucchero e dirci che tutto andrà bene.

Paglia, parliamoci chiaro: in Piazza in questi giorni ci sono e ci saranno migliaia di persone entusiaste che riempiranno la città di giubbotti colorati, vecchi e nuovi volontari che si spendono per il grande sogno collettivo. Perché dobbiamo invece proporre una visione depressiva della città e del futuro dei suoi abitanti? 

Concordo e rilancio citando la teoria delle catastrofi: quando sei in una catastrofe la soluzione migliore per uscirne è entrare dentro una catastrofe più grande.

martedì 23 febbraio 2016

Ceci n'est pas une privatisation

Che cos’è una Privatizzazione? Cosa significa privatizzare un bene comune? 
L’indagine lessicale, al limite tra sarcastico e il didascalico, muove da quanto sta accadendo all’Assemblea Cavallerizza 14:45, accusata di fare uso privatistico degli spazi di Via Verdi dai consiglieri comunali Luca Cassiani e Maurizio Marrone (PD e Fratelli d’Italia), i quali lunedì 22 febbraio hanno depositato una richiesta d’interpellanza al Consiglio Comunale circa gli ultimi eventi avvenuti negli spazi della Cavallerizza. L’improvvisa attenzione da parte dell’Amministrazione su quanto avviene lì dentro e l’accusa di utilizzo privatistico del bene ci provoca stupore e un pizzico d’ilarità, considerando che ci troviamo di fronte ad un’Amministrazione Pubblica che ha messo in vendita l’intero complesso storico dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. 
Usanza comune, quella della svendita, che non riguarda solo Cavallerizza ma una serie di edifici di proprietà pubblica il cui valore supera i 60 milioni di euro. 

Nei ventuno mesi di occupazione da parte dell’Assemblea Cavallerizza 14:45, Sistema Torino ha sempre sostenuto l’Assemblea per affinità ideologica con le istanze promosse, collaborando e partecipando ai momenti di confronto. Come noi sono tantissime le personalità cittadine di rilievo, le realtà e i movimenti che hanno appoggiato e supportato l’iniziativa,  prendendone parte in prima persona e come singoli cittadini. Sistema Torino ha le idee chiare circa il significato di “privatizzazione” e di "uso privatistico” di un bene: è un tema che ci è caro, che abbiamo sviscerato, approfondito e raccontato in più occasioni e attraverso mezzi comunicativi differenti, dal teatro agli articoli d’approfondimento, dagli incontri pubblici ai dibattiti. 

Crediamo che in circostanze così grottesche sia doveroso porre delle domande per dare modo a tutti di riflettere ed esprimersi su un tema centrale in città: la vendita del patrimonio pubblico. E’ tema che ci riguarda tutti, in quanto beni comuni, per antonomasia “proprietà della collettività”.
Siamo altresì convinti che la gestione di un bene comune debba rispettare i criteri di massima accessibilità,  eterogeneità,  totale apertura decisionale e gestione condivisa.

Chi pensasse, come il consigliere Cassiani, che occupare significa privatizzare escluderebbe automaticamente l’idea che un metodo inclusivo e partecipativo giochi alcun ruolo nella gestione di un bene comune.  Chi pensasse, come il consigliere  medesimo  ha spesso tenuto a ribadire a mezzo stampa, che l’Assemblea, in quanto spontanea ma informale aggregazione di cittadini, non possa costituire un interlocutore per le istituzioni poiché soggetto non giuridicamente costituito,  deve allora spiegare perché invece riconoscerebbe implicitamente un ruolo ben più incisivo ai soggetti di diritto privato, escludendo automaticamente un soggetto collettivo come meritorio di riconoscimento perché non formalizzato attraverso atto pubblico. 

Poniamo quindi, per seguire questo ragionamento, che l’Assemblea, da libera e aperta quale è ora, si trasformasse in un soggetto giuridico privato, con tanto di rappresentante legale e quota associativa: sarebbe forse più legittima l’azione dei cittadini all’interno degli spazi reali? E tanto per porre e porci la classica domanda giornalistica: cui prodest?

A questo proposito ci concediamo il beneficio del dubbio e chiediamo se non siano piuttosto l’apertura totale dei processi decisionali, l’accessibilità e la biodiversità ideologica a garantire che un bene produca il beneficio massimo per la comunità. 
L’ordinamento giuridico italiano, inadeguato a questi contesti, non prevede una forma che contempli simili condizioni, sebbene siano oggi numerosi i tentativi di normazione adeguata. Formule innovative che si discostano dai dispositivi - privati - dell’associazionismo classico e che riescono a tradurre sul piano formale le istanze collettive e la volontà di gestione, dal basso e partecipata, di un bene comune. Numerose sono comunque le esperienze italiane di gestione condivisa di beni comuni, dalle delibere di uso civico (Ex Asilo Filangieri di Napoli) ai patti di collaborazione tra cittadini e amministrazione pubblica dei Regolamenti comunali dei beni comuni (di cui anche la Città di Torino si è dotata). Numerose sono le realtà europee che sono riuscite a creare insieme alle amministrazioni locali un quadro istituzionale tale da dare riconoscimento e  mantenere, allo stesso tempo, il carattere aperto e la valenza dei singoli cittadini in quanto persone fisiche, nella partecipazione ai momenti decisionali. Certo, si tratta di processi più impegnativi dell’auto-legittimazione attraverso la forma associazionistica, più faticosi dell’automatico riconoscimento per atto pubblico. Processi laboriosi perché innovativi ma che noi crediamo valga la pena intraprendere.

Abbiamo visto e partecipato a tantissime iniziative promosse da Assemblea Cavallerizza 14:45, contenitore di incontri, dibattiti ed eventi legati a tematiche artistiche e sociali che rivendicavano differenti bisogni: dalla lotta per una cultura libera ed accessibile a quella per la casa, per l'acqua pubblica, per l’istruzione e per la tutela del territorio. Abbiamo visto rivendicare diritti dei migranti, dare spazio alla lotta No TAV, abbiamo visto esprimere solidarietà alla Palestina, costruire spazi per l’uguaglianza di genere e promuovere la legalizzazione della canapa. Crediamo che tra i maggiori meriti di Assemblea ci sia l’aver ambito a divenire centro delle resistenze cittadine, convogliando all’interno del suo percorso tutte quelle realtà e tutti quei movimenti (noi compresi), che si incontrano di fronte ad un unico obiettivo condiviso: difendere il bene comune dalla privatizzazione e dalla speculazione.

Ci attendevamo una risposta da parte di Assemblea Cavallerizza 14:45 alle accuse ricevute; che immancabilmente è arrivata martedì 23 febbraio tramite un comunicato stampa pubblicato sul suo blog (https://cavallerizzareale.wordpress.com/2016/02/23/22-febbraio-2016-comunicato-stampa/). Siamo altrettanto sicuri che l’Assemblea saprà smentire anche nella pratica ogni illazione, mostrando nuovamente la sua forza nella dimensione partecipativa, collettiva, libera e aperta a tutti (cittadini, associazioni, collettivi, comitati e movimenti). Ce lo auguriamo proprio perché non ci piacerebbe assistere ad una goffa e parodica fine dell’esperienza di Assemblea Cavallerizza.

Domenica 28 febbraio alle ore 18:30 in Cavallerizza si svolgerà l’assemblea pubblica cittadina, che anche di questi argomenti tratterà (https://cavallerizzareale.wordpress.com/2016/02/23/28-febbraio-2016-assemblea-cittadina/) e alla quale invitiamo a prendere parte.

lunedì 22 febbraio 2016

OLIMPIADI 2006 - ERA QUI LA FESTA?

Sono passati dieci anni dalle Olimpiadi invernali e Torino si appresta a una serie di eventi amarcord, per ricordare la febbre di quei giorni.
Noi, soliti guastafeste, vogliamo guardare -  oltre le ubriacature -  alla vera eredità delle olimpiadi. Un buco nero economico che i torinesi pagheranno ancora per molto tempo. Impianti costruiti e smantellati per inutilizzo, dopo aver chiaramente devastato montagne pieni di amianto.


E' facile fare queste analisi 10 anni dopo, voi direte. Non è così, i segnali del fallimento economico e del non sviluppo c'erano già, prima e pochi mesi dopo l'ubriacatura collettiva.

Vi proponiamo quindi una lunga inchiesta dell'amico Maurizio Pagliassotti che ha scritto per Diario nel luglio 2006. Buona lettura.


Diario, 10 luglio 2006

ERA QUI LA FESTA?
di Maurizio Pagliassotti

Il giorno prima della cerimonia d'apertura dei XX Giochi olimpici un gruppo di duecento anarchici sfila assediato da massaie, pensionati e automobilisti che gli vomitano addosso odio viscerale. In testa al corteo uno striscione: «Torino 2006, devastazione e saccheggio» In alcuni momenti le forze dell'ordine trattengono la folla che lincerebbe i manifestanti per la semplice ragione che esistono, che rompono, che rovinano la festa.

La città in quei giorni era colorata di rosso, il presidente della Repubblica girava su Maserati facendo ciao ciao con la mano, il sindaco Chiamparino vestiva un cappotto nuovo, le bionde ucraine e i biondi statunitensi provocavano diffuse epidemie di torcicollo. La madre di tutte le feste oltre a travolgere gli anarchici faceva anche cospargere di cenere il capo ai critici, ai diffidenti, ai torinesi bugianen doc. Alla fine tutti, ma proprio tutti, sono scesi in strada e sono andati a casa Sassonia a mangiare un wuberone a 7 euro, oppure si sono buttati nel centro di Torino a fare la «notte bianca». Perfino Gianni Vattimo si è pentito. Prima aveva dichiarato che se ne sarebbe andato dalla città schifato, poi il rapido dietro front. Due settimane di bagordi. E di promesse: Torino sarà..., Torino non sarà mai più..., oggi nasce il futuro., da domani il nostro impegno. Ma le capriole del destino talvolta sono singolari. Chi avrebbe pensato quattro mesi fa, a braciere olimpico appena spento, che il rilancio della città postindustriale, postoperaia, posttutto, sarebbe arrivato dalle vecchie tute blu, dal coraggio degli enti locali, dagli ingegneri travet dei centri ricerche, e da una dirigenza che ha strappato la Fiat al coma in cui era precipitata? E ancor più chi avrebbe immaginato che Torino 2006 si sarebbe rivelata come una lama affilatissima su cui pattinare da incerti principianti ancora un po' ubriachi? Fine giugno 2006. Nubi scure si ammassano sulle montagne olimpiche.

Il primo fulmine arriva a maggio. A sorpresa la Fiat vende la sua quota della Via Lattea Spa (circa il 50 per cento controllato attraverso la Sestriere Spa, la restante parte appartiene alla Regione Piemonte) a due imprenditori semisconosciuti. La Via Lattea è un comprensorio di piste, alberghi e campi da golf che ha come centro il colle del Sestriere. Essa ha un piccolo valore economico ma un grande significato simbolico: è infatti un'invenzione di Edoardo Agnelli, padre di Gianni. È come se la Fiat vendesse la Juventus. Ad appena tre mesi dalla fine dei giochi, da tutti percepiti come un «regalo» di Gianni Agnelli a Torino, il gruppo si disfa di un pezzo di storia per 25 milioni di euro, gettando nello sconforto gli operatori locali. Il professor Daidola, docente di economia del turismo all'Università di Trento, commenta così l'operazione: «Se devo essere sincero ci vedo qualche ombra di speculazione» . Perché? La riposta forse si può trovare nel fatto che i bilanci della Via Lattea sarebbero da anni in rosso, e la cura da cavallo olimpica non avrebbe dato risultati.

Secondo fulmine.
Un giro tra gli impianti olimpici di Sestriere, Cesana Torinese e Pragelato evidenzia una situazione di abbandono e trascuratezza imbarazzanti. Qualche poliziotto privato vaga tra cumuli di reti arrugginite, cavi abbandonati, mucchi di macerie, rifiuti, sacchi di cemento aperti, transenne divelte, vetri in frantumi e macchinari abbandonati. Nella pista di bob di Cesana Torinese gironzolano cani randagi e il taboga di cemento in cui scendono gli atleti è divenuto una specie di discarica dell'immondizia. Questa situazione è dovuta al fallimento della Consortium, una società mista italocinese vincitrice degli appalti riguardanti la realizzazione e la rimozione delle strutture temporanee nei siti olimpici (tende, gazebo, impalcature). Incredibilmente nel giugno 2005 il Toroc appalta questi lavori, 21 milioni di euro di valore, a un'azienda nata da quattro mesi e con un capitale sociale di appena 10 mila euro. La Consortium subappalta i lavori a 201 aziende, quasi tutte locali, che operano in situazioni disastrose: «Senza progetti e referenti, nel caos assoluto», dicono. Toroc e Consortium chiedono un aumento dei ritmi lavorativi e i costi iniziano a crescere con decisione. A dieci giorni dai giochi Consortium non ha più fondi, ma il Toroc per non rischiare un flop planetario garantisce «che tutto sarà sistemato». Oggi le ditte subappaltatrici hanno in mano fatture inevase per 6 milioni di euro, e nel baratro sono finite 1.500 persone. Toroc non sembra intenzionato a pagare ulteriori denari (che non ha). Anzi, rivendica «un piccolo credito» da parte di Consortium. I lavoratori, oltre a sospendere ogni compito nei siti olimpici, si riversano a Torino per chiedere il pagamento del dovuto. Gli enti locali temporeggiano, ma non promettono nulla.
Qualcuno pagherà. Chi?

Terzo fulmine.
Mancano i turisti. Da un'indagine dell'Ires (Istituto ricerche economico-sociali) del maggio 2006, risulta che la situazione del turismo a Torino e in Piemonte sia pessima. In città e nei siti olimpici nei primi tre mesi post-giochi vi è stato un tracollo di presenze turistiche, con prospettive infauste anche per il futuro. Qualcuno ha smentito con forza, ma senza portare numeri seri. Effettivamente da un giro di telefonate in data 25 giugno presso gli alberghi di Sestriere, Cesana Torinese e Claviere (siti olimpici) si evince che tutti hanno ancora ampia disponibilità di posti letto nella settimana di ferragosto. Indicativi anche i sentimenti dei commercianti delle maggiori località vacanziere interessate dai giochi: disillusione e rabbia. «Non c'è stato alcun effetto olimpico. Anzi, abbiamo perso una parte del turismo torinese legato alle seconde case, perché molti non hanno accettato quelli che considerano scempi paesaggistici», sostiene un barista di Cesana Torinese.

Quarto fulmine.
Il patrimonio professionale di Toroc 2006 è in dissolvimento: dei 250 assunti a tempo indeterminato (ma all'apice dell'impegno si sono raggiunte, con gli atipici, le 1.600 unità operative) solo 120 verranno, forse, riassunti dalla fondazione che dovrà gestire il postolimpico. Le attrezzature tecnologiche (computer, stampanti, telefonini etc.) che dovevano essere rivendute per fare cassa dopo la fine dei giochi o sono state depredate durante i primi caotici giorni postevento, oppure giacciono in polverosi depositi, il tutto per un valore di 300 mila euro.

Dopo quattro fulmini di avvertimento potrebbe arrivare la tempesta vera., ovvero il futuro dei megaimpianti sportivi. Le prime avvisaglie che il dopo sbronza olimpico sarebbe stato duro giungono quattro mesi prima dell'inizio di Torino 2006, attraverso una ricerca sulle prospettive di gestione postgiochi eseguita dal centro studi Omero. I risultati sono inquietanti: a pochi mesi dall'accensione della fiamma gli enti locali litigano per avere un ruolo il più limitato possibile nel dopo Olimpiadi. Hanno già capito che i megaimpianti genereranno delle voragini di bilancio non sostenibili, soprattutto per i Comuni minori. Infatti un secondo studio preparato dal Politecnico di Torino sentenzia: «Regione, Provincia e comunità locali dovranno affrontare problemi ardui e complessi di riuso, completamento e gestione dopo la celebrazione dei Giochi. In carenza di adeguate soluzioni le infrastrutture potrebbero andare in rovina come già accaduto in passato a quelle di Italia 61 (costruite a Torino nel centenario dell'Unità d'Italia, ndr)». Gli amministratori reagiscono con un profluvio di dichiarazioni ottimistiche: faremo, realizzeremo, costruiremo. Le ricerche sono opera di gufi, dicono.

A due mesi dall'inizio delle Olimpiadi iniziano a girare i sussurri di un possibile abbattimento degli impianti di bob-slittino (Cesana Torinese) e salto dal trampolino (Pragelato) qualche tempo dopo i Giochi. Il primo a sparare la cannonata è l'ex amministratore delegato della Juventus Antonio Giraudo, uno che al tempo poteva dire tutto quello che voleva. Cade il cielo, tutti si indignano, si sprecano i soliti imperativi categorici: mai, impossibile, è gravissimo, sarebbe la profanazione di un simbolo.

Desideri di tritolo?
Inizia un tormentone portato avanti dal trio Bresso (Regione), Chiamparino (Comune) e Saitta (Provincia): «Lo Stato non può abbandonare opere su cui sono state investite centinaia di milioni di euro». Il Piemonte, da tempo la regione più assistita d'Italia, batte cassa per il postolimpico, e lo fa anche con velate minacce (poi definite «provocazioni»), perché dopo Giraudo anche Mercedes Bresso esprime desideri di tritolo per il futuro della pista da bob e slittino. Originariamente i piani però non erano questi. Il presidente del Toroc Valentino Castellani sostenne in tempi remoti che i soldi sarebbero arrivati dagli utili delle Olimpiadi, tanti da mantenere per alcuni anni gli impianti. Le Olimpiadi invece si sono chiuse con un buco di bilancio di 41, altri sostengono 31, milioni di euro. Di per sé questa cifra è un successo se rapportata alle passate edizioni dei Giochi olimpici. Anche in questo caso però i numeri celano interpretazioni diverse. Nel 1999 le previsioni di spesa di Torino 2006 erano pari a circa 600 milioni di euro mentre a Olimpiadi concluse alla voce totale si può scrivere 1.720. In tale computo si inseriscono anche lavori per la costruzione di strade, villaggi e impiantistica: tutte opere correlate all'evento olimpico. Lo Stato, il soggetto più volte chiamato a «impegnarsi per un buon riutilizzo degli impianti», ha quindi già coperto i buchi di bilancio olimpici in fase di esecuzione lavori. Cosa di per sé dubbia in quanto il Toroc è un soggetto giuridico privato e quindi di fatto impossibilitato a ricevere denari pubblici. Mistero. Il ghiaccio costa. È dunque improbabile che dal governo, magari attraverso il Coni, possano essere indirizzati ulteriori fondi verso il Piemonte. L'ultima riunione svoltasi a Roma tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, il sindaco di Torino Chiamparino e l'assessore regionale Andrea Bairati si è conclusa con un nulla di fatto. I rappresentanti locali hanno ottenuto una vaga promessa di riconvocazione, mentre sul tema soldi «non si è avuto tempo di discutere». Mentre Roma prende tempo gli enti locali fanno i conti e «scoprono» una ferrea legge economica: dopo la conclusione delle gare tutte le megainfrastrutture olimpiche diventano divoratori di risorse economiche. E particolarmente fameliche sono quelle legate agli sport invernali. La produzione e il mantenimento del ghiaccio sono attività economicamente molto impegnative. Inoltre, all'aumentare dell'utilizzo degli impianti sportivi legati al ciclo del freddo, i costi di gestione crescono in maniera più che proporzionale rispetto alle entrate. Ovvero più li si usa e più si perde. Chi dovrà gestire questi problemi sarà la «Fondazione 20 marzo 2006». Di essa si sa ancora poco e questo è già indicativo del tempo perso (la fondazione che gestì il postolimpico di Barcellona 1992 nacque con due anni di anticipo rispetto ai Giochi). Forse dovrebbe iniziare a lavorare a ottobre. Il patrimonio postolimpico da valorizzare è pari a 500 milioni di euro e comprende i maggiori impianti sportivi e non (villaggi di montagna) costruiti per Torino 2006. Ogni anno tali impianti avranno costi di gestione pari a 19.122.322 euro. Non è dato sapere invece quali saranno le entrate, in quanto la Regione Piemonte ha preferito omettere dal documento richiesto la colonna relativa alle entrate.


Fallimento o più tasse. È certo però che per i primi cinque anni la fondazione dovrà coprire un buco di bilancio tra i 6 e gli 8 milioni di euro. Con questo dato si capisce l'importanza dell'assetto societario. L'ipotesi attuale prevede il 75 per cento suddiviso tra Regione, Provincia e Comune di Torino, mentre i Comuni come Torre Pellice (palahockey), Cesana Torinese (bob) , Pragelato (salto) ecc. avrebbero in dote l'I percento a testa. Questa idea è fortemente avversata dai sindaci in quanto genererebbe voragini non sostenibili nei ridotti bilanci comunali (che potrebbero portare gli amministratori o a dichiarare fallimento, improbabile, o a un aumento degli introiti fiscali, vedi lei). Il sindaco di Cesana Torinese Roberto Serra propone che le quote partecipative della fondazione vengano calcolate in base ai bilanci annuali generali degli enti associati. Il vantaggio per i piccoli Comuni sarebbe lampante, in quanto la loro quota diverrebbe qualcosa di molto vicino allo zero virgola zero. In questo contesto organizzativo nebuloso alcuni impianti appaiono destinati all'oblio mentre altri, che si inseriscono all'interno di un tessuto storico sportivo importante, hanno possibilità di essere valorizzati. È il caso, forse, del nuovo palahockey di Torre Pellice che genererà una perdita di bilancio, secondo il sindaco Claudio Bertalot, tra i 300 e i 400 mila euro annui, ma che potrà sfruttare le potenzialità di un territorio molto legato all'hockey professionistico. Come riempire il capannone. Per gli altri, come si dice su queste montagne per altre ragioni, sarà dura. Il Palaisozaki, il mega capannone polivalente di Torino opera del famoso architetto giapponese Arata Isozaki, costato 87 milioni di euro, per avere un piccolo utile dovrebbe ospitare due appuntamenti settimanali da diecimila persone per tutto l'anno. Avrà un costo di 3-262.138 euro annui. Il palahockey di Pinerolo, costato 12 milioni di euro come quello di Torre Pellice, dovrebbe diventare il centro nazionale italiano per il curling. Le spese di mantenimento annuali saranno di 1.273-480 euro. Situato a 10 km dai due palazzetti del ghiaccio di Torre Pellice (oltre al nuovo esiste un impianto più modesto ma funzionante costruito dopo l'alluvione del 2000), difficilmente riuscirà a vivere solo con il curling che, come noto, ha un numero di praticanti ridotto.


Le due infrastrutture più esposte a incerto futuro sono comunque la pista di bob-slittino di Cesana Torinese e il trampolino di Pragelato, due esempi di gigantismo italico. lronizzando si potrebbe dire che il terzo, uno dei tanti della storia italiana, è vecchio di sessant'anni e si trova a 3100 metri di quota. È il forte dello Chaberton, un'opera ciclopica costruita durante il fascismo. Da qui gli strateghi militari che dovevano conquistare la Francia fecero partire l'attacco nella notte del 21 giugno 1940. Venne centrato e distrutto dall'artiglieria francese il 22 giugno. Da lassù ci si affaccia sulla Val Susa e subito si nota nel fondovalle una specie di voragine grigia, enorme, dentro un bosco di larici. È la pista da bob di Cesana Torinese, costata 80 milioni di euro e oggi, di fatto, semiabbandonata. Il sindaco non nasconde le preoccupazioni legate all'ingombro fisico, economico e ambientale dell'impianto (è presente infatti una vasca che contiene 48 tonnellate di ammoniaca per il raffreddamento della pista), e lamenta la mancanza di un lavoro organizzativo adeguato che avrebbe dovuto svolgersi negli anni passati, oggi non ancora iniziato. La soluzione, sempre secondo Roberto Serra, potrebbe essere un ulteriore investimento, da parte di chi non si capisce, di ulteriori 4-5 milioni di euro per la creazione di uno snow park, una cittadella del divertimento montana. Centri commerciali, discoteche, alberghi, resort, bar, cementificherebbero ancora un po' questa montagna per «valorizzare la pista di bob e quella di biathlon poco distante». Come questo investimento possa «valorizzare la pista» è dubbio, dato che il bob è una dispciplina sportiva molto tecnica e pericolosa. Inoltre, è riconosciuto che il tracciato di Cesana Torinese sia uno dei più difficili al mondo, non sfruttabile quindi per un uso turistico di massa. L'idea entusiasma invece il sindaco di Torino Sergio Chiamparino che sogna «di vedere sfrecciare il sabato e la domenica le famigliole». Sogni o incubi futuribili. Per il momento il mancato coordinamento tra enti locali, sponsor e Rai ha portato alla paradossale situazione che la prossima Coppa del mondo di bob non farà tappa a Cesana Torinese. Stessa cosa per lo sci che, per la prima volta dopo anni, non si fermerà al Sestriere. I giganteschi trampolini verdi di Pragelato, costati circa 30 milioni di euro, si trovano a 300 chilometri da quelli di Albertville, sede dei giochi olimpici invernali del 1992. L'impianto francese non ha avuto fortuna e genera ogni anno una perdita di circa 200 mila euro. Per quello di Pragelato, invece, il futuro potrebbe essere diverso, in quanto già questa estate dovrebbero svolgersi alcuni eventi traino che porterebbero a un uso più intenso durante !'inverno. I costi di manutenzione sono poi dimezzati rispetto alla pista da bob di Cesana Torinese e si fermano a U61.226 euro. La Fisi (Federazione italiana sport invernali) ha assicurato che Cesana Torinese e Pragelato diventeranno i luoghi ufficiali di allenamento delle nazionali di salto, bob e slittino. Purtroppo il numero di utenti professionisti è molto scarso e la creazione di bacini d'utenza in settori così specializzati richiederà molti anni. Basteranno i soldi delle federazioni a coprire gli alti costi necessari al mantenimento di questi impianti? No. Lo stadio è inadatto. In ultimo anche la promozione del Torino Calcio in serie A sta creando problemi. Lo stadio olimpico, che non farà parte del patrimonio della fondazione, èstato giudicato non adatto dalla squadra torinese che ha richiesto nuovi lavori di adeguamento. I dirigenti granata sostengono che il Toro in serie A avrebbe un'affluenza di pubblico allo stadio superiore ai ventisettimila posti disponibili. La società ha fatto ventilare l'ipotesi che in futuro si possa costruire a Torino un nuovo stadio, l'ennesimo, finalmente capace di contenere l'entusiasmo dei tifosi.

Le Olimpiadi sono state definite nell'euforia della festa un successo. Sicuramente sono state un investimento economico ad alto rischio fatto da privati con denari pubblici.
Il Comitato olimpico di Los Angeles 1984 è stato l'unico nella storia dei giochi a scegliere di ricevere fondi solo da privati, in questo modo la costruzione di nuove infrastrutture fu limitata e assennata. I Giochi statunitensi di ventidue anni fa sono gli unici, a oggi, a non essere stati un fallimento economico.

giovedì 11 febbraio 2016

INCHIESTA CASE AI ROM: LE RISPOSTE DI TERRA DEL FUOCO E DEL COMUNE

Lungo  Stura Lazio, 19 novembre 2015
Lo scorso pomeriggio ho partecipato alla prima conferenza stampa della mia vita. Dato il prestigio del battesimo personale, ho indossato la mascherina anti-smog elegante, sono salito sulla mia Vespa rispolverata a lucido per l’occasione e mi sono recato nel prestigioso studio dell’Avvocato Giampaolo Zancan, difensore di Alotto e per estensione dell’operato di Terra del Fuoco. Di fronte ai giornalisti presenti, il Presidente ed il tesoriere Matteo Saccani, in presenza dell’Avvocato stesso, hanno aperto il loro “archivio delle rimostranze” nei confronti del Comune facendo un excursus storico del progetto “La Città Possibile”, nato in seguito ad un bando europeo di evidenza pubblica relativo allo sgombero di alcuni campi rom ed al reinserimento sociale delle famiglie presenti all’interno. Causa scatenante della conferenza è la notizia di indagine da parte del pm Padalino, nata da un esposto portato in Consiglio Comunale (ed in procura) da Maurizio Marrone (Fratelli d’Italia).

Andando in ordine cronologico, il tutto è stato preceduto dalla seduta di lunedì 8 febbraio del Consiglio Comunale , dove il Sindaco e la Vice Sindaco Elide Tisi sono intervenuti per comunicare il loro punto di vista relativo alla notizia di indagine a carico dei Presidenti delle due cooperative (Terra del Fuoco e Valdocco) considerate, almeno mediaticamente, capofila della R.T.I. (Rete Temporale d’Impresa) del progetto. Il terzo indagato è Giorgio Molino, “fornitore” delle case di Corso Vigevano 41.
Prendiamo spunto dall’intervento dell’Assessora per fornirvi alcuni numeri “spicci” relativi ad un bando che prevedeva un investimento totale di 5 milioni di euro, provenienti da risorse inizialmente stanziate dal Ministro Maroni per risolvere la cosiddetta “emergenza rom” in alcune città italiane.
Lungo Stura Lazio, 19 novembre 2015   
   
Il totale dei beneficiari coinvolti assomma a 633 persone, di cui 255 rispedite (sarebbe curioso scoprire quanto volontariamente) in Romania attraverso rimpatrio assistito e 378 seguite direttamente sul territorio. Per quel che riguarda le soluzioni abitative previste (che è il vero nocciolo dell’indagine relativa ad eventuali irregolarità nel reperimento degli alloggi) l’Assessora riferisce, oltre ai numeri di persone distribuite tra  contratti di locazione (che chissà poi come si pagheranno una volta terminata l’assistenza)e la ventina di famiglie inserite in accoglienze accompagnate (luoghi messi a disposizione da congregazioni religiose o con educativo sociale), soprattutto l’esistenza di diciassette soluzioni abitative “saltate” per mancanza di disponibilità a fronte di conoscenza della tipologia dell’ utenza o altri impedimenti. E qui rientra il coinvolgimento del Signor Molino, noto alle cronache come “il ras delle soffitte” già indagato per abusi edilizi, che mise a disposizione gli immobili di Corso Vigevano, già messi sotto sequestro nell'aprile 2012 per essere stati "ristrutturati ad uso abitativo" e messi in affitto senza alcun progetto di riconversione o cambio di destinazione d'uso. Oltre allo snocciolare dei numeri, tutti i rappresentanti istituzionali Comunali, dal Sindaco al Capogruppo del PD Paolino, hanno rivendicato con orgoglio il successo esemplare dell’intera operazione, testimoniata dall’avvenuto sgombero totale del campo “storico” di Lungo Stura Lazio senza l’utilizzo di ruspe (che forse gli auto-proclamatisi “tutori della legalità” Marrone e Ricca avrebbero di gran lunga preferito) secondo i tempi previsti: è stato sottolineato il fatto che non vi sono indagini in corso a carico della città (vedremo se alla conclusione delle indagini il Comune deciderà di porsi come parte lesa) e “non favoriamo amici che non ci sono” (ipse Fassino dixit). 

Lungo  Stura Lazio, 19 novembre 2015
La sensazione che emerge dalla seduta della Sala Rossa è una sostanziale difesa a spada tratta del progetto,
associazioni coinvolte dalla procura comprese. Tutto bene quel che finisce bene quindi? L’indagine riguarda solo presunte irregolarità procedurali “prive di sostanza”, e tutte a carico di Terra del Fuoco (e di Valdocco) e di chi ha dato garanzie poi rivelatesi prive di fondamento? Manco per niente, stando alle risposte secche e precise da parte dei rappresentanti della Cooperativa. Partiamo dalla questione dirimente e scottante: stando alle parole del tesoriere Saccani, nei tavoli di coordinamento RTI-Comune è stato fatto notare che gli appartamenti in questione fossero di Molino ma i rappresentanti comunali hanno a quanto pare soprasseduto. Il ché stupisce poco conoscendo i precedenti collaborativi tra l’immobiliarista e la Giunta Fassino (rifugiati nel suo housing sociale di via Aquila 21 e ampia collaborazione con LO.CA.RE., centro servizi comunale)*. Matteo aggiunge di più e dice che il contatto di Molino è stato portato al tavolo da AIZO (Associazione Italiana Zingari Oggi, parte della rete di progetto) che ha fatto rientrare il contratto di locazione tra le sue competenze. Stando a “La Stampa”, lo stesso Ibrahem Younes, rappresentante della Consulta, avrebbe disconosciuto la sua firma. Il mistero si infittisce: ma come si è finiti a Molino? Era previsto nel bando iniziale? In realtà no, dato che le ipotesi riguardavano innanzitutto un terreno del Comune di Settimo Torinese dato per certo da una lettera del Sindaco PD Corgiat, lettera alla quale il Comune di Torino nella persona di Elide Tisi non ha voluto dare seguito, finché le elezioni settimesi non hanno portato ad un cambio di maggioranza che ha affondato definitivamente il progetto. L’altro spazio, “portato” dalla Cooperativa Valdocco, riguardava invece il residence che si è poi scoperto essere di proprietà di Gianluigi Cernusco, Lega Nord, a suo tempo indagato dalla procura di Ivrea per sfruttamento della prostituzione, sinistramente in quello stesso spazio.

Insomma ce ne è per tutti i gusti, e qui sorge la nostra prima domanda: dove era il Comune in tutto questo tempo? Se, dato anche il clima da notte dei lunghi coltelli, è sgomberato il campo dall’ ipotesi di un Sistema Torino (che non esiste), ci chiediamo allora come abbia fatto l’attore istituzionale ad abdicare dal ruolo di vigilanza rispetto alle prospettive portate avanti dalle cooperative operanti sul terreno. Leggerezza e superficialità sono forse ipotesi di colpa meno gravi? Dalle risposte di Saccani, emerge inoltre una sorta di “abbandono” da parte dell’Amministrazione che non ha dato seguito agli impegni di accompagnamento all’azione in numerosi casi: dalla realizzazione di nuove realtà abitative in Corso Tazzoli alla pulizia di Via Germagnano (per non parlare del busillis della pulizia del campo di Lungo Stura Lazio, la cui bonifica e rimozione dei rifiuti non era tra i compiti citati nel capitolato di appalto) le mancanze sembrano numerose, e tutte denunciate da Terra del Fuoco durante la conferenza stampa. Viene inoltre messa agli atti una lettera del 22 ottobre 2014 destinata al Sindaco, in cui la Cooperativa stessa segnala gravi deficienze del Progetto, in primis dal punto di vista dall’obiettivo finale: si perde la centralità dell’auto-recupero e dell’auto-costruzione come percorso di inclusione sociale delle popolazioni rom.

Ultimo “capo d’accusa” che Terra del Fuoco gira al Comune è quello relativo all’utilizzo dei cinque milioni di “euro ministeriali”: l’inerzia comunale nell’ investimento di tale somma ha portato alla perdita di una parte sostanziosa di questi fondi, tornati così al Ministero senza possibilità di spesa sul territorio torinese.
La sensazione che emerge è quella di una certa fretta da parte dell’ Amministrazione nel chiudere il prima possibile l’emergenza (nel 2016 ci sono le elezioni più incerte degli ultimi vent’anni) e fornire alla città il trofeo del campo di Lungo Stura Lazio perfettamente e completamente sgomberato.
In tutto questo però ci si “dimentica” di considerare il coinvolgimento delle settecento persone di cui sopra che, una volta abbattute le baracche (“c’erano bambini che giocavano coi topi!” esclama il Capogruppo PD Paolino in Consiglio) si ritrovano in situazioni abitative perlopiù d’emergenza e con la difficoltà (per non dire impossibilità) di trovare un inserimento lavorativo di sostentamento. Le parole chiave “integrazione” e “disagio abitativo” non sono state propriamente al centro del dibattito comunale questa volta.

Per quanto nessuno di noi sia un fine giurista (né vogliamo esserlo), la realtà sembra essere più politica che giudiziaria: il conflitto tra cooperativa ed Amministrazione potrebbe proseguire “con altri mezzi” durante la campagna elettorale che vede candidati il Sindaco Fassino e Giorgio Airaudo, rappresentante della sinistra torinese in cui confluisce la stessa SEL, il cui rappresentante comunale Curto ha rivendicato il passato “terrafuochista” in Aula. Dopo la presa di posizione netta e frontale presa nel corso della conferenza stampa sotto gli occhi vigili dell’ Avvocato Zancan, vediamo difficile un proseguimento collaborativo da parte degli attori coinvolti nel Progetto. Per quanto il Presidente Alotto abbia confermato la sua volontà di non candidarsi per le elezioni comunali di maggio, è evidente a tutti (e rinnegato da nessuno) la vicinanza tra la cooperativa e quella SEL che per cinque anni ha fatto parte della coalizione a sostegno della Giunta Fassino. Ora quel patto tra il PD e la sinistra istituzionale non esiste più, e la sua deflagrazione sarà il tema scottante di questa lunga campagna elettorale. I fuochi d’artificio cui abbiamo assistito non ne sono altro che un (gustoso?) antipasto.

 
*Ringraziamo i compagni di infoaut.org ed il loro articolo a riguardo, denso di dati precisi e puntuali.

mercoledì 10 febbraio 2016

TORINO IN SUBBUGLIO, TORINO AMARCORD



Sono passati 10 anni dalle Olimpiadi invernali 2006 e il quotidiano sabaudo si appresta a far rivivere ai torinesi le "giornate magiche".

Luci e ombre, anzi molte ombre.
Un classico per questi grandi eventi che portano debito pubblico e devastazione dei territori.

Un po' come Expo2015. Ma si sa che non impariamo mai, soprattutto quando c'è da mangiare.
Come lo spreco di denaro pubblico per costruire gli impianti in Alta Valle Susa, che a dieci anni di distanza, dopo essere stati un vero peso economico, sono stati smantellati.

L’articolo di Andrea Rossi su La Stampa riporta le dichiarazioni dell’ex Sindaco di Cesana: «Se penso che mi sono fatto convincere, mi viene il magone», che ha convinto “una popolazione riottosa ad accettare la madre di tutte le sciagure olimpiche: la pista da bob: 110 milioni di euro buttati al vento visto che è stata smantellata qualche anno dopo.

Debiti? Ma cosa volete che siano!!
Gramellini oggi scrive “In effetti le Olimpiadi sono continuate. Nonostante la crisi. Nonostante i debiti, che hanno comunque prodotto investimenti strategici come la metropolitana e il passante.”
Un debito olimpico sulle spalle della città e delle valli che ci viene venduto come il male minore.
Dieci anni dopo sono ancora qua a indorarci la pillola.
Una pillola che vale ancora tre miliardi di euro

Buona ricorrenza e buon debito a tutti!

venerdì 5 febbraio 2016

PER RISPETTO DI SCOLA, FASSINOMANTIENILAPAROLA


La società odierna è fatta di piccoli eroi quotidiani.
Piccoli perché non esistono più i Che Guevara o i Berlinguer (o chi volete voi) che sollevano le masse, ma esistono ancora persone, cittadini, compagni in lotta che decidono di non abbassare la testa e mettere la dignità del proprio lavoro e di se stessi davanti a tutti.
Noi torinesi abbiamo la fortuna di avere come concittadino Federico Altieri, licenziato senza giusta causa e con intimidazioni (lo dice nella sentenza definitiva la quarta sezione penale del tribunale di Torino), dalla REAR di Laus, pagato 4 euro l’ora. Licenziato perché si lamentava. Si accesero le luci sulla vicenda quando Ken Loach si rifiutò di venire a ritirare il premio al Museo del Cinema di Torino ed Ettore Scola consegnò il premio al Sindaco Fassino dicendo di venirlo a riprendere quando la questione si fosse risolta. Quel premio è ancora sulla scrivania del Sindaco, Ettore Scola purtroppo non c’è più, ovviamente omaggiato dai più alti esponenti nazionali del Partito Democratico dopo la sua recente scomparsa.*
La questione non è ancora chiusa, la prossima udienza del processo che vede coinvolta la REAR di Mauro Laus, Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte ed esponente di spicco del PD, si terrà il 9 febbraio e la sentenza arriverà verosimilmente tra un paio di mesi.
La scorsa settimana apparve su “La Stampa”, a firma di Letizia Tortello, un ulteriore “riassunto” ed aggiornamento della vicenda; il nostro Federico ha colto che vi fossero, dal suo punto di vista, delle incongruenze nelle parole di Laus virgolettate nell' articolo che ha voluto sottolineare in questa lettera indirizzata ai principali protagonisti.
Sistema Torino pubblica con orgoglio la missiva, esprimendo così la vicinanza del collettivo ad ogni piccolo passo che Federico Altieri sta compiendo nella sua lotta di libertà e giustizia.

Collegno, 25/1/2016

Al Presidente del Consiglio Regionale
Signor Mauro Laus
epc Sindaco Piero Fassino, Direttore Museo del Cinema Alberto Barbera
epc Governatore Sergio Chiamparino
epc capigruppo
epc comm. cultura comune torino Luca Cassiani
epc Sindaco Collegno Francesco Casciano
epc La Stampa Letizia Tortello 

Scrivo questa mail per rispetto dell’Impegno Civile di Ettore Scola

Giovedì u.s. su La Stampa di Torino, in un articolo a firma Letizia Tortello, Lei, Presidente, ha rilasciato alcune dichiarazioni non rispondenti al vero o, nella migliore delle ipotesi, molto imprecise
Lei dichiara, virgolettato:" oggi uno dei ragazzi è stato ripreso, con un contratto migliore. Mentre c'é qualcun altro che non lascia in pace nemmeno la morte di un grande maestro". Non commento lo stile e le Sue opinioni personali ma:

Giuseppe Arena il mio ex collega NON è stato riassunto (ripreso, come dice Lei) OGGI, MA a ottobre 2013, lo accompagnai io da Lei, Presidente.
Giuseppe Arena NON venne riassunto con un contratto MIGLIORE rispetto a quello che aveva prima di essere licenziato ma con lo stesso contratto (Unci) di prima.  
Solo successivamente,nel 2014 venne cambiato il contratto e aggiunta un indennità che migliora un pochino la paga (di quanto, solo un esperto paghe e contributi potrebbe dirlo con precisione).

Al sottoscritto non venne sottoposto un contratto migliore del contrato Unci.
IL Lettore de La Stampa avrà forse pensato che io abbia rifiutato la riassunzione con un contratto migliore!?? Sarebbe grave.
IL Lettore de La Stampa avrà forse pensato che Ettore Scola (e Ken Loach) abbiano intrapreso una "battaglia civile" (Tortello) in favore di lavoratori che rifiutano contratti migliorativi??!

Questo sì offenderebbe la morte di un Grande Artista ed il Suo Impegno Civile

Diffido chiunque dal dire che io abbia rifiutato un contratto migliore. Io contestavo il contratto Unci ed ancora lo contesto, in tribunale (come correttamente riportato nell’articolo di giornale).


La invito, Signor Laus ed invito il Sindaco Piero Fassino a offrirmelo un Contratto Migliore, se questa era la Vostra intenzione (lo era?).
Piero Fassino, che, come Sindaco, quando parla, rappresenta i torinesi, aveva PROMESSO che avrebbe risolto la nota questione. Lo promise a me ed al Maestro Scola di cui conserva, pro tempore, il premio alla carriera.

Un sindaco (o candidato tale) può non mantenere la parola data?
Non sono mai stato e non sarò di certo io la persona che impedirà al Sindaco Fassino di mantenere LA SUA PROMESSA.


Distinti saluti

                                                                                                            Federico Altieri

Ps: #fassinomantienilaparola 

* Ecco il link al video relativo alla consegna del premio:
https://www.youtube.com/watch?v=Yar4DMGbDFE&feature=youtu.be

mercoledì 3 febbraio 2016

TORINO CAPITALE DELLO CHARME


Il 2016 sembra essere foriero di idee meravigliose per la città pronta a ricevere nuove ondate di turisti. Dopo la scritta TURIN sulla collina della città, arriva la splendida figata del caffè di charme sul tetto che scotta di Palazzo Madama.
Chissà se dalla caffetteria di charme a Palazzo Madama si riuscirà a vedere l'ostello di charme della Cavallerizza.
Si attende il responso della Sovrintendenza ma l'auspicio mainstream è sempre lo stesso: speriamo che non si metta di traverso perchè, caspita, è importante "mettere a reddito" i beni storico-culturali pubblici!
Perchè ormai siamo alla spettacolarizzazione ed alla monetizzazione di qualsiasi bene pubblico, forse perchè sono le ultime cose rimaste ad una città sempre più strangolata dal debito (non ascoltate chi vi parla di "soglie psicologiche" superate, il cappio intorno al collo finanziario della città vale sempre intorno ai tre miliardi di euro): il trend è quello dello "show culturale" di cui Renzi è capostipite in Italia, avendo fatto scuola a Firenze con casi limite come la Ferrari che monopolizza il Ponte Vecchio per un pomeriggio per cifre risibili. A tal proposito, non mi stancherò mai di consigliare a tutti la lettura dei libri di Tomaso Montanari, “sistemista ad honorem”, che con uno storytelling affascinante confuta la narrazione dei nostri sistemi di potere che si belano delle loro capacità di mettere a frutto economico il patrimonio comune.
Con le dovute proporzioni, è quello che può fare chiunque a Torino sposandosi a Palazzo Madama stesso. O quello che fece Unicredit mesi fa quando decise di fare una giornata di formazione al management bancario riservando per sé l’intera (e splendida) Villa della Regina.
Certo, qui si tratta “solo” del tetto di Palazzo Madama: quale fastidio può dare un bar sul tetto della struttura? Bah, forse nessuno. Ma bisognerebbe forse girare la domanda e chiedersi se ha senso  “riservare” un bene che appartiene, secondo la Costituzione (in alcune sue parti è ancora la più bella del mondo, per ora noi non abbiamo fatto il salto di Roberto Benigni), a tutti i cittadini italiani (e per estensione a tutti i cittadini del mondo) e non solo a chi potrà permettersi l’ingresso a Palazzo ed il salasso che potrebbe valere un caffè con quella veduta.
Per cui preferiamo girare la domanda e chiederci: abbiamo davvero bisogno di trasformare i beni pubblici in “qualcosa-di-charme”?