giovedì 26 novembre 2015

TORINO FILM FESTIVAL (E POLITICA): E PER NULLA AL MONDO TORNEREI SUI MIEI PASSI (seconda e ultima puntata)

Mauro Laus, il potente presidente della Cooperativa Rear nonché consigliere regionale del Partito Democratico, lo stesso partito del sindaco Piero Fassino, nel 2012 dichiarò di voler querelare Loach e lo ribadì nel 2013: “E per nulla al mondo tornerei sui miei passi” disse il battagliero Laus, dalle righe de La Stampa, 6 novembre 2013 pagina 55.

Avrà avuto ragione il ruspante politico di sinistra(?)? Perché nessun giornalista osa andare in Consiglio Regionale oppure al Torino Film Festival a porre questa legittima domanda? Com’è andata a finire? Aveva ragione Laus oppure Loach?

Ken Loach è stato forse condannato? È stato assolto? Ha forse rinunciato, il buon Laus e forse s’è ritirato dalla scena politica? No, in totale assenza di contraddittorio, in questo nostro malato paese, Mauro Laus è stato eletto dai sodali del PD, Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte.

“Arduo contestare il significato ritorsivo, implicitamente intimidatorio delle sanzioni subite dai lavoratori Rear del Museo del Cinema (sentenza n. 31001/11 del  21.5.2013)”. E poi, gli scarni stipendi, i licenziamenti illegittimi, tutto ciò, se lavori sodo,  e fai parte del sistema, è titolo di merito per presiedere il Consiglio della Regione Piemonte. Parlapà!

La differenza, la distanza siderale tra la narrazione edulcorata di questi giorni  riguardante il TFF, emanazione di questa politica, che s’affaccia sui problemi del mondo (Levantesi Kezich) ma mai osa risolverli (spesso se ne nutre), e le verità di queste sentenze giudiziarie è la vera cifra del Sistema Torino. 

Il Premio del TFF attribuito a Ettore Scola e lasciato dal Maestro sulla scrivania di Piero Fassino affinché si prodigasse per far riassumere i lavoratori licenziati dalla coop del suo compagno di partito Mauro Laus è dunque un simbolo, il simbolo del corto circuito di questo sistema che è disposto a sacrificare e offendere non solo i lavoratori ma anche l’intelligenza  dei Maestri che fino a un minuto prima aveva celebrato. 

L’ultima domanda: cosa farà il nuovo Sindaco di Torino con il Premio che Fassino lascerà sulla scrivania di piazza Palazzo di Città?
federico altieri

"Rear, licenziamenti illegittimi. Condannata la coop", da Il Manifesto, 19.9.2014                           

martedì 24 novembre 2015

TORINO FILM FESTIVAL: LA DOMANDA CHE NESSUN GIORNALISTA OSA FARE (prima parte)

La Stampa, 22 novembre 2015, pagina 28: “Il Torino Film Festival si è inaugurato sfoderando l’antica grinta di festival di trincea affacciato sui problemi del mondo DALLA PARTE DI CHI SUBISCE LE INGIUSTIZIE e/o LE COMBATTE”.

Questo scrive Alessandra Levantesi Kezich. Parole incredibili, da farmi accapponare la pelle. Perché il TFF “sfodera l’antica grinta”? Quando l’aveva “rinfoderata”? Perché?  Poi mi riprendo, non ho letto bene, la  Levantesi Kezich scrive chiaramente “affacciato” sui problemi: nel senso forse di dare una sbirciatina? Guarda e passa oltre? Guarda, ostenta solidarietà, ma è tutta una posa? Alla luce della mia brutta esperienza, il dubbio rimane.

Per chi non lo sapesse, Il TFF è un prodotto tipico piemontese. È organizzato dal Museo nazionale del Cinema che ha sede nella Mole Antonelliana. È il luogo per antonomasia dove politica locale, uomini di cultura, spettacolo e popolo s’incrociano, per una settimana all’anno, a Torino. Ottima vetrina per la politica che, da un palco o in conferenza stampa, ha l’occasione di magnificare se stessa.

Nella sua trentesima edizione, nel 2012, a seguito di una mia lettera, successe qualcosa d’inaudito. Emanuela Minucci, La Stampa, definì tsunami mediatico quello che avvenne al TFF del 2012. Il TFF mostrò il suo vero volto. Nel 2012, due artisti, due Signori non più giovanissimi osarono metterne in discussione la narrazione, come mai era avvenuto prima. Ken Loach ed Ettore Scola, leggende del cinema, rifiutarono il Gran Premio Torino assegnatoli dal TFF, premio alla carriera, in solidarietà con i lavoratori della Cooperativa Rear che fornisce il servizio d’accoglienza nel simbolo della città, la Mole Antonelliana, sede del Museo del Cinema.  Lavoratori sottopagati e illegittimamente licenziati. Il TFF “affacciato” dovette dimostrare di che pasta (o impasto) era fatto.

Purtroppo nessun giornalista, oggi, a distanza di 3 anni, osa fare alcune domande. Tutti solidali e “affacciati”, sia chiaro, ma silenti. Approfittando di Sistema Torino, le farò, sperando che qualcuno abbia il coraggio di rispondere. Scegliete anche voi qual è la domanda alla quale, per amor di festival, i personaggi coinvolti in questa storia dovrebbero rispondere. Rispondere, si sa, è cortesia.

Una domanda ad Alberto Barbera, direttore del Museo del Cinema (nonché della Mostra di Venezia) la pongo io. Il 22 novembre 2012 Barbera dichiara: “Loach, testone fuori dalla realtà. Il museo del Cinema un' istituzione che ha ricevuto dai sindacati la patente di azienda etica (parbleu!). Parliamo di ventidue dipendenti pagati 17€/ora”. (mi pagavano 5€/ora, lordi)
Avrà avuto ragione, il buon direttore? Se Alberto Barbera non è un patetico mistificatore, come mai nel 2013 il Museo da lui diretto viene condannato in solido con la Coop Rear? (sentenza n.1054/2012 del 2.4.2013).

Immaginate il Louvre o il Metropolitan di New York condannati in solido con una coop presieduta, all'epoca dei fatti, da un politico compagno di partito di Hollande oppure di Obama, per aver sottopagato lavoratori difesi da Ken Loach. Lí, cosa sarebbe successo? Altro che tsunami mediatico! In quale paese occidentale una palese figura da cioccolataio non avrebbe portato alle dimissioni dei dirigenti? Alberto Barbera, gentile direttore, perché non s’è dimesso da direttore del Museo nazionale del Cinema? 
federico altieri

(venerdì 27 novembre la seconda parte)

"Rear, licenziamenti illegittimi. Condannata la coop", da Il Manifesto, 19.9.2014


lunedì 23 novembre 2015

FARINETTI E TERRA DEL FUOCO UNITI NELLA LOTTA: IL "COMPAGNO EATALY” SOSTIENE IL TRENO DELLA MEMORIA

Aggiungi didascalia
Ci sono immagini che un cittadino idealista sognerebbe di non vedere mai: ieri pomeriggio mi sono imbattuto (grazie a Giovanni Semi per lo spunto) in un paginone a pagamento de “La Stampa” che contiene un combinato di raccapriccio e sfacciataggine che solo certi personaggi con fegato e pelo sullo stomaco possono permettersi. L’impostazione delle immagini ha un suo significato che si commenta da solo: di fianco alla scritta a caratteri cubitali “Grande cena di solidarietà” campeggiava il rassicurante simbolo di Eataly, con al centro la foto dell’ingresso di Aushwitz con la targa “Arbeit Macht Frei”: il lavoro rende liberi. Qual è lo scopo di tutto ciò?

Semplice, cari compagni e compagne: prendendo direttamente spunto dal sito, “ritorna, per il quinto anno, l'appuntamento di Eataly Lingotto legato al progetto di solidarietà Il Treno della Memoria (…) grande cena di solidarietà e raccolta fondi” per qualche decina di coperti che potranno lavarsi la coscienza alla modica cifra di 35 euro (ma è davvero così differente dalla carità pelosa del Billionaire di Briatore e Santanchè?). 
“A breve la proposta di menu e i vini in abbinamento” è l’annuncio che campeggia poche righe sopra la citazione d’obbligo di Primo Levi (perché comunque Levi sta bene su tutto), che un semplice avventore rischia di scambiare per un Cracco qualsiasi: una unione che ha dell’esilarante se non facesse accapponare la pelle.
Gli illuminati progressisti ci tengono comunque a sapere quale etichetta ed annata di Nebbiolo sorseggeranno riflettendo sul valore della “memoria”: già, la memoria, le parole chiave che ritornano sempre ed ovunque (canzonammo l’uso ossessivo di alcuni termini già nel nostro ultimo reportage su Via Asti). 
Stavolta ci pensa direttamente il sito di Eataly a fare un sunto del tutto, sapete com’è, devo prenotarmi una cena, non posso leggere un trattato di educazione civica: “Il Treno della Memoria è giunto alla sua dodicesima edizione, ha la durata di un anno e si basa su 4 parole chiave che ne scandiscono il progetto: storia, memoria, testimonianza e impegno."
Chiariamo subito una questione: il Treno della Memoria è una iniziativa più che lodevole che va avanti con successo da parecchio tempo, ed aiuta i ragazzi del nostro territorio a mantenere viva nella mente la Storia (sì, quella con la S maiuscola) che ha attraversato il nostro continente. Ecco, che però tutto questo venga venduto come corredo di una cena al Lingotto, su un terreno che il nostro Sindaco di allora Chiamparino regalò (lì sorgeva la mitica fabbrica di produzione della Carpano) all “amico di sinistra” Oskar Farinetti stride, e parecchio. 
E la domanda che faccio ai ragazzi del treno è la seguente: ma davvero c’è bisogno di questa cena per auto-sostentarsi? Perché è vero che “pecunia non olet”, ma un ottimo riassunto del personaggio in questione si può cogliere dalla quarta di copertina del libro del Wu Ming Wolf Bukowski “La danza delle mozzarelle”: “Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione: ecco spiegato come il «sogno» di Gambero Rosso e Slow Food si sia tramutato in un incubo turbocapitalista fatto di ipermercati, gestione privatistica dei centri cittadini, precarietà per i lavoratori, cibo sano per i ricchi... e i poveri mangino merda. 
Il modello neoliberista di Eataly si allarga nelle città e cancella diritti, forte delle partnership con potentati come Lega Coop e il Gruppo Benetton e grazie all’appoggio del PD, agli endorsement di Matteo Renzi e alla copertura ideologica fornita da un’intellighenzia che, nonostante cedimenti e giravolte, conserva l’etichetta «di sinistra». È questo demi-monde di scrittori, elzeviristi e cantanti a far passare per «buoni» i nuovi padroni, che così non pagano dazio per il predicar bene e razzolar male.” Consiglio ai “trenomemoristi” e a tutti la lettura di questo libro: potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione sui compagni di viaggio che si scelgono lungo il “percorso”.
Paolo Tex Tessarin

martedì 17 novembre 2015

DA #JESUISCHARLIE A #JENESAISPAS: COSA È CAMBIATO IN DIECI MESI?

Ogni volta è sempre più difficile da accettare: per fortuna non ci si abitua mai e si cerca di respingerne idee ed immagini. Venerdì sera mi è caduta la vodka dalla mano (seppur non fossi ad un concerto alternativo come i fratelli hipster del Bataclan) di fronte a quanto accaduto a Parigi: sai che queste cose accadono, hai ancora negli occhi l’attacco di gennaio alla redazione del giornale satirico che adori, ma rimani incapace di reagire, per quanto le bombe ed il terrore esplodano urbi et orbi quotidianamente.

Una esplosione parallela su Facebook di teorie e complottismi, solidarietà e post anti-solidarietà mi ha portato alla decisione di spegnere tutto per un giorno e fare l’unica cosa che un cittadino inerme ha nelle sue potenzialità: passare il sabato a Porta Palazzo a praticare tolleranza. 

Poi però non basta, e quel “Perché?” ti rimbomba nella testa, vuole saperne di più, a costo di dover affondare nella sporcizia (di cui tutti, io in primis, facciamo parte) della comunicazione social: la rete sta diventando il nostro mondo reale odierno in cui andare a vomitare il nostro disagio, e forse anche su questo dovremmo riflettere.


LIBERTA’ O DIRITTO AL CONSUMO?  
Oltre il velo delle bandiere francesi e del (sacrosanto) lutto diffuso, la reazione dell’Occidente è un perfetto exemplum di ciò che siamo e ciò che vogliamo: consumatori che vogliono mantenere il diritto al consumo, perché altro più non siamo e non vogliamo essere
A noi interessa poter guardare la partita di pallone ed il concerto degli Eagles of Death Metal (ascoltateli tra l’altro, sono tanta roba), sedersi in un caffè e chiacchierare: è stata la prima preoccupazione dei nostri governanti, continuate a farlo altrimenti siamo spacciati. Non vi preoccupate delle bombe, è colpa di quei “bastardi islamici” che vogliono colpire l’umanità e la nostra libertà. La verità è che ci siamo persi qualcosa, e non ci siamo neanche accorti di quello che è successo intorno a noi in tutti questi anni: è  l’unica spiegazione razionale del nostro stordimento e della nostra incredulità di fronte ad un terrore (bieco, terribile, ingiustificabile) che altri cittadini del mondo vivono con maggiore intensità. 
Forse c’è bisogno di fare un passo indietro e guardare cosa è successo il giorno prima (a Beirut per la precisione) e poi quello prima ancora, fino ad arrivare alle Torri Gemelle e studiare un po’ di storia bellica dal 2001 ad oggi. E mi fermo all’ 11 settembre 2001 giusto per non tediarvi con un manuale di storia che dovrebbe andare a ritroso fino all’accordo Sykes-Picot, con il quale le potenze occidentali disegnarono il futuro Medio Oriente dopo la Prima Guerra mondiale. Una infarinatura ed un ripasso sono però necessari, giusto per evitare di cadere nel tranello della strategia (perfetta) dell'ISIS di polarizzare le reazioni ed eliminare la "zona grigia" portando tutti agli estremi: il fine terroristico è quello di scatenare la contro-reazione occidentale di chiusura verso il diverso, di suscitare nuove ondate razziste che spingano il musulmano europeo tra le braccia dei seminatori di odio. Come potete vedere, l’ISIS ha già trovato degli alleati nella civile Europa, ed essi portano il nome di tutti i Salvini del Continente che smerciano becere xenofobe soluzioni prêt-à-porter in cambio di voti.


ESPORTIAMO ARMI E DEMOCRAZIA
Circa un mese dopo il crollo delle Torri, abbiamo iniziato il bombardamento dell’Afghanistan (sono lì i bastardi, andiamo a prenderli!), per poi proseguire nel 2003 con la Seconda Guerra del Golfo, finita ufficiosamente ma de facto ancora in corso. Il conflitto in Iraq è stato dichiarato chiuso (come se fosse una stagione teatrale) nel 2011, giusto per poter aprire il balletto in altri contesti (sia mai che qualche cittadino occidentale si accorga di un palinsesto bellico troppo affollato per l’archetipo occidentale di democrazia): quali sono i contesti in corso? Ecco, lo chiedo a voi, voi che sfogliate Libero il sabato mattina al bar davanti ai miei occhi, con una spocchia che mi avrebbe spinto ad alzarmi e vomitare il mio odio con una foga tale da far impallidire la profetica Oriana dei bei tempi andati. 
Nel 2011 abbiamo deciso di intervenire in Libia (autorizzati da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, giova ricordarlo) iniziando con un attacco aereo francese alle forze militari di Gheddafi (sì, quello cui Mister B. baciò le mani), trasformandosi in seguito in una operazione sotto l’egida NATO conclusasi con la morte del non più utile dittatore libico. 
Nello stesso anno nel mese di febbraio (è noioso solo leggerle tutte queste guerre vero? Immaginate di doverle vivere sulla vostra pelle di cittadino di un qualsiasi area mediorientale poi ne riparliamo) si tenta prima la carta dell’insurrezione e della guerra civile “pilotata” in Siria, insufficiente ad abbattere il tanto sanguinario quanto popolare Presidente Bashar Al Assad, per poi passare ai bombardamenti diretti da parte della coalizione di “Paesi civili Occidentali”, capeggiati dagli Stati Uniti del Nobel per la Pace Barack Obama. 
Lo scacchiere nel frattempo si complica: l’ISIS avanza alle loro spalle conquistando nel corso del 2014 città come Raqqa in Siria, Falluja, Mossul e Tikrit in Iraq, mentre i curdi conducono la loro battaglia personale contro l’ISIS conquistando perdendo e riconquistando Kobane (leggetevi Zerocalcare a riguardo giusto per avere un’idea di cosa significhi per la popolazione quel conflitto). L’intervento diretto dell’ Iran prima e della Russia recentemente, ovviamente al fianco dell’alleato storico Assad, nel conflitto ci porta ai giorni nostri (scusandomi per la sintetica banalità del riassunto): la Siria è diventata un teatro di guerra che vede in scena la recrudescenza della Guerra Fredda in contemporanea con il supposto conflitto di civiltà tra Occidente e Medio Oriente, quel Medio Oriente in cui è nel frattempo in corso una disputa interna all’ Islam e che l’ISIS sta cercando di vincere ad ogni costo. Insomma, un polverone di proporzioni inusitate, dove l’ Occidente non ha certo mancato di giocare il suo ruolo storico: burattinaio che prende e sposta pedine, arma supposti movimenti democratici e rivoluzionari per poi ritrovarseli contro qualche mese dopo (come pensate che sia nato l’ISIS?). Dalla fine della Guerra Fredda necessitiamo di un teatro di guerra permanente dove dare libero sfogo ai nostri impulsi più bassi ma soprattutto ove alimentare la nostra industria bellica, unica fonte certa di PIL e di crescita economica continua. 

BEIRUT COME PARIGI?
E noi cosa abbiamo fatto nel frattempo? Beh, nulla, salvo baloccarci all’interno del nostro mondo di concerti, teatri e stadi (il panem et circenses continua a funzionare anche se la crisi ci ha tolto il panem), salvo poi svegliarci un giorno e dire che l’umanità è sotto attacco e che bisogna difendersi da questi sciocchi nemici dell’essere umano. 
E non ci accorgiamo neanche che il giorno prima siano stati dei bastardi islamici a morire a Beirut, per mano degli stessi incappucciati neri che girano con fiammanti Toyota americane nuove di pacca (chi gliel’ha fornite?): anche perché, diciamocelo chiaramente, non sappiamo neanche dove sia Beirut (Libia? Libano? Libico? Eh, qualcosa del genere) e forse neanche ci interessa. Così come abbiamo fatto quasi finta di nulla di fronte all’aereo russo abbattuto qualche giorno prima da qualche membro dell’ ISIS
Quello che davvero vorremmo è solo continuare a vivere nel nostro mondo ovattato, mantenendo il più lontano da noi l’orrore di quelle immagini raccapriccianti: peccato che nel frattempo quel lungo elenco di guerre del nuovo millennio siano state compiute nel nostro nome, per difendere la nostra libertà di bere vodka ogni venerdì sera, una libertà per la quale siamo disposti a tutto. Ed è un peccato che in quel tutto ci sia la risposta energica e muscolare dell’Hollande di turno, che non trova nel weekend nessun’altra soluzione (per noi intellettuali amanti dell’alcool è certamente più facile impegnarsi il fine settimana, lo ammetto) che alimentare la spirale di terrore intensificando i bombardamenti in Siria. 

E la cosa più triste di tutto questo è la reazione del suddetto omino al bar che sussurra “beh ma loro sono abituati”. Nel frattempo lo schema dell’ ISIS si concretizza alla perfezione: opposti estremismi, odio a volontà e bombe che continuano a piovere sulla povera gente. 
E, come scrive Liberation, ci vorrà coraggio, molto coraggio da parte nostra per continuare a fare ascoltare con forza una voce umanistica sotto il rumore dei proiettili.
Paolo Tex Tessarin

giovedì 12 novembre 2015

TPP: Caselli completamente fuori tema.

Aggiungi didascalia

Ieri Repubblica ha pubblicato un articolo di Giancarlo Caselli in cui l'ex procuratore capo della Procura di Torino commenta e fornisce la sua opinione sulla sentenza emessa dal Tribunale Permanente dei Popoli. Un intervento dall'impianto accusatorio molto debole. 
Ma prima di entrare nel merito è utile contestualizzare cosa sia il Tpp. Nasce a Bologna nel 1979 come diretta prosecuzione del Tribunale Russell, che nel 1967 si espresse sui crimini in Vietnam e nel 1974-76 sulla dittatura cilena. “Per volere dei popoli e delle vittime latinoamericane, l’occasionalità del Tribunale Russell – si legge sulla scheda informativa del Tpp - fu trasformata in tribuna permanente di denuncia per le collettività che si fossero trovare a sperimentare l’assenza e l’impotenza del diritto internazionale”.
Il suo operato si basa sui principi espressi dalla Dichiarazione universale dei diritti del popoli del 1976 e sugli altri strumenti internazionali di protezione dei diritti umani. Il suo funzionamento è semplice. Ogni sessione deriva da una specifica richiesta fatta dalla parte lesa insieme agli attori della società civile, che viene vagliata attentamente dal Tribunale stesso prima di essere messa in cantiere.
Le sessioni sono articolate da più udienze tematiche e sono pubbliche. Le parti accusate vengono avvisate dal Tribunale per essere invitate alla presenza e alla difesa, cui viene riservato uno spazio specifico.

La sentenza emessa, essendo il Tpp un tribunale d’opinione, non ha alcun effetto giuridico. Sono state più di 40 le sessioni in cui il Tpp si è occupato di violazioni di diritti in varie parti del mondo, anche decisamente più gravi di quello che è capitato e capita tutt’oggi in Val di Susa.

La sessione appena conclusa domenica scorsa ad Almese si è occupata di “Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere”, ed è andata a indagare attraverso numerose testimonianze se siano stati violati i diritti di informazione e partecipazione nei processi decisionali che portano gli Stati a realizzare le cosiddette grandi opere. I giudici hanno ascoltato vari attori in gioco: amministratori, tecnici, avvocati e attivisti.
La parte accusata ha rinunciato a difendersi. 

Ma cosa hanno ascoltato i giudici? I sindaci hanno raccontato la storia dell’Osservatorio, dell’accordo di Pra Catinat, di come siano stati estromessi dal tavolo le amministrazioni No Tav. I tecnici hanno raccontato di come i dati siano stati sistematicamente ignorati, gli attivisti di come abbiano subito la repressione e gli avvocati di come siano stati condotti i processi, dal reato di terrorismo e all’uso spropositato delle misure cautelari. 
Nel suo articolo Caselli non prende in considerazione né il funzionamento né soprattutto lo scopo stesso di questa sessione: decidere se i diritti fondamentali delle comunità locali fossero stati violati oppure no. 
Numerose sono state le violazioni di alcune convenzioni internazionali, come quella di Aarhus del 1998 sull’informazione e partecipazione dei cittadini in materia ambientale. 
Il Tpp non doveva giudicare il comportamento dei manifestanti, su cui si sofferma in maniera spasmodica l'ex magistrato. Ripetiamo, doveva verificare se i governi avessero coinvolto nel modo corretto le popolazioni locali nei processi decisionali. 

In fondo, tra le sue raccomandazioni, il Tpp ha invitato lo Stato italiano a riaprire un vero tavolo di confronto in cui venga presa in considerazione l’opzione zero, cosa che non accadrà al prossimo tavolo Delrio, dove gli amministratori vengono invitati a partecipare ma senza mettere in discussione la linea Torino-Lione.
Invece. l’ex procuratore capo parla di altro nel suo articolo, definendo questo importante Tribunale “sedicente”, di fatto mettendone in discussione legittimità e autorevolezza, ma senza mai entrare nel merito della sentenza. 
Si lascia andare spesso, nei toni e nei termini dimostrando di non aver abbandonato la linea di pensiero che lo ha accompagnato nella fase finale della sua carriera come capo della Procura della Repubblica di Torino.

Luana Garofalo

Ecco l'articolo a firma Caselli:




Festival dell'Educazione o festival dell'ipocrisia e propaganda?

Dal 12 al 15 novembre ITER (Istituzione Torinese per una Educazione Responsabile) e Comune di Torino organizzano, in Torino,  il Festival dell'Educazione, il cui programma si può trovare trovate qui.
ITER è una entità di carattere pubblico (una 'istituzione', per l'esattezza) costituita dalla Città di Torino agli inizi degli anni 2000 in seguito all’evolversi dei laboratori territoriali rivolti a bambini e ragazzi, nati a metà degli anni Settanta, in centri di cultura: questo con lo scopo di riaffermare l'impegno della Città nei confronti della scuola e delle famiglie tramite un'offerta di servizi caratterizzati da un'alta professionalità degli operatori, professionalità  costruita negli anni attraverso il confronto continuo con tutti coloro che si erano interessati ai problemi dell'educazione. Per maggiori dettagli http://www.comune.torino.it/iter/profilo/storia.shtml
Venerdì 13 mattina alle ore 9,  alla presentazione del festival saranno presenti, nell’aula magna dell'Università’ alla Cavallerizza Reale, in via Verdi 9, Piero Fassino, il sindaco di Torino e l’assessora ai Servizi Educativi Maria Grazia Pellerino.
Ora, le elezioni per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio Comunale sono alle porte: facile leggere quindi questa operazione come pura propaganda. Anche perché’ sappiamo benissimo che la memoria è corta. E così sarà facile, anche da parte loro, etichettare gli eventuali contestatori come i soliti signori del no, antagonisti, studenti, contro a priori. Giova per tutti quindi provare a ripercorre cosa ha davvero fatto l'attuale amministrazione comunale  per l’educazione dei bambini torinesi e in particolare quelli nel ramo di età 0-6 anni demandato proprio alla gestione comunale.
Tutto inizia con l’esternalizzazione di 9 asili nido comunali, dati in gestione a delle cooperative. In questo passaggio, circa 100 educatrici da anni dipendenti precarie, che nonostante cio' con il loro lavoro avevano tenuto in piedi il servizio per conto della Citta’, vengono scaricate e “passate” alle cooperative suddette vincitrici del bando. Poco importava della qualita’ del servizio erogato e della perdita salariale delle dipendenti stesse, che dal pubblico impiego (seppur precario)  erano passate al contratto privatistico di Federcultura sotto cooperativa. Tutto avvenuta con  delibera comunale approvata e accordo sindacale sottoscritto da parte di CGIL-CISL-UIL.
Dall’inizio del mandato elettorale a oggi, si è avuto poi un taglio del fondo di funzionamento didattico dedicato alle scuole del 70% circa. Fondo di funzionamento che serve sia a comprare il materiale didattico vero e proprio sia a tenere pulite le strutture. La richiesta ai genitori di portare pannolini, giochi, creme, carta igienica, pennarelli e’ diventata ormai una norma: ma il motivo risiede nella scelta politica di tagliare i fondi per questo tipo di servizio.
Nel contempo si è verificato un aumento delle rette (sia per gli asili nido che per le scuole materne) costante, anno per anno, nonostante l’evidenza che molte famiglie facessero sempre piu’ fatica a permettersi questo servizio e che fosse in aumento anche la richiesta da parte di famiglie immigrate o mono reddito. E' da ricordare che per un asilo nido al mese si arriva anche a pagare 500 euro nella fascia ISEE piu’ alta.
In 4 anni il personale ha dovuto fare i salti mortali per tappare buchi di organico dovuti ai pensionamenti mai sostituiti con assunzioni o alle sopravvenute inidoneità fisiche al tipo di lavoro, pesante e usurante: sono state solo una trentina le nuove forze assunte e questo solamente a partire dall’anno scorso. E' stato fatto pero' un ricorso smisurato al lavoro precario. Oppure e' stata utilizzata la mobilita' interna al restante personale comunale e anche quella esterna, andando a creare situazioni imbarazzanti nelle strutture: come la vedete voi una persona sessantenne che va a lavorare in un asilo nido dopo avere passato una vita alle Poste? Parole quali professionalita’, merito, opportunita’ ovviamente rimangono perfette sconosciute. Oppure sono entrate anche loro a far parte anche loro della galassia degli antagonisti.
Un processo di statalizzazione delle scuole materne comunali e’ stato avviato con motivazioni nobili e condivisibili. Se pero’ si pensa che basta chiudere d’estate la gestione comunale di una materna per riaprirla a settembre con quella statale, come se fosse un ristorante, senza pensare che invece si sta trattando con famiglie le quali affidano all’istituzione e alle maestre bimbi che vanno dai 3 ai 6 anni,  bimbi che creano rapporti umani con le loro figure di riferimento assieme a cui passano anche 8 ore al giorno, ecco che qui casca l’asino. E  il festival dell’educazione entra nel vivo!
Proprio in questi giorni abbiamo poi sul tavolo 3 grosse questioni: 
1. la riorganizzazione del servizio proposta dal Comune ai sindacati, la quale vede ancora una volta ricadute economiche negative per i lavoratori (questa volta, sul personale docente di ruolo);  
2. una promessa dell’assessore Passoni, per ora rimasta nella Sala dell'Orologio del comune, di assumere ben 100 tra maestre ed educatrici per sanare i buchi di organico (a dire il vero subordinata fin da principio alla chiusura del tavolo di trattativa sindacale sulla riorganizzazione del servizio di cui sopra: un vero e proprio ricatto che mette il sidacato, inerme, immobile, passivo, di fronte alla scelta se privilegiare il personale precario, firmando l’intesa sulla riorganizzazione a scapito del personale di ruolo, o viceversa);
3. un’assicurazione infortuni per i bimbi (12.000 quelli della città di Torino interessati) non rinnovata dal CooGen (Coordinamento Genitori), che il Comune (e in particolare l’Assessorato ai Servizi Educativi) ha pensato bene che si potesse non fare solo perché per legge non la rende obbligatoria. Mentre, investigando presso altri comuni d'Italia, tra cui Bologna, Roma, Milano, Latina, Volpiano, alla domanda se questa assicurazione l'ente la avesse stipulata, la risposta e’ sempre stata, con una grassa risata …”ovvio!!”. Qui la legge centra poco, si parla di buon senso, di attenzione alle famiglie, di attenzione ai bambini di attenzione al servizio che si eroga!
Ora a fronte di tutto questo si puo’ tornare a leggere il titolo dell’evento che andra’ in scena da venerdì 12 a Torino: il Festival dell’Educazione. Che vedra’ presente in apertura quell’assessora e quel sindaco responsabili di tutto quello fin qui descritto. Propaganda e ipocrisia, dira’ chi provera’ a ricordare le mille contraddizioni nella gestione  del servizio in questi anni di amministrazione Fassino, andando magari a rovinare il clima bucolico e idilliaco della manifestazione. E verrà classificato quindi, da chi democraticamente verrà contestato, tra  i soliti provocatori, signori del no, a priori contrari, antagonisti da caricare e allontanare con le buone o le cattive?
Luca Preti

mercoledì 11 novembre 2015

SEI MESI DI MATTE RISATE feat. La Sinistra Torinese

"Officine Corsare avanguardia anti-Sistema? Il Circolo stretto tra il PD e gli spifferi”
Venerdì sera sono andato alle Officine Corsare per assistere ad un concerto rock con tendenze metal vicino alle ambientazioni noir: niente di più adeguato al clima cupo che aleggiava nell’aria di uno dei Circolo ARCI più importanti del territorio. Erano, e sono tutt’ora, giorni conditi dagli “spifferi” provenienti dal web, dove sono stati fatti circolare stralci di mail interne alle Officine, in cui si prefigurava una strategia che portasse alla sconfitta del candidato del PD (che sia Fassino o meno non è ancora dato sapere). Come se ci fosse bisogno di fare spionaggio da quattro soldi per capire che il vento (e l’attenzione) stavano cominciando a soffiare (anche) da un’altra parte, foss’anche solo per l’incontro pubblico con Chiara Appendino che si è tenuto su quel palco a settembre (e che il sottoscritto si è perso per colpa della solidarietà internazionalista che ho portato alle isole greche a colpi di gamberoni&rivoluzione). Di segnali ce ne sono parecchi, la terra sabauda gorgoglia nel sottosuolo dei corpi intermedi storicamente allineati con la sinistra istituzionale: a livello generale qualcosa si è rotto (e finalmente!) dopo vent’anni di zerbinaggio all’ attuale blocco di potere da parte dell’establishment culturale torinese; oggi invece, almeno a livello più piccolo, cominciano ad avvertirsi i primi segnali di rottura.
Officine Corsare in realtà di anni di vita ne ha solo cinque, compiuti pochi mesi fa, ma sembra essere in procinto della maggiore età, quella in cui il sottoscritto ruppe il cordone ombelicale per andarsene a Genova per "festeggiare" il G8: ora i ragazzi di Via Pallavicino 35 sembrano essere avanguardia di un salto di qualità simile. Troppi rospi ha dovuto ingoiare la sinistra “di lotta e di governo” dell’orbita movimentista che tiene una relazione dialogante con l’Amministrazione locale. Per ora l’unica cosa certa è la seguente: nessun rapporto col PD, troppo deludente il giudizio sul quinquennio Fassino per poter continuare a fingere una “vicina lontananza” (o lontana vicinnanza?) con il blocco progressista che si allea coi reazionari, qui e a Roma. 
Per cui la loro prima idea è appoggiare Airaudo e togliere la vittoria al primo turno al buon Piero. E poi? Cosa succederà? E’ ancora troppo presto per scoprirlo, ma nell’aria torinese cominciano ad annusarsi fragranze inimmaginabili fino a qualche tempo fa.

Così, di fronte a spifferi, soffiate, presunte eminenze grigie ed accordi sottobanco, Officine Corsare ha deciso di mettere chiarezza nella vicenda uscendo col seguente comunicato stampa. Un mix perfetto di equilibrismo e contemporanee nette prese di distanza da certe politiche governative del PD - Partito della Nazione. Ma lascio a voi l’onere o l’onore di commentarlo. Buona lettura.
Paolo Tex Tessarin

(il testo e' pubblicato e quindi tratto dalla pagina Facebook di Officine Corsare)
"Il Patto dei Maccheroni"
In relazione all'articolo pubblicato oggi su Repubblica Torino “Il patto nato alle Officine corsare per fare lo sgambetto a Fassino”, intendiamo precisare quanto segue.
Le Officine Corsare da cinque anni portano avanti numerosi progetti culturali e sociali: anche grazie a queste attività e alla presenza sul territorio, il dialogo con l'Amministrazione è sempre stato trasparente e costante. 
Di mestiere, dunque, le Officine sono uno spazio culturale, politico e sociale, non un semplice ‘pensatoio’ né un 'bureau' di coordinamento della campagna elettorale di Giorgio Airaudo – con il quale il confronto non è mai cessato dai giorni del referendum di Mirafiori e continuerà a partire dall’appuntamento di sabato alla Vetreria.

La vocazione politica dello spazio ha reso naturale la costruzione di percorsi e l'apertura di canali di dialogo che tengono necessariamente conto della diverse posizioni di una comunità che non rinuncia mai al confronto e affronta in maniera adulta le divergenze, con l'obiettivo di essere un attore politico cittadino e non solo.
Per questa diversità - propria di un soggetto che non è e non vuole essere un partito - e per un senso di realtà, il 23 settembre le Officine Corsare hanno invitato Chiara Appendino. Il giorno dopo è stato invece invitato il presidente della Regione Sergio Chiamparino: nessuno di questi inviti indica un apparentamento, ma la volontà di presidiare alcuni temi: dal governo della città al reddito minimo, dalle politiche di accoglienza agli indirizzi culturali.
Il Movimento Cinque Stelle è un attore politico, peraltro molto diverso dai corsari e dalle corsare: ignorarne l'esistenza e il peso elettorale sarebbe impossibile. Per questo le Officine osservano il loro percorso e mantengono con alcuni dei loro attivisti un dialogo, in cui non mancano le criticità su alcuni grandi temi. Inoltre va constatato un altro elemento: il centrosinistra sembra aver completato del tutto la sua mutazione genetica, adottando politiche sempre più tecnicamente di destra sino a giungere all'epilogo dell'alleanza con Bondi, Alfano e Verdini.
In merito al ‘Patto dei Maccheroni’ (ottimo piatto della cucina popolana), ovvero il presunto accordo politico siglato alle Officine Corsare, teniamo a precisare come non sia stato stretto alcun patto, ma si sia solo svolto un costruttivo dibattito accompagnato da un'ottima cena, che vi invitiamo a gustare da noi ogni sera.
Spiace constatare come qualcuno sia più interessato a leggere mail trafugate e traslate dal loro contesto, piuttosto che discutere su quanti punti del programma di Fassino di cinque anni fa siano stati effettivamente realizzati al termine del suo mandato.
A noi corsari e corsare interessa cambiare Torino ed essere protagonisti e protagoniste di un rinnovamento politico e culturale cittadino: per questo ci troverete sempre dalla stessa parte, nei luoghi della politica in cui si costruisce il cambiamento.

lunedì 9 novembre 2015

"In Valsusa si sono violati i diritti della popolazione": la sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli.


Il Tribunale Permanente dei Popoli ha emesso la sua sentenza: in Valsusa si sono violati i diritti dei cittadini, in riferimento alle prassi di coinvolgimento nei processi decisionali e nella libertà di parola ed espressione.
Ieri il teatro Magnetto di Almese era stracolmo di persone in trepidante attesa del pronunciamento. Una sentenza e una sessione storica perché per la prima volta questo importante Tribunale di opinione si è espresso su “Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere”.

Accanto alla sentenza il Tribunale ha emanato delle raccomandazioni nei confronti degli stati coinvolti chiedendo una sospensione dei lavori, un tavolo vero di confronto in cui venga presa in considerazione l’opzione zero, la cessazione dell’occupazione militare e della criminalizzazione del dissenso.
Dal 5 al 7 novembre si sono succeduti sul banco dei testimoni attivisti, sindaci, avvocati, ingegneri, naturalisti. Non si è parlato solo di Valsusa ma anche di tanti casi analoghi sparsi in Italia ed Europa: Muos, Mose, le trivellazioni, il passante ferroviario AV a Firenze, il TAV in Francia e nei Paesi Baschi, la miniera a Rosia Montana in Romania, la nuova stazione ferroviaria a Stoccarda, solo per fare alcuni esempi.

Ah no, dimenticavamo anche il Ponte sullo Stretto, magicamente risorto dal Capo Renzi, proprio durante la seconda giornata di lavori. Sembrava quasi una barzelletta invece era la triste realtà.

I denominatori comuni delle realtà che hanno portato la loro testimonianza sono l’imposizione dall’alto di questi grandi progetti, che vengono decisi sulla testa dei cittadini che si organizzano in sistemi di lotta e resistenza, subendo la repressione e la criminalizzazione.  

Per questo motivo la sentenza pronunciata ieri, se pur nel sostanziale silenzio o ridimensionamento dei media, ha un valore importante a livello europeo e mostra questa nuova forma di colonialismo che sta contagiando l’Europa: quello delle lobbies interessate alle Grandi Opere.
Quelle grandi opere propagandate come essenziali per l’interesse generale che si scontra così con quello particolare, quello delle comunità.
 Ma dove sta l’interesse generale? Il 7 dicembre 2005 durante le giornate più calde in Valsusa  Luciano Gallino sulle pagine di Repubblica si interrogava proprio su questo tema, se l’interesse particolare in questo caso potesse essere d’aiuto all’interesse nazionale. Tutto sempre di grande attualità-

E la controparte? Telt nella persona di Virano e Foietta per l’Osservatorio hanno deciso di non partecipare, di non presentarsi per difendersi e portare con loro numeri e prove della necessità di realizzare la Torino-Lione. Le scuse sono le più svariate. Ma quello che conta è il dato di fatto: ancora una volta i proponenti dell’opera si sono sottratti al confronto pubblico e per di più di fronte a un Tribunale d’opinione così importante. Hanno anche provato a ridimensionare il valore di questo tribunale, ma forse è bene studiare la storia del Tribunale Russell prima di giungere a conclusioni affrettate.
 Facendo così hanno dimostrato ancora una volta come il dibattito e il confronto non siano attività proprie di chi propaganda il TAV da decenni.
Quello che rimane impresso è l’emozione delle centinaia di valsusini accorsi ieri ad Almese: il senso di una popolazione che ancora lotta testardamente, forte della bontà delle sue posizioni.  

Per leggere il dispositivo della sentenza potete cliccare qui

Sul sito del Controsservatorio Valsusa troverete i resoconti giornalieri delle varie testimonianze: http://controsservatoriovalsusa.org/
Per conoscere la storia e le sentenze passate del Tribunale permanente dei Popoli potete cliccare qui:

SIAMO TUTTI STUDENTI E ANTAGONISTI

Sabato pomeriggio ho deciso di rovinarmi il weekend andando ad ascoltare le magnifiche sorti e progressive della città nell’evento organizzato da Urban Center, presieduta dall’ Assessore Lo Russo, per festeggiare i vent’ anni del Piano regolatore. Una pletora di interventi da tre minuti ciascuno, da Politecnico ed Università al Circolo dei Lettori, passando per la Presidente della Recchi Engineering che cita Calvino (in “Exporto 2022” un nostro personaggio costruisce l’intervento del Capo del Partito della Nazione inventandosi citazioni di Calvino). Non mancano di certo la FIAT, le Ferrovie dello Stato, la Lavazza (non poi così benevola nei confronti dell’Amministrazione) e BASIC: è la loro concezione di corpi intermedi e cittadini. E così ho deciso di fare una cosa molto semplice, cioè giocare a fare il giornalista (lo si intuisce nel video de La Stampa dal mio quadernino rosso demodé che ripongo nello zaino stizzito come uno studente di terza media che ce l’ha con la prof perché non l’ha fatto parlare), e andare ad ascoltarli in platea per poi fare un mio piccolo intervento che mettesse in discussione quanto affermato sul palco. E per carità, tra le righe dell’unanimismo di facciata qualche bordata al Sindaco Fassino è arrivata anche dagli invitati: non certo un buon auspicio per chi sta decidendo se ricandidarsi nelle elezioni comunali di primavera.
Peccato che, dopo essermi presentato nell’ intervallo per chiedere di intervenire nella successiva fase di “dibattito aperto e democratico” (loro definizione), tutto questo mi è stato impedito: non si capisce il motivo, o forse si capisce troppo bene. Nel teatrino che si erano costruiti, il blogger di Sistema Torino che sale sul palco a porre dei dubbi era un personaggio decisamente fuori programma e avrebbe rischiato di guastare la festa: meglio catalogare tutti come antagonisti e studenti (grazie per il complimento ma ormai ho un’età) e archiviare il dissenso sotto una unica etichetta utile a dipingere tutti come violenti brutti e cattivi. Perché ha ragione Chiamparino quando dice che "non esiste un piano alternativo al nostro per lo sviluppo della città": o forse esiste ma non siete più in grado di ascoltarlo, assuefatti alla cooptazione del dissenso che viene messa in pratica a Torino da vent’anni a questa parte.
Così, di fronte al loro diniego, che deciso di alzare i tacchi ed andarmene a vedere Paratissima con gli amici. Giusto per non pensarci più. Qui sotto, quello che avrei voluto dire nei tre minuti che mi ero immaginato:
“Buonasera, sono Paolo Tessarin, blogger di Sistema Torino. Vi ringrazio perché stasera mi avete facilitato il lavoro dando una plastica rappresentazione di quello che è il Sistema (che non esiste): un sistema che, in pieno stile renziano, sciorina numeri per dirci che va tutto bene e tutti i torinesi sono felici. I dati di un sondaggio “indipendente” commissionato dalla Urban Center presieduta dall’Assessore stesso. Ci sono altri dati che vi siete però dimenticati: Torino è la città più inquinata d’Italia, è la città più povera del Nord Italia ed ha un debito pubblico così alto da far impallidire qualsiasi competitor europeo. Ma viene venduto come “debito buono” perché si sono fatti investimenti per lo sviluppo secondo la vulgata dominante: bisognerebbe andare a spiegarlo nelle periferie abbandonate e nei luoghi occupati dai migliaia di torinesi che si sono ritrovati dall’ oggi al domani senza una casa. Un debito buono che costringe però il Comune a tagliare i servizi sociali e svendere il patrimonio pubblico: quindi buono per chi? Forse per i costruttori di gallerie commerciali e case di lusso (“Sarà un supermercato che vi seppellirà” è una nostra rubrica che funziona alla grande), che state cercando di far proliferare ovunque grazie alle delibere (ne sono state approvate a centinaia) di varianti al Piano urbano che oggi festeggiate e decantate.
Là fuori c’è una città che urla quotidianamente il proprio disagio in un contesto economico-sociale di povertà, mentre qua dentro si assiste al potere che incensa se stesso."
Paolo Tex Tessarin

venerdì 6 novembre 2015

UN NUOVO STAKEHOLDER IN CITTA': MOLEMAN

(Max Giovara)

Un nuovo stakeholder si affaccia sulla scena della smartcity subalpina (la 14^ a livello nazionale eh...): MOLEMAN. E ne sentiremo parlare spesso

VIA ASTI: TUTTO BENE QUEL CHE FINISCE BENE?

foto Paolo Tex Tessarin
SCENE DA LIBRO CUORE
“Per noi la prima cosa da chiarire è che non siamo i proprietari di Via Asti. Per quanto ci riguarda, da parte nostra c’è la volontà di stare insieme, abbiamo detto che forse qua non ci sono condizioni per vivere ma la volontà comune rimane. Si può convivere senza problemi, troviamo un modo per farlo ed andare insieme nelle stessa direzione. Questo il punto di partenza, abbiamo modalità diverse su alcune cose ma nessun problema se stiamo insieme”. Questo l’incipit di Oliviero Alotto. Segue un vociferare in lingua a me sconosciuta di uomini e donne (no, non quelli di Maria De Filippi anche se fuori c’erano le telecamere già da un paio d’ore) poi arriva la risposta delle famiglie arrivate domenica: “Va bene, anche noi vogliamo stare insieme. Ci siamo aggiustati, abbiamo trovato acqua e luce, piano piano si può fare tutto insieme, ci siamo dati da fare in questi giorni.” Come avrete capito dalla mia fedele trascrizione dei primi tre minuti di assemblea, la parola-chiave della serata è “insieme”: a coronamento del tutto interviene una rappresentante del movimento anarchico che propone (alla fine ‘sti anarcoidi sono festaioli, bisogna dirlo) una bella festa di cibo musica e condivisione, appunto “insieme”. Altra buona notizia: la mensa, che si riteneva riservata alla cucina radical, verrà invece usata…indovinate come? Esatto, insieme! Mi viene da chiedermi che cosa ci sono venuto a fare qua stasera: mi aspettavo fulmini e saette per poter scrivere un articolo al vetriolo ed invece nessuno scoop, mi tocca commentare uno scialbo zero a zero.

NASCE UN NUOVO “PERCORSO” DI BENE COMUNE?
Tornando serio, a settantadue ore di distanza il clima è radicalmente cambiato e sembra che gli occupanti tutti abbiano colto l’auspicio che il Prof. Ugo Mattei, presente e sorridente anche stasera, fece lunedì sera. La scelta, il “responso”, è di una semplicità disarmante: si resta tutti lì, comitato di Via Asti e ex abitanti di Lungo Stura Lazio, alla ricerca di un percorso più lungo possibile attraverso un tracciato certamente nuovo e dagli orizzonti possibili indecifrabili. La riflessione da fare ora è tutta politica: si è fatto cenno ad alcuni comunicati stampa comuni futuri, si sono messi in discussione en passant i punti di attrito radicale che esistono riguardo al passato e la, ovvia, lontananza siderale di giudizio riguardante “La città possibile”, il piano dell’Amministrazione che ha portato all’ abbattimento delle baracche di Lungo Stura Lazio. Allo stesso tempo i due gruppi di occupanti sono andati alla ricerca di punti di contatto nella comune preoccupazione per il “disagio abitativo” di queste ed altre numerose famiglie, non sono i rom dei campi sosta ma anche le famiglie, italiane straniere o aliene che siano, che stanno occupando altri edifici, come per esempio l’istituto scolastico di Corso Ciriè a Torino. 
Viene poi da chiedersi: che cosa avrebbe potuto fare Terra del Fuoco di diverso? Probabilmente nulla, dato il geniale colpo di teatro della ri-occupazione da parte di rom ed anarchici di domenica pomeriggio. In queste lunghe settantadue ore la politica si è mossa, dal comunicato stampa della Sezione Provinciale di SEL che ha preso le nette distanze dall’occupazione alla sensazione che stasera i “terrafuochisti” abbiano voluto mettere la faccia in prima linea per “intestarsi” completamente l’evoluzione dei fatti e l’occupazione di aprile, scevra da manovre politiche e politicanti di partito sottostanti. A voler essere pignoli, sembra che i “primi occupanti” abbiano più dimestichezza col politichese ed alcuni passaggi sulle azioni future “con il mondo esterno” (abitanti del quartiere piuttosto che cittadinanza tutta o il Comune stesso) sembrano poter tendere verso un indirizzo a loro più consono. Ma non voglio certo assumermi la responsabilità di creare attriti laddove non se ne ravvisano: certo, l’idea di una convivenza tra famiglie rom ed una associazione spogliata dalle “colpe passate” di vicinanza eccessiva con una Amministrazione sorda ed insensibile di fronte alle povertà cittadine vecchie e nuove sembra un sogno (ed un incubo per un PD sempre più in difficoltà) che potrebbe materializzarsi a pochi mesi dalle elezioni. Il dado è tratto, ed ora è tutto in mano agli occupanti: sarebbe bello poter assistere veramente ad una festa “insieme” venerdì prossimo molto partecipata, da parte di tutti, in solidarietà con i ventisei nuclei abitativi che stanno ricostruendo tra mille difficoltà il loro focolare domestico. 
Ecco, ora ci tocca invece parlare del mondo là fuori, perché l’intolleranza ha calato l’asso della troupe mediaset che documenta in diretta la sofferenza della popolazione del quartiere stremata, ovvero una dozzina di abitanti ammassati di fronte alla telecamera con ripresa ristretta di Rete4.

LA TELEVISIONE È L’OPPIO DEI POPOLI
Aldilà della dietrologia che si potrà fare riguardo le scelte politiche dei diversi occupanti, la sfida più grande che si prospetta all’orizzonte è la relazione con i vicini di casa, perché chi ha accolto probabilmente peggio la notizia della nascita di un nuovo inedito polo d’occupazione è proprio chi tenta di soffiare sul fuoco della intolleranza e del razzismo. Quarantacinque minuti di trasmissione televisiva durante la quale si è esordito in diretta con un titolo cubitale che campeggia a centro schermo “A loro mazzette, a noi paura e degrado Torino: rovinati da rom e illegalità” (come faccio a saperlo se nel frattempo ero ancora in Via Asti? Semplice, ho avuto il fegato di riguardare Mediaset in streaming, e già solo per questo merito la vostra piena solidarietà). La trasmissione è una misticanza di qualunquismo e guerra tra poveri in salsa nazional-popolare: un fenomeno mediatico che spesso noi sinistrorsi archiviamo con sufficienza, ma è un errore grave da evitare. Infatti l’epico Ugo Mattei decide di mettersi in prima linea e discettare al microfono di  “arricchimento del quartiere” ed “integrazione” mentre gli urlano dalle finestre.  Sembrano mondi lontani, anzi lo sono: esigenze contrapposte, sensibilità inconciliabili, incapacità di calarsi nei panni dell’altro, che esso sia un rom o un residente del pre-collina. Per cui, tornando agli attuali abitanti della caserma Lamarmora, la sfida più grande sarà proprio tener botta nei confronti delle manifestazioni identitarie prossime: sabato mattina ci sarà un sit-in contro l’illegalità organizzato da un crogiuolo di comitati spontanei e destre varie per richiedere lo sgombero immediato. Tra l’altro anche loro, dopo La Repubblica, hanno usato nel volantino la mia foto dell’ingresso di Via Asti con la Vespa rossa in prima fila: almeno in questo c’è par condicio! Il grande evento massmediatico sarà però lunedì sera, quando al “caso dei rom che occupano palazzi vuoti” sarà concesso l’onore del prime time Mediaset, sempre su Rete4, sempre con Del Debbio “indelebilmente dalla nostra parte”, come suole affermare alla fine di ogni puntata.
Data la melassa grondante da questo articolo, per contrastare la violenza e la volgarità di quanto appena descritto, non ci può essere miglior chiusura che tornare all’immagine di Jean Diaconescu, portavoce dei rom, che suggella il clima disteso dell’incontro intervenendo con gli occhi lucidi per affermare semplicemente: “Si può fare, possiamo restare tutti quanti e continuare a vivere qui… insieme!” 

“Nel frattempo” il mio auspicio è sempre il medesimo: andate a farvi un giro in caserma, passeggiate e chiacchierate con tutti, e portate la vostra solidarietà (insieme a qualche bene di prima necessità) alle famiglie di Via Asti. Ne uscirete certamente arricchiti.
Paolo Tex Tessarin

martedì 3 novembre 2015

OCCUPIAMO L’OCCUPAZIONE: I ROM “SBARCANO” IN VIA ASTI


foto Paolo Tex Tesarin
QUANDO LA REALTÀ SUPERA LA FANTASIA
Che cos’è il genio? Duole ammetterlo, ma nessuno di noi ha mai neanche lontanamente pensato ad un colpo di teatro simile, che potesse sparigliare tutte le carte che da anni sono rimaste immobili sul tavolo del potere torinese.
L’antefatto è molto semplice ma giova ricordare un po’ di storia recente: “LA CITTA’ POSSIBILE – Iniziative a favore della popolazione ROM” è un progetto che il Comune di Torino ha lanciato nel 2013 con la collaborazione di 6 diverse organizzazioni del Terzo Settore tra cui Terra del Fuoco, cioè la principale protagonista (insieme a sindacati e movimenti vari) dell’occupazione attuale di Via Asti. Lo scopo è fornire “percorsi efficaci di integrazione e cittadinanza per 1300 persone di etnia ROM”, in primis coloro che abitano (o meglio abitavano) nel campo sosta di Lungo Stura Lazio abbattuto con le ruspe (RUSPA!) un paio di settimane fa. La giornata della distruzione delle baracche è stato raccontato a tutti i presenti da padri di famiglia con bambini in braccio e da donne anziane con qualche manciata di vite vissute nei loro sguardi: un racconto struggente, che mette paura, che fa scorrere nelle vene un freddo ancora più stordente di quello provato nella riunione all’aperto fatta stasera tra “occupanti rom” ed “occupanti delle associazioni”.
L’obiettivo del progetto non sembra inviso a nessuno: tutti d’accordo nel voler spostare le famiglie in “case vere” al posto delle baracche pericolanti lungo la Stura (che sono, sia ben chiaro, una ghettizzazione imposta e non una scelta di libero arbitrio da parte dei soggetti coinvolti).
Esiste purtroppo un “però”: l’applicazione concreta di tale “percorso” (è un termine che ritornerà spesso nel corso della serata, un uso strumentale di alcune parole-chiave dal quale soleva metterci in guardia il Maestro Luca Rastello) ha portato alcune famiglie direttamente in mezzo ad una strada, privi di documenti risorse cibo e casa. Che fare? Nulla di più semplice: Terra del Fuoco è uno dei soggetti protagonisti di “La città Possibile”, gran parte degli esponenti di Terra del Fuoco sta occupando Via Asti da sei mesi, in Via Asti c’è uno spazio dedicato al “disagio abitativo” (le parole-chiave di cui sopra), queste famiglie stanno chiaramente vivendo un disagio abitativo. La conclusione sillogica è molto semplice: domenica pomeriggio una quarantina di persone di tutte le età, “gli ex abitanti di Lungo Stura Lazio”, arrivano sotto uno splendido sole ai piedi della ricca collina sabauda e decidono di andare a dormire all’interno della Caserma Lamarmora. Non vorrei sembrare insistente, ma la domanda ritorna come un refrain nella mia testa: ma come ho fatto a non pensarci prima? Così, gli amici del “Comitato Via Asti Occupata” si trovano ad “essere occupati” da nuove realtà. Tanto che qualcuno osa affermare “non si occupa un posto già occupato!”, come se esistesse un “galateo delle buone Okkupazioni”. A seguito di tutto questo, il necessario incontro tra i due gruppi nel cortile della caserma nella serata di lunedì.

LA FREDDA CRONACA DELL’INCONTRO
Qui si sta consumando la storia, anzi forse La Storia con la esse maiuscola della sinistra di questa città. Giova innanzitutto ricordare che in tribuna stampa sono clamorosamente assenti i media mainstream di Torino. Eppure parlano spesso di quel che succede qua dentro: come fanno? Ma torniamo a noi: alle 19.30 i rappresentanti del comitato degli occupanti originari escono dalla loro riunione per comunicare alle famiglie presenti il loro responso .”Siamo solidali con la vostra lotta, e capiamo il vostro disagio….però c’è un problema”. Vi avevo avvisato qualche riga più su: c’è sempre un però. Infatti, cito quasi testualmente, la soluzione abitativa nella palazzina occupata non è percorribile perché mancano acqua luce e corrente elettrica (“esattamente come nel campo nomadi dove abitavamo prima!”, rispondono in molti). Proprio a causa di queste mancanze, argomentano, nessuno è stato ospitato in questi primi sei mesi di permanenza qua dentro: vi sono problemi tecnici non risolvibili, per cui nada. E nel frattempo? “Noi stiamo qua, non andiamo da nessuna parte.” risponde perentoria una madre di famiglia, applaudita da un pubblico partecipe (anzi “partecipato” come direbbero molti presenti) . Non sono però d’accordo i ragazzi del comitato, perché tutto ciò non fa parte del “percorso” che avevano deciso mesi orsono; la discussione (il confronto è fermo ma molto pacato e di ampia disponibilità, il fair play va riconosciuto a tutti i soggetti presenti) sembra avviarsi verso una fase di stallo. “Noi non siamo proprietari di questo spazio e non siamo noi a decidere chi sta qua dentro; siamo disponibili ad aiutare ma non siamo i proprietari della caserma” viene ripetuto quasi come forma di auto-convincimento inconscia. Dopo alcune schermaglie sull’ opportunità di affidare (simbolicamente ma anche concretamente) le chiavi del complesso anche ai nuovi occupanti, si giunge all’ intervento provocatorio (nel senso più positivo del termine) del Prof. Ugo Mattei che ha spinto tutti i presenti a buttare il cuore oltre l’ostacolo e tentare una esperienza nuova di condivisione degli spazi e di aiuto reciproco secondo il modello del bene comune di cui il docente torinese è autorevole ed affermato esponente. Dopo altri svariati interventi, la conclusione è ancora affidata alla voce dell’esponente di Terra del Fuoco, che richiede 48-72 ore di tempo per permettere al Comitato Via Asti di decidere sul da farsi, compresa una eventualità (per carità, assolutamente legittima) di fare un passo indietro e sfilarsi dalla gestione della caserma. E’ fin troppo facile immaginare le conseguenze di un tale atto: quanto durerebbe una occupazione di un edificio del pre-collina da parte di famiglie rom (a questa latitudine forse sono già chiamati zingari) prive di un sostegno laterale di associazioni molto più vicine all’ Amministrazione cittadina? Poche ore, al massimo qualche giorno, come accade alle altre simili esperienze cittadine di occupazione di case e spazi abbandonati.

LA SINISTRA E IL SUO FALLIMENTO CITTADINO
Quello cui ho assistito stasera è un dramma, lacerante ed insanabile: settanta persone in tutto a discettare al freddo di occupazioni legittime ed abusive, appaltanti e sub appaltanti, serie A e serie B. Decine di famiglie passate dalla baracca al nulla, di fronte a loro rappresentanti di associazioni cittadine che vivono nel limbo tra l’occupazione e rapporti ufficiali ed istituzionali con l’Amministrazione torinese. E gli altri? Dove sono? Dove stanno le telecamere, i politici, i futuri candidati a Sindaco, i rappresentanti dei corpi intermedi, tutte quelle categorie care alla sinistra italiana: sono a casa davanti alla TV? A svernare al caldo di qualche isola tropicale? Il loro silenzio è assordante, la loro assenza tangibile. Cosa ne pensa per esempio Giorgio Airaudo, indicato come candidato sindaco della sinistra torinese figlia del “modello Via Asti”? E non si ravvisano dichiarazioni “importanti” neanche da parte di esponenti del PD – Partito della Nazione, salvo segnalare un Antonio Ferrentino (Consigliere Regionale PD) in grande spolvero su Facebook che afferma candidamente: “Qualcuno pensava che lasciando Via Asti a Terra del Fuoco si evitava una lista a sinistra. Sono mesi che avevano deciso la lista e ci stanno solo prendendo in giro.” Ecco, la tara e l’importanza elettorale di quanto sta avvenendo è plasticamente sintetizzata in questo commento da social network: nel frattempo, come diceva la donna di prima, “gli ex abitanti di Lungo Stura Lazio” restano in Via Asti e lottano uniti per ottenere una sistemazione stabile, con buona pace degli abitanti della zona. Ah già, esistono anche loro: dall’articolo de La Stampa on-line di ieri sembrano molto preoccupati dall’arrivo dei nomadi. Una ragazza del quartiere (una giovane medico progressista) si è anche manifestata al termine della serata per esprimere una profonda preoccupazione che attanaglia la comunità locale: ma vi rendete conto che un “pittoresco progetto di comunità rom” qua dentro porterebbe alla svalutazione immobiliare della zona? No comment. Con questa aura di tristezza cosmica si chiude la serata: prossimo appuntamento giovedì ore 18.00 per un nuovo tentativo di conciliazione delle occupazioni e di convivenza. 
Paolo Tex Tessarin

“Nel frattempo”, le famiglie hanno bisogno di coperte, cibo, mobili e qualsiasi altra cosa vi venga in mente: ogni aiuto da parte della cittadinanza è ben accetto.