martedì 31 marzo 2015

LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO: IL TESTO INTEGRALE DEL PROTOCOLLO D’INTESA SU CAVALLERIZZA

Oggi, martedì 31 marzo 2015, è un giorno a suo modo storico per Torino: gli enti che ci governano, ovvero Compagnia Di San Paolo, Cartolarizzazione Citta’ Di Torino s.r.l. a socio unico, Università, fondazioni culturali e (stavo per dimenticarle) Comune Di Torino e Regione Piemonte, hanno diramato alla cittadinanza, previa approvazione della Giunta e (pare) nessuna visione da parte del Consiglio Comunale (ove siedono i rappresentanti votati direttamente dal popolo sovrano) il documento d’intesa che sancisce la destinazione futura della cavallerizza che, giova sempre ricordarlo, è bene patrimonio dell’umanità UNESCO.
Questa procedura di discussione e approvazione del protocollo, ristretta e segreta tanto ieri nelle Commissioni cultura di Regione e Comune quanto oggi nella Giunta Comunale, è stata fortemente contestata dall'Assemblea Cavallerizza con un presidio sotto il Palazzo comunale. Presidio che poi si e' spostato al Museo Egizio dove si stava svolgendo l'inaugurazione dei suoi nuovi allestimenti.
Il protocollo è accompagnato da un comunicato stampa che annuncia urbi et orbi l’avvio del tanto decantato e reclamato “percorso partecipativo”, ovvero quella parte decisionale in cui gli abitanti, gli attivisti, le associazioni, gli occupanti-liberanti possono dire la loro e contribuire alle scelte pubbliche.
Certo, tutto molto bello: peccato che nella valutazione dell’iter di formazione di una decisione la forma rischi di prevalere sulla sostanza, soprattutto in eventi come questo. E la distorsione della forma partecipativa è evidente: Comune e Regione hanno deciso di firmare un documento di indirizzo molto preciso prima di consultare il popolo sovrano, e prima ancora di farlo valutare, emendare ed eventualmente modificare (o perché no affossare) nel consiglio cittadino degli eletti.
Nel contempo, è comparsa “come per magia” una cordata di imprenditori locali (chissà perché si parla sempre di “cordata locale”, come se ce li facesse apparire più vicini a noi, quasi come nostri dirimpettai di condominio) che con la tecnica del “dico/non dico” su La Stampa di ieri palesava un interesse concreto a metterci i soldi. Ed io sono così democratico da pensare che chi mette il danaro, soprattutto se l’unità di misura sono i milioni di euro, abbia il diritto di fare un po’ come gli pare, altro che seguire il dettato di un Protocollo d’Intesa che di per sé già non è vincolante. Ma questo lo scopriremo solo vivendo: sarei curioso di vedere quanto il protocollo sarà distante dagli obiettivi del privato o se, “come per magia”, interesse privato e dettami del protocollo d’intesa coincideranno.
Staremo alla finestra. anzi no, Sistema Torino rimarrà ancora lì, sul pezzo, ad interrogarsi ed interrogare tutti gli attori pubblici e privati coinvolti nella “valorizzazione” (parola magica) di un bene dal valore artistico-storico-architettonico ineguagliabile. 


Il protocollo d’intesa è quindi da oggi documento pubblico: per questo la nostra scelta è pubblicarlo per intero sul nostro blog, cosicché ogni cittadino abbia la possibilità di leggerselo senza filtri e fare le proprie considerazioni.

Buona lettura.

lunedì 30 marzo 2015

Torino capitale del Centro Africa.

http://www.infoaut.org/index.php/blog/metropoli/item/11844-torino-la-cavallerizza-%C3%A8-reale
Non c’è nessuna differenza tra un paese del Centro Africa - senza alcuna offesa per tali nazioni - che scopre una miniera di qualche risorsa naturale e la vende a ricchi privati occidentali, e il Comune di Torino che entro breve tempo venderà/regalerà la Cavallerizza Reale a qualche investitore autoctono o alloctono.
Come dovrebbe ben sapere l’assessore Passoni, l’economia del nostro patrimonio artistico e culturale è stata fino ad ora sfruttata come una classica “economia di rendita”. Non a caso è dalla metà degli anni 80 che tale “Patrimonio”, tutelato da un ormai grottesco art. 9 della Costituzione, viene definito come “il petrolio d’Italia”. Definizione che di per sé racconta bene quale utilizzo se ne voglia fare e chi ci debba guadagnare.
Come ha detto un noto e pericoloso economista bolscevico, Joseph Stiglitz,  “I paesi che abbondano di risorse naturali sono tristemente famosi per le attività di ricerca della rendita. Questo è spesso un gioco a somma negativa.” Vendere la Cavallerizza, o un’isola della Laguna di Venezia o un Palazzo mediceo a Firenze (entrambi sono presenti in un "lotto" preparato dal Governo Letta), non è esattamente questo? E quando si giungerà alla vendita del Colosseo, o di Ischia?
E’ chiaro, perché ci stiamo suicidando? Prendere un patrimonio pubblico, sia esso una vena di bauxite o il bar del teatro Carignano - sede pochi giorni fa di un set pubblicitario pubblico della Lavazza, con la solita Evelina Christellin intenta a fare la brava madamin che serviva il caffè a vari vips – è la peggiore delle privatizzazioni, la più pericolosa perché toglie le risorse vitali con cui la democrazia vive.
No patrimonio culturale pubblico? No democrazia.
Ma la Sinistra in Italia, e in particolare a Torino, ha perso la testa e ormai ha fatto suo il dogma dell’Uomo Monodimensionale, l’uomo che pensa solo ai soldi. E’ una deriva perfino grottesca. Sono dei veri talebani del pensiero unico:  così somiglianti ai ciechi di Saramago, incapaci di vedere il disastro in corso da venti anni, incapaci di ammettere che ogni singola decisione incardinata su questa maledetta Teologia del Mercato che hanno applicato alla città non ha portato nessun singolo risultato positivo, nessun miglioramento per la cittadinanza. Eppure proseguono, decisissimi.
Passoni, Fassino, Chiamparino, etc etc siete uomini di destra, anche se ultimamente rivendicate orgogliosamente il contrario per pure ragioni di marketing.
Non la destra truculenta, ovviamente. Bensì la cosiddetta “destra economica” quella che un tempo era rappresentata dagli Agnelli.  Sappiamo che questa cosa vi fa incazzare, la verità fa sempre male:  per questa ragione la scriviamo e speriamo che qualcuno ve la faccia leggere. Anche perché, in cuor vostro, dato che siete delle persone anche abbastanza colte, lo sapete. Portate avanti una visione del mondo totalmente appiattita sulla teologia liberale tardo ottocentesca. Non è manco neoliberismo il vostro, è qualcosa di arcaico e primitivo, privo di futuro.
La vostra visione culturale prevede che piccolissime èlite si comprino pezzi di beni pubblici che voi avete fatto consapevolmente marcire. Senza rendersi conto che questo metodo altro non fa che “aumentare la crescente e smisurata diseguaglianza: non soltanto con una crescita più lenta e un PIL inferiore, ma anche con una maggiore instabilità.” Sono parole sempre del noto compagno Stiglitz, che sembrano scritte dopo un breve soggiorno turistico nella nostra città.
La ex Sinistra attuale Destra Economica vede di buon occhio un’idea di super ricchi barricati dentro la Cavallerizza e circondati dai torinesi che guardano. Un’immagine che ricorda i villaggi turistici del Kenia gestiti da un grande fan di Matteo Renzi: Flavio Briatore. Il modello Billionaire a Torino che piace tanto anche a Grabriele Ferraris, a cui una trattoria farebbe schifo e si emoziona al solo pensiero di file di Rolls Roice e Ferrari parcheggiate in via Verdi.
Viene in mente quando Renzi, il vostro nuovo capo di destra che ora idolatrate, ha fatto chiudere Ponte Vecchio a Firenze, per trentamila miserabili euro, e ci ha fatto fare un party privatissimo per ricchissimi possessori di Ferrari.
La democrazia si è ridotta a questo: l’elezione ogni quattro anni di un curatore fallimentare che vende il patrimonio pubblico agli speculatori, facendo brucare qualcosa anche  alle banche grazie alle operazioni sulle cartolarizzazioni: di solito l’accensione di nuovi mutui che strangoleranno ancora di più i Comuni, e in particolare il nostro. 

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Protocollo d'intesa a scatola chiusa, ASSEMBLEA CAVALLERIZZA 14:45 ORGANIZZA UN FLASH MOB

Riceviamo e Pubblichiamo un comunicato dell'ASSEMBLEA CAVALLERIZZA 14:45


QUESTA SERA LUNEDì ALLE ORE 19, è convocata un'assemblea straordinaria in Cavallerizza per l'organizzazione di un FLASHMOB da tenersi MARTEDI' 31 MARZO alle 8,30 davanti al Comune di Torino, in piazza Palazzo di Città: CALL APERTA A TUTTI GLI ARTISTI e I CITTADINI DI TORINO e INVITO A ESSERCI NUMEROSI E A PORTARE UN OMBRELLO!


Segue Comunicato Stampa di ASSEMBLEA CAVALLERIZZA: 

"In data odierna, è stato presentato durante la Commissione cultura congiunta di regione e comune il Protocollo di Intesa tra enti pubblici e privati per ridefinire il futuro assetto della Cavallerizza.

L’incontro questa volta si è svolto eccezionalmente in regione dove per regolamento le commissioni si svolgono a porte chiuse. Il protocollo è stato presentato ma non c’è stato dibattito né è stato divulgato il testo integrale del protocollo. L’obiettivo è che sia approvato a scatola chiusa domani dalla giunta comunale.

Il protocollo, presentato come una formalità ormai solo da approvare, sembra la luccicante carta regalo, fiocco compreso, del pacco offerto all’opinione pubblica attraverso la stampa, all’interno del quale la sostanza resta la svendita di un bene comune.
Entrano altri soggetti in gioco ma il potere di decidere, al di là di suggerimenti e consigli su cui tutti si spenderanno, resta in mano agli acquirenti. “Valorizzazione del bene” per gli assessori Passoni e Parigi resta sinonimo di monetizzazione, nessuno è escluso a priori dal processo purché paghi la sua “fetta”.
In sostanza nessuna delle richieste sino ad ora avanzate dalla cittadinanza (no alla vendita, destinazione e fruizione pubblica, unitarietà dell’insieme e progettualità partecipata), con il supporto di oltre 10.000 firme della popolazione torinese, viene accolta dalle istituzioni, neanche negli intenti. 
− Non c’è alcun passo indietro rispetto allo smembramento e alla vendita del bene
− non è garantita una progettazione e un trattamento unitario delle trasformazioni del complesso
− il coinvolgimento di una pluralità di soggetti anche pubblici sembra strumentale a nascondere che la progettazione non coinvolgerà direttamente i cittadini nè, aspetto inquietante, non passerà neanche attraverso il Consiglio comunale, palesando come le decisioni rispetto ad una questione così delicata e strategica vengano a formarsi fuori dai luoghi che dovrebbero garantire la democrazia. 
In ogni caso, come recita l’art 5: il protocollo stesso non è vincolante per gli acquirenti. 
Per cui, al di là delle belle parole e delle indiscrezioni dei media su interventi salvifici di folcloristici imprenditori, il destino della cavallerizza resta senza garanzie. 
L’unica certezza rimane la vendita che rischia di assomigliare alla spartizione di una golosa torta speculativa."

Per maggiori informazioni: https://cavallerizzareale.wordpress.com/contatto/  - https://www.facebook.com/pages/Assemblea-Cavallerizza-1445/696775003675449?fref=ts

Per sapere cosa si diceva attorno alla cavallerizza giusto qualche settimana fa leggi lo SPECIALE "DALLE STALLE ALL'OSTELLO" di Paolo Tessarin e Chiara Vesce: http://sistematorino.blogspot.it/2015/02/dalle-stalle-allostello-aristotele-la.html

E tutti gli articoli sull'argomento: http://sistematorino.blogspot.it/search/label/Cavallerizza

EXPOrTO 2022, nuovi appuntamenti per conoscere il progetto!

Sistema Torino is Always on the Move...
Aprile sarà un mese fitto di appuntamenti per promuovere EXPOrTO 2022, La Grande Opera Definitiva: uno spettacolo tra teatro e multimedia che parlerà di una nuova gigantesca grande opera.
Attualmente 3 date sono state confermate e diverse altre occasioni sono in via di definizione. Lo spettacolo punta a svelare i meccanismi tipici della realizzazione delle grandi opere in Italia, parlerà di politica, di lobbies, di mass media.


Per seguire gli sviluppi di EXPOrTO 2022 potete iscrivervi alla nostra  mailing list: http://sistematorino.blogspot.it/p/exporto.html

Per supportare EXPOrTO 2022 http://buonacausa.org/cause/exporto2022

Per info e contatti: info@sistematorino.it 


PROSSIME DATE DI PRESENTAZIONE
Venerdì 3 aprile ore 21 presso il Circolo Polski Kot, Via Massena 18 a Torino
Giovedì 9 aprile ore 21 presso il Circolo Arci Stranamore in Via Bignone 89 a Pinerolo (TO)
Sabato 11 aprile ore 21 presso Biblioteca Popolare “Il Faggio Rosso”a Grugliasco in Via La Salle 22

Vi aspettiamo!



mercoledì 25 marzo 2015

EXPORTO 2022, la Orte-Mestre e il Tav: noi le vogliamo tutte!

In un curioso e godibile articolo pubblicato su La Stampa di domenica 22 marzo, Giuseppe Salvaggiulo tratteggia con toni indignati le vicissitudini della Grande Opera "Autostrada Orte-Mestre."
Ohibò.
E' una lettura interessantissima perché il convitato di pietra di quello scritto è proprio il Totem per eccellenza, il Tav Torino-Lione.
Mai nominato, impronunciabile, manco fosse un Dio iracondo e iconoclasta, egli alberga lì, tra le righe.
Salvaggiulo stronca senza appello la Orte-Mestre perché: i flussi di traffico sarebbero taroccati e comunque insufficienti, il project financing truffaldino e all'italiana, devastante ambientalmente, ed infine insostenibile da un punto di vista economico.
Forse Salvaggiulo ignora che sono le stesse ragioni, incontrovertibili, che vengono portate avanti dal Movimento NoTav.
Salvuggiolo, racconta che la Orte-Mestre apparve con un regale tratto di penna su un cartellone durante una celebre trasmissione del 2001. Era Silvio Berlusconi ospite nello studio di Bruno Vespa, scene epiche.
E, per chi ha memoria, le linee tracciate su quel foglio bianco erano tante, tantissime, compresa la nostra amatissima line AV Torino-Lione.
Racconta poi come il project financing della Orte-Mestre sia farlocco, in quanto il rischio di impresa dei "finanziatori privati" è coperto dallo Stato.
Ecco il meccanismo del project financing merita qualche parola.
Mentre noi poveri sudditi sposiamo con entusiasmo la retorica del sacrificio per salvare la patria, e ci priviamo di pezzi di civiltà, di patrimonio artistico e culturale, di diritti e di valori, cosa succede? La rete Tav completa viene inondata di 150 miliardi extra bilancio pubblico chiesti alle banche di sistema (che ormai non sono manco più italiane bensì, in buona parte, di hedge fund), ma garantite con solide fidejussioni della Cassa Depositi e Prestiti.
L'ex ministro Lupi è un signore che ha detto: “Per le grandi opere non serve che ci sia traffico, si fanno e poi il traffico arriverà”.
Uno studente di economia del primo anno sa quanto questa sia un panzana colossale, e lo sa pure Lupi.
E' chiaro come stanno spolpando l'Italia? Opere inutili per privatizzare la ricchezza dello Stato, dalla Repubblica ai privati: coop, banche, mega studi di consulenza.
La famosa lotta di classe dei pochi contro la moltitudine di cui parla Luciano Gallino: lotta di classe, per altro, stravinta.
Ma nei giorni scorsi hanno nuovamente aumentato l'età pensionabile perché sono necessari sacrifici.
E' giusto.
Italiani, popolo, il senso di colpa per la vostra vita lussuosamente scellerata piombi su voi come l'ira divina!
In un imperdibile editoriale a firma Elsa Fornero sul "Nostro Tempo" possiamo leggere un lapidario commento a questa nuova "riforma" delle pensioni: "era inevitabile".
Sono riflessioni alate che fanno piacere, no?
Quando lungo la Torino-Piacenza vedi la cattedrale nel deserto di Calatrava, e poi qualche sparuto Freccia Rossa e Italo correre su un ferrovia semi deserta, è difficile non pensare a tutto questo.
E' molto difficile non pensare, a fronte degli enormi sacrifici chiesti agli italiani, anche al ridicolo decremento del deficit pubblico italiano e all'inarrestabile aumento del debito, quando leggi magnifici progetti di stazioni internazionali da 50 miliardi a Susa: bellissimo paese, un pelo sottodimensionato un investimento simile.
Nel nostro prossimo spettacolo teatrale "Exporto 2022" racconteremo tutto questo; ma nel futuro ballardiano che ci aspetta.
Una grande infrastruttura folle e definitiva, una campagna propagandistica dittatoriale, la vendita di tutto il patrimonio artistico.
Lo faremo in forma feroce e spassosa.
Vi aspettiamo.

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martedì 24 marzo 2015

19.24, Una presentazione in due atti.






QUESTA SERA, 24 marzo 2015, alle 21, alla Cavallerizza Liberata, in via Verdi 9, Torino
seconda serata di presentazione dello spettacolo di Sistema Torino  
EXPORTO 2022 .

... Una nuova grande opera viene presentata come la soluzione a tutti i problemi dell'Italia...Una grande introduzione in due atti!
Dopo una convulsa puntata di un famosissimo talk show televisivo, esponenti di spicco del nuovo partito trasversale italiano si trovano alle prese con una fuga di notizie che rischia di comprometterne la carriera politica, riusciranno a mantenere la poltrona? chi prenderà la guida del partito favorito nei sondaggi per il governo del paese?

Per chi si fosse perso il primo, eccone un estratto... questa sera la conclusione!

lunedì 23 marzo 2015

Intervista con l'Assessora Ilda Curti. I nuovi Murazzi prendono forma: sarà una vera svolta?

1) Esattamente un anno fa eravamo in attesa dell’uscita imminente del bando, che vedrà invece la luce a breve: cosa è successo in tutto questo tempo? Qual è la genesi dei Murazzi 2.0?
Ilda Curti: Vi era la necessità di ripartire identificando tutti gli elementi di potenziale difficoltà, strutturale ed amministrativa, per evitare una situazione simile a quella del 2005. Abbiamo voluto affrontare il tema della complessità di questo ecosistema, da ogni punto di vista: ambientale, architettonico, fisico, sociale. Il documento centrale della nuova organizzazione amministrativa è il “Piano integrato d’Ambito”, una sorta di regolamento speciale per zone speciali di cui si è dotato il Comune di Torino, vista la particolarità del sistema-Muri: approvato a febbraio 2013, mentre imperversava la bufera Murazzi, revisionato con la delibera attuale. Le future destinazioni d’uso previste sono sostanzialmente quattro: arcate a servizio pubblico associativo senza somministrazione, le cosiddette ASPI (attivicommerciali di ristorazione che va dal bar al circolo ARCI che spilla birre), commerciale senza somministrazione (per esempio una palestra), e pubblico spettacolo (cioè una zona discoteca posta di fronte all’imbarco GTT, più distante possibile dal centro abitato).
E’ davvero un Murazzi 2.0, in cui si ricomincia da zero: ne sento le responsabilità, perché vi sarà un inevitabile parallelo con quello che ha significato per la Torino underground degli anni 90, ma oggi c’è una ricerca nuova e diversa da parte dei giovani, e sta a loro decidere la nuova direzione. L’assetto delle regole ha voluto preservare la biodiversità dei Murazzi, in opposizione alla corrente di pensiero che vuole il modello francese (sempre che esista un modello unico lungo tutta la Senna), una biodiversità che sarà in grado di attirare sia i turisti che gli Erasmus, dove il ristorante “fighetto” potrà vivere vicino al locale grunge: perché no? 

2) Rimaniamo sulla scorsa estate: il proprietario privato di undici arcate destò scalpore presentando un progetto che, per vari motivi che non indagheremo ora, poi non partì. Qual è l’attuale rapporto della Giunta con tale parte? Si prospetterà uno sviluppo integrato pubblico-privato della zona? 
Ilda Curti: Il privato è uno degli attori in gioco ma non è l’unico, anche l’arcata del  Doctor Sax per esempio è di proprietà privata. Sembra che la parte dei privati si stia orientando verso una scelta di ristorazione “di livello”: sono liberi di farlo e sicuramente arricchiranno l’offerta commerciale. Le undici arcate di proprietà privata hanno destinazioni ASPI e  sanno quel che possono fare all’interno delle regole definite dal Piano Integrato d’Ambito. Sarà comunque indispensabile fare una cabina di regia pubblico-privato anche coi futuri concessionari, dato che mi ha sempre stupito l’assenza di una comunicazione condivisa ai Murazzi come luogo unico.
2.1) Da privato cittadino mi viene però da pretendere dall’amministrazione pubblica che il coordinamento pubblico-privati proprietari si faccia sin da subito no? 
Dalle interlocuzioni avute, il privato ha l’intenzione di fare una cosa più diurna e pre-serale di target turistico medio-alto, che può comunque convivere con quello che uscirà dal nostro Piano d’Ambito. Non c’è coordinamento giuridicamente vincolante ma solo un continuo scambio informale e, successivamente alle assegnazioni, si definirà una cabina di regia pubblica con un’auspicabile forma associativa di chi vive e lavora ai Murazzi. 

3) Quanto hanno influito e quanto influenzeranno le inchieste in corso, che vedono variamente coinvolti alcuni rappresentanti  (compresi dirigenti in carica che mantengono ampi poteri proprio sulla vicenda Murazzi) di vecchie ed attuali Giunte,  sul destino delle nostre amate arcate?
Le inchieste hanno influito sulla cautela e prudenza da noi utilizzata in tutta questa fase. Dal punto di vista etico invece bisogna innanzitutto dimostrare l’esistenza di una “mala etica” e solo un processo penale lo potrà definire, insieme alle relative responsabilità. Al momento non vi è coinvolgimento in reati gravi come corruzione, concussione, o interessi privati in atti pubblici, ma solo approfondimenti relativi a tentativi di risolvere situazioni storte, nate in seguito alla rottura, per responsabilità “di tutti e nessuno”, dell’equilibrio esistente fino al 2008. 
3.1) Nessuno però ha deciso di fare un passo indietro tra gli attori pubblici.
Alcuni attori pubblici non sono più nelle posizioni precedenti. In altri casi si è convenuto non dovessero essere coinvolti nella firma degli atti, per loro tutela e per tutela dell’Amministrazione. Dovevamo comunque occuparcene, per il ruolo che occupiamo, e non potevamo certo aspettare l’esito delle inchieste che comunque fanno riferimento ad un periodo circoscritto della vicenda.
3.2) Secondo alcuni, poteva essere una buona occasione per un repulisti, per un Murazzi “nuova versione” anche dal punto di vista del “chi se ne occupa e decide”.
Cosa si intende per repulisti? Il funzionario pubblico non se ne sarebbe dovuto occupare? Finché nessuno è colpevole, finché non ci sono avvisi di garanzia per reati gravi come appropriazione indebita o corruzione, eticamente devastanti, o reati patrimoniali contro la PA, è nostro assoluto diritto e dovere tirare avanti. La tipologia dei reati imputati rendono l’idea della natura tecnico-amministrativa delle presunte irregolarità, ben lontane dall’ipotesi di una tangentopoli in salsa sabauda.

4) Chiudiamo i riferimenti alla stagione estiva ai Murazzi 2014, salva grazie all’intervento di ARCI e AICS che, con volontà e spirito di sacrificio, allestirono in fretta e furia un palinsesto estivo più che dignitoso, affrontando inoltre sostanziose perdite economiche. Verrà riconosciuto loro un canale preferenziale nell’assegnazione degli spazi futuri? 
Non ci sarà alcun canale preferenziale per loro, se non la visione del Piano d’Ambito in qualità di soggetti collettivi che forniscono un parere tecnico sul documento. Se poi qualche associazione deciderà di affiliarsi a loro per partecipare al bando ben venga.  Nella trasparenza della procedura, il canale preferenziale sarà dato a buoni progetti e buone offerte. 

5) Leggendo il Piano d’Ambito e le relative scadenze ravvicinate previste, mi sovviene la solita domanda: i bandi sono già assegnati? Avete già avuto contatto con qualche futuro assegnatario delle arcate? Alcuni quotidiani sembrano già sapere che ci saranno una palestra, determinate attività e quale associazionismo sarà presente.
Il bando potrà essere diviso in due parti. Per la parte commerciale il Comune mette a bando con le regole tipiche delle procedure pubbliche applicabili in questi casi: un mix tra offerta economica e tipologia dell’offerta, in cui la parte predominante sarà l’offerta economica. La parte associativa ha regole diverse: daremo un valore economico ed una premialità al progetto culturale secondo criteri di interesse pubblico, indicatori e criteri decisi dalla Giunta, coerentemente con il Regolamento per le concessioni alle associazioni che già applichiamo altrove. Migliore il progetto meno paghi, semplice. 
5.1) I maliziosi pensano che saprete già chi vincerà.
Noi non sappiamo nulla e francamente mi interessa poco chi vince: sono molto più interessata a sapere cosa vince, quale idea, quale progetto. Sia io che Passoni siamo convinti che i Murazzi siano una scommessa con un forte valore urbano e culturale. I rischi di una valorizzazione solo economica sono più alti che altrove: per questo cerchiamo un equilibrio tra l’offerta economica e la tipologia di insediamento, evitando il rischio di premiare soltanto chi ha tanti soldi da investire con la conseguenza di avere attività esclusivamente “predatorie” dal punto di vista commerciale. Per il resto vincerà chi offre i progetti migliori.
5.2) Come facciamo a credere che i Murazzi saranno nuovi anche nella gestione da parte dell’associazionismo culturale?
Io scommetto sulle energie fresche della città, che esistono, scatenando un immaginario sano. In questo dobbiamo liberarci dalla nostalgia, ed abbandonarci ai giovani ed al loro diverso e fecondo approccio all’impresa culturale. Inoltre chi ha un contenzioso con la Città non potrà partecipare ai bandi (inadempienze, abusi edilizi, morosità) e già questa è una bella svolta. 

6) Allora facciamo un “case study”: faccio parte di una scuola di improvvisazione teatrale che sta portando il proprio format in giro per il mondo. La nostra compagnia vorrebbe partecipare al bando per gestire un’arcata ai Murazzi in cui fare attività culturale aperta. Quale iter dovremmo seguire? Quante possibilità reali avremmo di poter “vincere uno spazio”?
Vi saranno tre arcate, quella ex Puddhu più le altre due a fianco, adibite a spazio temporaneo. Verranno mantenute pubbliche (quindi  fuori dal bando), ed i lavori saranno a carico del  Comune: le associazioni che ne fanno richiesta al Comune potranno utilizzare per un certo periodo di tempo per fare mostre piuttosto che spettacoli teatrali (anche a pagamento) o per eventi particolari di qualsiasi forma artistica. Non è detto che la Torino 2.0 abbia per forza bisogno della musica come punto focale: magari oggi esploderà una creatività artistica di altro genere, noi dobbiamo mettere a disposizione l’humus, all’interno del quale le forze propulsive saranno libere di crescere.
6.1) La paura è che la struttura dei bandi favorisca più o meno consapevolmente alcune realtà rispetto alla piccola associazione, che non ha ancora il know-how necessario, o l’ARCI alle spalle, per potersi auto-sostenere.
Il fatto di avere l’arcata pubblica, la “temporary arcade”, potrebbe favorire questa tipologia di associazione che non ha risorse economiche o competenze strutturate. Io mi immagino un luogo di ispirazione nord-europea: in Italia abbiamo un insieme di vincoli devastanti che rendono difficile l’utilizzo temporaneo di un posto, e mi suggestiona l’idea che noi ereditiamo un patrimonio urbano, e molti vuoti urbani, che abbiamo l’ansia di riempire e di trovargli una funzione. Che è anche un’ansia giusta, ma mi immagino una funzione non certo uguale a quella che ci servirà tra trent’anni, ma che sia regolata da quanto necessario al momento. Avevamo già fatto con Grimaldi il progetto “Waiting for the future”, luoghi che uso mentre attendo di destinarli ad una funzione definitiva (modello Bunker). In Germania e Belgio è già pieno di luoghi del genere, perché non provarci qua? 

7) Nelle varie dichiarazioni pubbliche della prima  ora emerge lo slogan “Meno discoteche più servizi”:  cosa si intende precisamente? E’ una vittoria degli anti-movida, unita  al trionfo di chi ha sempre immaginato il lungo fiume come un susseguirsi di attività commerciali?
Già nel 2005 c’era l’obbligo di fare attività diurna che però nessuno ha mai fatto nella pratica. Anche lì dipende dal mercato, l’attività diurna esiste se conviene: se tu porti delle attività di produzione di artisti giovani, scultori, studenti, generi un movimento che innesta un circolo economico positivo. Viene tutto naturale se c’è passaggio di gente che genera necessità di offerta commerciale. La presenza di attività commerciali non di somministrazione sono un altro potenziale generatore di attività diurna. Per quanto riguarda gli orari di apertura dei locali, resterà valida la normativa vigente, poi vedremo se necessiterà di un’ordinanza ad hoc come per esempio è successo a San Salvario. Spero non ce ne sia bisogno data la relativa distanza dai centri abitati, e non voglio neanche pensare che le discoteche debbano essere relegate all’estrema periferia, così come tutto ciò che “disturba”. Meno discoteca non significa zero discoteca. 

8) Sono andato a rileggermi la promozione dell’evento “Save Murazzi”, così come il mio articolo dell’epoca e tanti altri. La parola d’ordine era, manco a dirlo, “Cultura”: quale spazio avrà nel futuro che Lei immagina per i Muri?
I luoghi in cui si farà cultura saranno quelli della parte associativa così come di quella temporary; penso ad associazioni omologhe a quelle delle “Case del quartiere”, luoghi di espressione culturale completamente libera, entro gli spazi concessi dal Comune. Io ora mi aspetto e mi auguro che questa città che si dice giovane, libera, underground e partecipata si metta in gioco. Questa è l’occasione per farlo.

9) Passando ad una ottica sistemica, il futuro prossimo vedrà nuovi Murazzi, Cavallerizza destinata al turismo low cost, Vanchiglia in espansione continua, San Salvario cuore della movida. Molto semplicemente: non è un po’ troppo? Quale visione d’insieme della città presiede tutto questo? Spiace dirlo ma esclusa  Bilbao (sebbene la letteratura scientifica sia spaccata anche su di essa) nessuna grande città Europea è riuscita a sostituire, in termini di Pil generato, l’industria manifatturiera. Sarà Torino la prima?
Io sto riflettendo molto su quanto questa città abbia abbassato la soglia di tolleranza. E’ un dato demografico, la città invecchia e diventa intollerante: bisogna ritornare ad un’idea della politica che cerca di mettere insieme interessi diversi. Abbiamo un eccesso sabaudo di mentalità regolativa, come diceva Pavese, col rischio conseguente di pensare ad una città divisa in quartieri-compartimenti stagni. A medio-lungo termine il mix di funzioni, generazioni, modalità di vivere la città sono fattori di crescita e di benessere collettivo. E’ indispensabile cercare un equilibrio ma è sbagliato perimetrare le funzioni e confinarle all’esterno del tessuto urbano. Le città senza vita muoiono, come gli organismi viventi.
9.1) Dal punto di vista economico questo significa che passeremo dal tutti operai al tutti operatori turistici?
Beh, se fosse così sarebbe meglio stare sotto al sole che sotto una pressa. Ma sono la prima ad ammettere che una città manifatturiera ha bisogno anche di produzione, si spera con forme di produzione da terzo millennio e non da nuovo schiavismo; non è certo  immaginabile sostituire il bar con le fabbriche. 
9.2) Non è un discorso più da immagine di Torino “always on the move” che da città più povera del Nord?
Torino è anche quella con il più basso tasso di laureati rispetto alle altre grandi città del Nord: è una città che ha attratto manodopera scarsamente qualificata, per cui il rischio è la città duale, che offre occasioni solo a chi ha le competenze, non solo economiche. Penso per esempio agli immigrati che hanno la forza giusta per avere successo economico e sociale.  Dall’altro lato c’è l’ampia fascia di deboli e vulnerabili, data da una fase di crisi che è molto più generale e non riguarda solo i torinesi. Siamo in un’era di cambiamento sociologico, dopo la quale i dinosauri scompariranno.
9.3) Chi sono i dinosauri di oggi?
Quelli non sufficientemente agili per re-integrarsi, penso alla grande borghesia che vive di una rendita che nel futuro prossimo potrebbe non bastargli più, auto-condannandosi all’estinzione. Si prospetta un futuro in cui da un lato hai la società liquida, il mondo 2.0, i co-worker, dall’altro hai la massa indistinta di persone rimaste indietro e di cui la Sinistra vuole occuparsi: Torino è la città dove la sostenibilità sociale viene messa al centro dell’attenzione. Saranno gli outsiders “territoriali” e sociali a salvare questa città, dal ragazzino cinese ai numerosi talenti portatori di innovazione tecnologica. 
(a cura di Paolo Tex Tessarin)



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sabato 21 marzo 2015

EXPOrTO 2022: presentazione alla Cavallerizza Liberata, Torino - 24 marzo, ore 21


Martedì 24 marzo alle 21, alla Cavallerizza Liberata in via Verdi 9 a Torino
presentazione del nuovo spettacolo di Sistema Torino

"EXPOrTO 2022"

In contemporanea, congresso del Partito della Nazione e lancio del progetto EXPORTO 2022.

Informazioni su EXPORTO 2022http://sistematorino.blogspot.it/p/exporto.html

venerdì 20 marzo 2015

Incalza e L'EXPOrTO, una riflessione sul nuovo progetto di Sistema Torino


E’ in corso una mutazione antropologica, quello di cui parlava già Pasolini, verso la “omologazione del Brutto”. Il brutto sta trovando piena epifania in quello che viene definito “il paese più bello del mondo”: un processo curioso, no? Una metamorfosi involutiva dichiarata e rivendicata il cui architrave culturale è una celebre affermazione di Longanesi: “alla manutenzione si preferisce l’inaugurazione.” E l’inaugurazione di cosa lo capiamo bene in questi giorni di molle dibattito post intercettazioni che, ormai, non scandalizzano più alcuno.
Ma che ci frega, noi siamo il paese di Razzi che Crozza ha fatto diventare simpatico ai più. E’ tutto relativo, lo diceva pure coso, come si chiama, Einstein. O no? No.
Le Grandi Opere, è ormai chiaro, rappresentano il centro del gorgo che sta risucchiando l’Italia: e così glu glu dopo glu glu, l’Italia sta andando nella fogna. 
Fermare le Grandi Opere, ovunque e tutte, fino a quando non ci sarà una nuova Legge sugli appalti chiara, con regole nette, ma che soprattutto non dia spazio di discrezionalità a nessun boiardo è il minimo sindacale che si può sperare per fermare questo processo. Tutte sono da fermare, e perdonateci se l’affermazione può apparire un pelino manichea. In primis l’Expo che, leggiamo, è certo sarà una boiata totale, un minestrone tra la nen più nobile “Fiera dei Vini”, la burgheria di Mac Donalds e la speculazione edilizia in stile Francesco Rosi. E’ forse per questa ragione che stanno vendendo così pochi biglietti; tra poco su groupon uscirà il mega pacchetto completo“detartrasi + ingresso Expo + set asciugamani euro 99.99”.
Ma torniamo a noi, all’Italia nel lavandino attratta dal gorgo, e leggiamo un po’ le intercettazioni, passiamo qualche sano momento di allegria.
“L’autostrada Orte-Cesena è una roba allucinante. Secondo me questo qui, che è questo Vito Bonsignore che è un mascalzone deve avere usato dell’olio da tutte le parti perché è inspiegabile. Comunque sai quando ti approvano la roba così è un valore aggiunto non indifferente te la metti in borsa eh… ma guarda Claudio questo è tutto un Paese che… io vorrei… io vorrei morire …”
Ancora: “Forse si sta bene solo in questo Paese qua… perché nei Paesi dove ci sono le regole secondo me si sta molto peggio… io ti dico la verità… che sono stato assolutamente… anzi nessuno mi può dire un cazzo… anche se qualche compromesso l’ho fatto anche io naturalmente come tutti… però i soldi che ho guadagnato in questo Paese di merda deregolarizzato… non li avrei mai guadagnati in Inghilterra o in America”.
A parlare è l’ex presidente di Italferr Giulio Burchi, ah che soddisfazione. Stupendo.
A esser cinici potremmo definirci fortunati. Ieri sera abbiamo presentato il nostro nuovo spettacolo teatrale che andrà in scena dal 3 al 7 giugno, “Exporto 2022, la grande opera finale”.

Lo abbiamo fatto con una rappresentazione grottesca, sopra le righe, paradossale: perché siamo dei fermi sostenitori che la realtà debba essere raccontata in forma brutale. L’Italia di oggi è grottesca, è paradossale, è sopra le righe. E’ stato un successo, cento persone che ridevano per non piangere.
Di più. l’operazione della magistratura fiorentina si chiama “Sistema”, altra pubblicità gratuita, troppo buoni. In questi giorni di intenso lavoro di scrittura del testo che verrà rappresentato, spesso ci siamo incartati nel tentativo di inventare un realtà che potesse risultare credibile. Rendendoci conto, solo di fronte alle intercettazioni che sono state pubblicate in questi giorni, che non c’è nulla inventare. Il lavoro è già fatto.
Un ministro che telefona a un burocrate, incredibilmente in pensione ma sempre a capo di un ministero da decadi, per raccomandare il figlio, per raccattare miserabili favori, per un Rolex, posti di lavoro, consulenze, cene, biglietti aerei, vestiti. Degrado. Maneggi che coinvolgono i preti, il solito Bonsignore che sopravvive a tutto, sempre nell’ombra, i soliti imprenditori italiani incapaci di lavorare senza cercare raccomandazione e ungere ruote. Degrado e abbrutimento.
Cosa c’è da “inventare”, quindi? Nulla.
Ma tutto questo rimestare nella miseria rischia di far perdere di vista il fuoco del problema: la distruzione dell’Italia, l’irreversibilità insita in questo processo. Costruire un’autostrada, una ferrovia, un buco nella montagna, se tutto questo non è pienamente necessario, distrugge non solo le casse pubbliche, ma il patrimonio civico del paese. 
E reazione non c’è. A stento il ministro Lupi si è dimesso: questo perché nel paese, nell’opinione pubblica formata quotidianamente dall’informazione tossica, delitti come quelli in essere sono ormai percepiti come minori. Mentre sono i peggiori di tutti, perché colpiscono tutti. 
E non stiamo parlando di piccoli appaltini, bensì di tutto ciò che è stato costruito in Italia (escluse le sante olimpiadi di Torino 2006 e la Torino Lione, un’eccezione che sconfigge le ferree leggi della statistica).
Mettere un piccolo sasso nella necessaria barricata necessaria per fermare tutto questo. Sistema Torino parte di un movimento vasto, che vuole resistere. Noi stiamo facendo questo.


SISTEMA TORINO, ti invita a conoscere il nuovo progetto “EXPOrTO 2022” 


un racconto, uno spettacolo, un ciclo di incontri per parlare di attualità, di grandi opere, di comunicazione e mass media e pensare al futuro →http://buonacausa.org/cause/exporto2022

giovedì 12 marzo 2015

Tav, Tribunale Permanente e Partecipazione

Nella fiera delle vanità torinesi è tutto un gran via vai intorno alla parola "Partecipazione".
Ma che bello partecipare, ma che bello.
Totem inarrivabile, auspicio e speranza degli esclusi, prebenda mediatica da spendere nei casi di conflitto sociale, la "partecipazione" ha subito nel tempo un processo involutivo che manco i dinosauri hanno conosciuto.
Il suo significato è ormai più estinto del Triceratopo. 
Un vero peccato.
Ma nella vita c'è sempre un ma.
Ci sono le occasioni in cui i piantagrane come noi possono essere smentiti. 
E quindi noi siamo qua, in attesa di questo ceffone morale che ci meritiamo.
Sabato mattina si apriranno le porte del Tribunale Permanente dei Popoli, ex Tribunale Russel, che dovrà giudicare se i diritti dei cittadini della Val Susa siano stati rispettati relativamente all'annosa vicenda Tav.
Si tratta di un organismo sovranazionale, riconosciuto in tutto il mondo.
Il tribunale ha esaminato, tra gli altri, i casi di: Tibet, Sahara Occidentale, Argentina, Eritrea, Filippine, El Salvador, Afghanistan, Timor Est, Zaire, Guatemala, il Genocidio Armeno, l'intervento degli Stati Uniti nel Nicaragua, Amazzonia brasiliana. In alcuni casi (America centrale, Afghanistan, Pakistan ...), le commissioni di inchiesta hanno condotto indagini sul posto.
Il Tribunale Permanente dei Popoli può usare leggi internazionali sui diritti umani, o la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni adottata dalle Nazioni Unite.
Ma la cosa bella è che coloro che verranno chiamati in causa dal TPP potranno partecipare al processo. La partecipazione è una cosa bella no? Quindi i vari Virano, Fassino, Chiamparino, Cota, Prodi, Berlusconi, Renzi, Lupi, Esposito avranno la possibilità di partecipare ad un processo dove espliciteranno bene, ma bene e una volta per tutte, come hanno fatto a coinvolgere le popolazioni locali nel processo partecipativo che ha portato alla decisione di realizzare il tunnel di base.
Potranno quindi esplicitare meglio concetti quali: ce lo chiede l’Europa, è strategica, è stata votata da cinque governi, saremmo tagliati fuori dai traffici globali, etc etc, abbiamo fatto l’Osservatorio.
Ma secondo noi a questo tavolo partecipativo, dove nessuno rischia nulla se non una figuraccia, non siederanno. Non parteciperanno, non cercheranno il dialogo. Al solito, faranno finta di nulla, i giornali sorvoleranno o diranno che Il TPP è una baraccone dei NoTav.
Se i sopracitati non parteciperanno dimostreranno, per l’ennesima volta, che amano partecipare  solo ai tavoli dove sanno di poter partecipare/comandare, dove sanno che le carte sono truccate: sceneggiate buone per sparate da giornale. La partecipazione vera, quella che prevede l’opzione ZERO in virtù del fatto che le istituzioni non sono padrone dei beni comuni, un concetto inarrivabile per buona parte degli amministratori torinesi e non, necessita di umiltà e capacità di ascolto. Non è un tavolo apparecchiato da cui far cadere qualche briciola.
Vedremo cosa accadrà. Questa mattina si è svolta a Torino la conferenza stampa del Controsservatorio Val Susa che ha annunciato l’apertura del “processo”, sabato mattina presso la Cavallerizza.
Livio Pepino,  presidente Controsservatorio Valsusa,  che sosterrà la parte dell’accusa, ha brevemente introdotto l’appuntamento con queste parole: “Verrà verificato  se nei processi decisionali e nella progettazione ci sia stata violazione dei diritti delle popolazione e una sostanziale mancanza di consultazione. Una tendenza che si sta verificando in altri territori d’Europa come Francia e Romania, dove sono in programma grandi opere pubbliche che vengono contestate dalla popolazione locale. Una tendenza che prima apparteneva a territori coloniali e post coloniali. Abbiamo deciso di rivolgerci al TPP perché gli organi istituzionali non ci hanno mai dato risposta.  Speriamo che possa essere un momento di confronto tra le parti, il movimento NoTav, i soggetti che propongo l’opera.”
Presenti pochissimi giornalisti, gli stessi che si buttano sempre capofitto nella pugnace scrittura quando viene rinvenuta una bottiglia di grappa lungo una ferrovia.

lunedì 9 marzo 2015

Cavallerizza Luna Park

Ripartire da zero, con pazienza, discorsi elementari, concetti minimi. Ecco il nostro lavoro per i prossimi anni.
Abbiamo letto con attenzione tutte le interviste che Paolo Tessarin ha fatto relativamente alla vicenda Cavallerizza. Un lavoro prezioso che, per chi ha voglia di leggerle tutte, racconta ben più dell’oggetto della discussione.
Esplicitano bene, ad esempio, quale sia il lavoro principale degli amministratori pubblici di oggi, non solo torinesi: in primis vendere parti della città. Essere piazzisti di partecipate, immobili, spazi pubblici in generale. C’è chi vende il Folletto, chi i materassi, chi il kebab. Vendere qualcosa è un lavoro duro e noi lo rispettiamo.
I nostri a amministratori tentano di vendere le parti più belle di Torino. Che però non son loro e soprattutto non hanno avuto alcun mandato a farlo. Quisquilie, la democrazia per questi signori deve essere un cosa così: “se vengo eletto faccio il re”.
Seconda mansione degli amministratori pubblici: riconoscere agli investitori che si accaparrano questi beni un ritorno economico pari a quello che l’Emiro del Kuwait ha chiesto, solo pochi giorni fa, al nostro Sindaco per qualsiasi investimento speculativo su Torino: il dieci per cento. Se no, ciccia.
E’ una deriva che, da come si evidenzia bene in quel profluvio di parole che Tessarin con grande coraggio ha ascoltato, è ormai inarrestabile. Una deriva che ha sorpassato culturalmente e materialmente la rassegnazione, il disincanto, ed è sfociata nella complicità, nella convinta visione che il capitale privato proveniente dall’estero sia l’unica ambizione di questa sgangherata e disperata città. E’ una visione rozza, senza futuro in cui viene tutelato il saggio di interesse e non l’interesse della comunità. Immaginiamo quanto possa suonare comico questo concetto alle orecchie di coloro che abbiamo intervistato.
Il sindaco, l’assessore e il consiglieri sono quindi i direttori marketing di una nuova impresa commerciale che si chiama “Luna Park Torino”. Un immenso parco dei divertimenti  in cui l’attrazione principale è  “distruggiamo l’Art. 9 della Costituzione”; perché la bellezza, la cultura e l’arte non sono più strumenti di Uguaglianza per i cittadini, ma beni di consumo dati in pasto ai clienti.
Altro sofisma, giù risate.
Sono tempi bui.
Si pensi al Museo Egizio di questa città. Come scrive Tomaso Montanari nel suo bellissimo volumetto “Le Pietre e il popolo”, il Museo Egizio di Torino rappresenta il primo esempio patrio di “privatizzazione all’italiana”. Un pasticcio che ha avuto come protagonisti un membro della famiglia reale italiana famoso per le sue trascinanti interviste sul giornale di famiglia, Alan Elkann, e poi la Signora delle Olimpiadi, già provetta sciatrice, già moglie di Galateri di Genola (presidente di Telecom e Generali, ma in passato anche top manager Fiat), già amica di famiglia della Famiglia: Evelina Christellin, anche esperta di calcio e ospite quasi fissa della celebre Domenica Sportiva.  A capo del secondo Museo Egizio più importante del mondo, i manager di “Torino Luna Park” chi hanno messo, quindi? Un uomo e una donna di estrazione accademica con un granitico curriculum adeguato al ruolo? Ma no, sarebbe stato troppo poco smart marketing: meglio cercare in casa Agnelli preziose e inarrivabili competenze egittologiche. E il risultato è presto inquadrato: dal 2005 al 2013 nessun catalogo scientifico della collezione a spese della Fondazione, soltanto guide turistiche e risultati modesti perfino in termini di visitatori.
Questo è  il passato, recente, quale sarà invece il futuro della Cavallerizza? Da quanto si evince dalle interviste il percorso è tracciato: da patrimonio di tutti e simbolo dell’uguaglianza, a patrimonio di pochi, simbolo di un nuovo medioevo, rivendicato in nome dei “partner industriali”.
Il tutto in nome di un nuovo, fantasmagorico mecenatismo che ha come compito la “valorizzazione” del patrimonio culturale torinese e non solo. “Valorizzazione” è un termine meraviglioso perché racchiude tutto il nulla di questi anni. I mecenati rinascimentali che hanno costruito buona parte dei centri storici italiani avevano un minimo senso di colpa per i metodi rapaci con cui costruivano le loro ricchezze, e quindi usarono i loro soldi per dare il bello alla collettività. Oggi è il contrario: i ricchi odierni non solo rubano come non mai, ma usano le loro ricchezze per comprarsi pezzi di città. E senza dare nulla in cambio, se non qualche briciola atta a pagare le bollette dei Comuni.
La Cavallerizza, leggiamo nelle interviste più o meno esplicite,  sarà quindi un’impresa commerciale, - “manterrà la vocazione culturale” è un’espressione vuota e retorica che gareggia con la sopracitata “valorizzazione”, buona per la propaganda mediatica - e dovremo anche esserne contenti, perché da essa arriveranno i soldi per far funzionare la città che, come si sa, è inguaiata da un debito mostruoso.  Fa perfino ridere: si privatizzano parti storiche delle città, parti comuni, per pagare i conti della spesa corrente.
E’ come se dal dilagare delle slot machine  che rovinano migliaia di Italiani si trovassero i fondi per non fare chiudere gli ospedali.  Ah no, è già così scusate, abbiamo sbagliato esempio.
Un circo sempre aperto quindi, la Disneyficazione delle città teorizzata da Marco Romani nel 1981, irrorato di denari a fondo perduto (i fondi di dotazione rappresentano il 30% del debito della città di Torino), bazzicato da politici, starlette, giornalisti, soprintendenti, docenti universitari che, il più delle volte, altro non fanno che reiterare lo straordinario percorso culturale ed umano che è stato il “Grinzane Cavour”. A proposito, delle dichiarazioni di Soria? Già tutto messo nel cassetto dei ricordi? E poi, sempre come scrive Monatanari, “pletore di cooperative, sedicenti associazioni culturali e concessionarie di servizi che orbitano intorno ai principali musei”. Un bel carrozzone economico clientelare a cui si vuole dare la parte della Cavallerizza che non diventerà un hotel di lusso  o una salumeria di lusso tout court. Ecco, l’unico aspetto di questo ritorno al feudalesimo è questo: l’auspicio che il privato possa spazzare via questa melma.
Che peccato però, che brutta fine. Amara.
Ma non è tutto. Le righe scorrono e in filigrana si legge bene l’orizzonte culturale che ci attende.
Ciò che sorprende delle vibranti parole degli intervistati, esclusa Chiara Appendino, è la totale certezza che luoghi come la Cavallerizza debbano generare denaro  e che fenomeni quali bellezza e cultura siano trascurabili ed esotiche curiosità per chi non ha nulla da fare.  Non gli passa manco per l’anticamera del cervello che un bene una volta privatizzato, non sarà più uno strumento per l’accrescimento culturale di un’intera società. Non sarà più un qualcosa che va incontro alla parole scolpite nella Costituzione, che non prevede un articolo nel quale si dice “i beni culturali servono solo a far soldi.”
Anni di spasmodica ricerca di visibilità mediatica per politici da palco, penosi  Grandi Eventi del nulla mangiasoldi, Festival per fare un po’ di passerella, sperpero pubblico, “ bicchierate con qualche pasta di meliga” come dice il buon Fiorenzo Alfieri.
Mentre la Cavallerizza crollava fiumi di denaro pubblico venivano investiti in cosa?
E ora si vendono (“ma la proprietà rimane pubblica!”, sì, sì come no) la Cavallerizza, come se fosse una cosa loro. E mal tollerano i cittadini che si mettono per traverso.  E ci fanno pure la morale. E alzano anche la cresta.
“Gli edifici sono il ritratto dell’anima dei Principi” disse nel 1665 Gian Lorenzo Bernini. Pensate cosa potrà essere fatto alla Cavallerizza.

domenica 8 marzo 2015

Cavallerizza Primavera. Cronache dal Forum delle idee

Sono passati nove mesi. Tre stagioni. Sono passate decine di migliaia di persone. Sono passati, a centinaia, gli ospiti, i dibattiti, gli incontri. Quelli del 27, 28 febbraio e 1 marzo sono solo i più recenti tra i momenti di partecipazione che la Cavallerizza Reale ha visto nascere in questi mesi. 
A trenta giorni dalla seduta congiunta delle commissioni cultura del Comune di Torino e della Regione Piemonte, l'Assemblea Cavallerizza 14:45 ha spalancato le porte delle ex scuderie reali muovendo il primo passo verso il processo di progettazione dal basso della Cavallerizza Reale. L'Assemblea ha chiamato a raccolta esperti urbanisti, architetti, musicisti, politologi, teatranti, cittadini, filosofi e giuristi restituendo dignità di Piazza agli spazi abbandonati. 
Da via Po alcuni oggetti appesi a un filo evocano passato e destino delle ex scuderie. Qui ha inizio il percorso verso la Cavallerizza Reale, segnato da impronte di ferri di cavallo. Sulla soglia del cancello, un cartello scritto a mano redarguisce: 'la Cavallerizza non è un Parcheggio', mentre affisse al porticato, a carattere corsivo le parole 'partecipazione', 'cultura' e 'bene comune' accompagnano l'occhio e la mente oltre i cancelli. Superato l'ingresso, un'enorme X gialla segna il centro della piazza che unisce i 22.000 mq dello spazio delle scuderie reali. Un albero dalla chioma metallica riluce alla soglia del foyer della Manica Corta: è l'Albero delle Idee che io immagino scavare il terreno su cui posa, provando a mettere radici che portino frutti dolci da condividere.

Sono le 21:19 del 27 febbraio quando getto l'ultimo sguardo al display del mio telefono. E' l'inizio del Forum. Io ci sono e, quaderno alla mano, prendo nota di ciò che mi attraversa. 

27 febbraio, Capitolo 1
Teatro della Manica Corta. Di fronte a me, su fondo nero, Gianni Vattimo, Ugo Mattei e Guido Montanari siedono ad un tavolino da osteria, accompagnati da alcuni esponenti dell'Assemblea Cavallerizza. La storia di questi spazi si dispiega ad una platea fitta, incrociandosi con altre storie: quella della città, della 'mala urbanità', dei processi di trasformazione voluti per cancellare dalla memoria la Torino operaia. Sono processi gestiti a consumo del capitale che hanno prodotto certamente più debito che valore sociale. La storia della Cavallerizza s'intreccia con la storia dell'urbanistica contrattata, della svendita dei beni pubblici e della capitalizzazione dei commons. 

Il microfono gracchia, la luce va via e nella sala, per qualche attimo, si fa buio e silenzio. Ogni volta che attraverso questo spazio ho sensazione della necessità, come se gli eventi assumessero un surplus d'importanza, come se tutto divenisse improvvisamente bisogno.

Cavallerizza, Torino, Italia bella; i tre relatori intrecciano politica, urbanistica e diritto. Ad emergere è la solita storia della fine dello stato sociale, del fallimento del rapporto pubblico-privato, della crisi della democrazia. E’ l'inutile storia dell'imperante interesse economico, del neoliberismo spinto, della politica piegata alla logica del profitto, di fronte alla quale, sfacciatamente, non possiamo che ostentare, invocare e proclamare l'idea di partecipazione, un'idea della res politica che sia anche un' idea del noi. 

28 febbraio, Capitolo 2
Proclamata, sfacciatamente ostentata, santificata e benedetta, ma poi che diavolo è sta partecipazione? Cosa vuol dire partecipare? Come si declina nella realtà, come si pratica? Chi lo insegna? C'è una scuola? Posso iscrivermi?

A porsi il problema della partecipazione, è primariamente chi è collocato ai margini dei processi, chi ne resta escluso e chi ad essi è costretto ad opporsi. Sono le 17:00 quando si apre il dibattito. Il cerchio organizzato nel foyer del maneggio alfieriano riunisce tra gli altri il Comitato Dora Spina 3, l'associazione Pro Natura Torino e Ianira Vassallo, dottoranda presso lo IUAV di Venezia in Politiche Pubbliche e Pianificazione Territoriale. Tema: trasformazioni urbane e progettazione partecipata. 

Vorrei che qualcuno mi spiegasse come si conduce e come si mette in atto un processo partecipato. Vorrei il decalogo della partecipazione, la descrizione dettagliata di tutte le tappe del processo, le regole, i principi e tutte le risposte a tutte le possibili FAQ.

Le diverse voci del cerchio delineano la partecipazione come un gioco almeno duplice: da una parte si tratta di un movimento che dai margini prova a muoversi verso il centro dei poteri decisionali, un movimento che non può che porsi in termini conflittuali nella misura in cui nasce dal confronto-scontro con decisioni politiche predeterminate ed escludenti. Dall'altra, la partecipazione giocata dalle istituzioni, sempre più spesso vincolate a mettere in atto processi partecipativi, è il gioco dell'interlocuzione in cui, accuratamente, viene evitato di trasferire qualsiasi capacità d'incidere in senso decisionale. In tema di trasformazione e costruzione dello spazio città, si tratta di un gioco ben diverso dall'idea di trasformazione urbana impostata, a monte, sulla partecipazione attiva e reale degli attori territoriali. Si tratta, in altri termini, del gioco dei poteri che più facilmente si traduce in piani speciali di accompagnamento e animazione sociale, piani che evidentemente sono più funzionali alla costruzione di consenso sulle trasformazioni imposte che a realizzare forme di coinvolgimento. 

Né parti, né partecipanti, gli attori territoriali risultano soggetti prima marginalizzati poi socialmente accompagnati all'accettazione di trasformazioni già realizzate. Zero inclusione. Partecipare non può significare subire, partecipare deve significare condividere!

Fuori dal cerchio c'è un tavolo imbandito, una cassetta di legno recita: offerta libera. Offro il mio contributo, mangio sei olive e mi verso un bicchiere di vino in attesa dell'inizio della conferenza-spettacolo del Laboratorio Permanente di Rcerca sull'Arte dell'Attore, ripercorrendo la storia della liberazione della Cavallerizza Reale che si dispiega sotto il portico della Manica Corta. Sono passati nove mesi, tre stagioni.  L'aria è fresca ma gentile. Promette primavera

Può esistere il teatro ai tempi della dittatura? Può esistere e in che modo? A cosa serve l'arte in un luogo come la Cavallerizza Reale? Cosa ci insegna la cultura? Queste le domande poste da Domenico Castaldo alla platea del teatro della manica corta. Tra la scena e la platea nasce un dialogo guidato dagli attori che, nella riproposizione delle dinamiche del conflitto, accompagnano gli spettatori attivi alla riflessione. 
La seconda giornata del Forum delle idee sta per concludersi. Christian Ciamarra, Elio Germano e Matteo Pluchino, Bestierare, si esibiscono sotto il porticato della Manica Corta mentre io, in verità, pedalo verso casa. 

1 marzo, Capitolo 3.
Marzo è primavera, è cielo sereno, il primo sole sulla pelle, è tramonto che si spinge verso sera, passeggiate, carciofi, mimose.

Sono le ore 11:00 quando, un gruppo di visitatori si raccoglie al centro del piazzale. Il prof. Giovanni Lupo, ordinario I.q. di Storia dell’architettura presso il Politecnico di Torino,  guida il primo corteo della giornata nell'esplorazione degli spazi. Sono centinaia i visitatori che in questi due giorni di Forum hanno ripercorso la storia artistica, umana e architettonica della Cavallerizza. Ne hanno attraversato gli spazi teatrali e i giardini spingendosi fin tra le macerie delle stanze degli ex appartamenti. I più piccoli, si sono raccolti nel parco reale. Per loro la narrazione storica degli immobili si è fusa all'esperienza del naturale e ai racconti personali di chi, oggi adulto, fu già bimbo in quegli spazi. Dalle 12:00 il piazzale della Cavallerizza si è fatto piccolo mercato con i prodotti di Genuino Clandestino, presente durante tutta la tre giorni da mezzogiorno a notte. 
Alle 17:00 nel teatro della Manica Corta ha luogo l'ultimo degli incontri collettivi del Forum delle idee. Sulla scena si alternano docenti universitari, esperti, artisti e attivisti. Il Prof. Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico contemporaneo dell'Università di Torino, ci regala un excursus storico dell'idea di città. Dalla città distrutta del secondo dopoguerra, alla città della speculazione edilizia, alla città operaia: spazio di lotta e convivenza. Oggi lo spazio città è il luogo del liberalismo attivo, luogo in cui la centralità è lasciata all'individuo, in cui l'idea di città bene comune non trova spazio se non nella riappropriazione. L'idea di città come casa della società è quella  degli spazi rivendicati e assunti, quella del Teatro Pinelli Occupato, dell'Ex Asilo Filangieri, del Valle, di Macao, Sale Docs, Cavallerizza Reale. E' lo spazio della primavera culturale, della città partecipazione, è lo spazio città che in questi giorni, il Forum delle idee sta realizzando. 
Sono circa le 19:00 quando Sistema Torino, a detta di Maurizio Pagliassotti “l'unica opposizione culturale della città”, interviene portando sulla scena delle ex stalle una fredda e pungente messa in scena della realtà. La voce dei soggetti coinvolti è interpretata da Pagliassotti medesimo, rigorosamente nelle vesti di se stesso, Paolo Tex Tessarin, in scena Paolo Immanicato, dirigente del Partito della Nazione, e da Roberta Bonetto per l'evento nei panni di una giornalista televisiva.
L'intervento di chiusura racconta i luoghi della democrazia. L'ecclesia dell'Atene del IV secolo a.C., la Costituente del '46, le piazze degli indignados.
L'Assemblea Cavallerizza 14:45 affida quindi le ultime parole a Bobbio, Hessel e Serres. In medicina, l'uscita del corpo da una condizione critica, da uno stato di crisi, secondo le parole di di Serres, non  è un ri-stabilimento dello stato di salute ma invenzione, generazione di nuove forze, creazione. Creazione è anche la resistenza di Hessel: “Creare è Resistere, resistere è creare”, ed è  Bobbio, infine, a ricordarci cos'è che va creato: eguaglianza e libertà, giustizia sociale e bene individuale. 
Il Forum delle idee sta per finire, alle 23:00, nell'incantevole spazio del maneggio alfieriano Eugenio Finardi suonerà la sua musica ribelle, quella “che ti urla di cambiare, di mollare le menate e di metterti a lottare”. 

Mi guardo intorno, è già primavera. Cavallerizza Primavera.
Chiara Vesce