mercoledì 18 gennaio 2017

WHAT’S NEW AT REGGIA DI VENARIA?

Intervista a Valeria Attolico, delegata sindacale di USB Piemonte

Weekend da record! Affluenza altissima alla Reggia di Venaria.
Cresce il polo culturale torinese, Venaria in testa alle classifiche!
Festeggiato il milionesimo visitatore alla Reggia!
Quante volte abbiamo letto titoli di articoli del genere? Quante volte siamo stati “invitati” a prender parte al giubilo di successo di botteghino della Reggia? Abbiamo spesso discusso della “funzione culturale” di un polo dedito a mostre blockbuster utili ad attirare sempre più visitatori. Un bene o un male? Certo, probabilmente un bene per le casse del Consorzio e, si immagina, per chi ci lavora.
Nein! Niente di più sbagliato: il nuovo contratto di esternalizzazione, frutto di un recente appalto al ribasso, è la principale causa di lotta di lavoratori che hanno visto ridurre drasticamente monte-ore e stipendio. Tagli che non sono giustificabili dati i successi di cui sopra. Eppure la Reggia e le retribuzioni delle cooperative sociali, soprattutto nell’ambito cultura, sono al centro dell’attenzione da parecchi anni: probabilmente non ancora abbastanza da spingere i referenti della Torino Capitale della Cultura e delle nuove opportunità a ritenere degni di una onesta paga i concittadini che si preoccupano quotidianamente di accogliere centinaia di migliaia di turisti.
Per questo motivo, Sistema Torino ha deciso di intervistare la delegata sindacale di USB Piemonte Valeria Attolico per sentire dalla sua viva voce quali sono le pendenze sul tavolo.
Buona lettura.

D: Che cosa è successo durante il vostro sciopero nel weekend della Befana?
La mattina del 6 gennaio, alle ore 9:00, siamo arrivati alla Reggia e ci siamo trovati una dozzina di lavoratori esterni, mai visti, che si apprestavano a prendere servizio per la giornata. Non era mai successo prima che in occasione di uno sciopero venisse chiamato personale esterno all'appalto, e inoltre, a differenza dei precedenti scioperi, non è neanche comparso sul sito della Reggia l'avviso che nella giornata del 6 era stato indetto uno sciopero e, di conseguenza, la Reggia non sarebbe stata visitabile in tutte le sue parti.
È il decimo sciopero che facciamo dall'inizio della vertenza; siamo già limitati dal decreto Franceschini, che equipara i musei ai servizi essenziali e impone la precettazione di un terzo dei lavoratori durante gli scioperi; questa volta, in aggiunta ai lavoratori precettati ne sono stati addirittura chiamati altrettanti esterni, che sono di fatto andati a sostituire i dipendenti in sciopero, permettendo di tenere la Reggia aperta in tutte le sue parti, e vanificando l'effetto dello sciopero. Di fronte a un atto così palesemente antisindacale abbiamo chiamato i Carabinieri per sporgere formale denuncia, e poi abbiamo contattato i giornalisti per denunciare l'accaduto. Abbiamo comunque svolto un presidio davanti alla Reggia, con un volantinaggio ai visitatori, tanti cartelli e striscioni di denuncia, e le fotocopie delle nostre buste paga, per far vedere quanto del nostro stipendio abbiamo perso. Nei giorni successivi abbiamo scritto un esposto alla Commissione di garanzia sugli scioperi e all'Ispettorato del lavoro che sta ora indagando.

D: Per la giornata di sciopero la cooperativa ha precettato alcuni lavoratori e ha assunto altre 20 persone. Loro hanno parlato di potenziamento del servizio per alcuni specifici weekend già decisi, cosa rispondete?
È una scusa ridicola! Da quando è iniziato questo appalto, il 1 novembre, la cooperativa non è mai ricorsa a personale aggiuntivo durante i ponti, le festività e i weekend , che sono stati tanti e sempre caratterizzati da un'affluenza altissima; abbiamo sempre lavorato sotto organico, in conseguenza  dei tagli, ma guarda caso il 6 gennaio arrivano nuovi lavoratori, proprio in un giorno di sciopero,  nel quale, ripeto,  possono solo fare le precettazioni, ma NON sostituire il personale in sciopero, perché è illegale!  In ogni caso, tagliare il 20% delle ore di lavoro al personale e poi ricorrere a un potenziamento del servizio è quantomeno una contraddizione stridente!

Una battaglia, la vostra, che va avanti da diversi mesi. Ad aprile avevate già messo in guardia i politici sulla vostra precaria situazione, soprattutto in vista della gara d’appalto. Paure che si sono puntualmente trasformate in realtà?
Purtroppo sì. In realtà già mesi prima della pubblicazione del bando avevamo chiesto un incontro al Consorzio e inviato una piattaforma rivendicativa, affinché la nuova gara fosse formulata con contenuti tutelanti per i lavoratori. Siamo stati ignorati. Uscito il bando, rovinoso da tutti i punti di vista per noi, abbiamo percorso tutte le vie possibili, da quella della lotta, a quella politica, a quella legale, per far ritirare il bando o per farlo almeno modificare inserendo più tutele. Il direttore Turetta ha risposto con arroganza e con la più totale chiusura.  Ha ignorato anche gli atti di indirizzo politico fatti a nostro favore dal M5S, da SEL e dal PD.  Gli unici criteri adottati nella formulazione del bando sono stati il risparmio sui costi del lavoro e le esigenze di bilancio. E infine, l'appalto è partito il primo novembre.

D: La situazione attuale è quindi questa: 800 euro di stipendio, niente buoni pasto, lavorando a 6 euro netti l’ora. 
I tagli sono dovuti alla nuova gara d’appalto che prevedeva un numero di ore inferiore. Un controsenso rispetto al grande successo sbandierato sulla Reggia, specialmente negli ultimi giorni. C’è stata quindi la presupposta diminuzione del lavoro?
I tagli sono stati importanti, intorno al 20% delle ore contrattuali: abbiamo perso dalle 4 alle 6 ore a settimana. Ma non solo, abbiamo perso anche il contratto Federculture, perché la Coopculture ci ha applicato il Multiservizi, un contratto peggiorativo sia economicamente che normativamente, e che non prevede i ticket, che invece prima avevamo. Tutto sommato, si tratta di 200/400 euro in meno al mese da un momento all'altro, per continuare a fare lo stesso lavoro! Di fatto si è voluta creare una crisi lavorativa a tavolino, si è decretato un impoverimento dei lavoratori che non ha nessuna giustificazione, da parte di un direttore che guadagna circa 200 000 euro l'anno e di una cooperativa (la più grande d'Italia in quanto a importanza degli appalti che gestisce) che fa profitto sul nostro lavoro. Il tutto nel “fiore all'occhiello” della cultura piemontese, nel quinto sito più visitato d'Italia, che ha registrato un incremento del 70% di pubblico rispetto all'anno scorso e che nel 2016 ha superato il milione di visitatori. Considerato questo, risulta ancor più paradossale, assurdo e ingiusto penalizzare così i lavoratori. Siamo spesso sotto organico quando ci sono affluenze altissime e il lavoro è ulteriormente aumentato. Di fronte a questo, loro hanno deciso di tagliare: inconcepibile.

D:Il 29 dicembre è stato accolto in pompa magna il milionesimo visitatore della Reggia: quale discorso di accoglienza avresti fatto tu alla signora di Mantova?
Sinceramente avrei accolto la signora come tutti gli altri, con gentilezza. Certo, il successo di pubblico e il record di visitatori sono buone notizie e vanno festeggiate, ma io mi sarei rivolta al Consorzio, che ha voluto mettere in piedi questa trovata mediatica, per ricordargli che il successo di questo museo è il frutto del lavoro di tutti, anche il nostro, che da dieci anni siamo a contatto col pubblico, e che il merito e soprattutto il riconoscimento devono andare a tutti i lavoratori del complesso. È scandaloso che invece del rispetto e di un giusto trattamento noi lavoratori siamo stati duramente colpiti nei nostri diritti e nella nostra dignità. E ancora di più che questo sia stato giustificato con la scusa del “non ci sono soldi”. La verità è che i soldi non vengono distribuiti equamente, che il bilancio del Consorzio è in attivo e il successo di pubblico in ascesa, ma noi siamo condannati a guadagnare una miseria e il Direttore prende 20 volte lo stipendio medio di un dipendente esternalizzato.  Il Consorzio cerca sempre di mostrare e far emergere una sola faccia, molto edulcorata, della Reggia. Noi facciamo emergere l'altra, per nulla edificante, e a tal proposito abbiamo annunciato lo sciopero del 6 come “antifesta del taglio dello stipendio”, proprio in risposta al teatrino della milionesima visitatrice.

D: “Non è che se un sito importante va bene questa cosa qua deve necessariamente tradursi a tutti i livelli compresi gli stipendi perché se poi la cosa va male invece non è che sottraiamo gli stipendi ai lavoratori.” Cosa ne pensate?
Beh la nostra storia, e quella di molti altri luoghi di lavoro dimostra il contrario. Negli anni precedenti in Reggia ci sono stati tagli di minor portata e sempre e solo i lavoratori ne hanno subito le conseguenze. Potrei fare molti esempi di “sottrazione” ai dipendenti da parte dei datori di lavoro: chi fa profitto cerca di tenerlo concentrato in poche mani (e tra le righe è quello che in realtà dice Rizzi), ma quando le cose vanno male, tutti scaricano le conseguenze negative sui più deboli, e nessuno si assume le proprie responsabilità. In Reggia sia il Consorzio che le cooperative che si sono avvicendate alla gestione degli appalti si sono sempre comportati così.

D: Il problema sta nella gara d’appalto e quindi nel Corsorzio che gestisce la Reggia?
La responsabilità del taglio è del Consorzio, che ha formulato una gara d'appalto al ribasso. La perdita del contratto però dipende dalla Coopculture, che poteva benissimo mantenere ai lavoratori il contratto Federculture, ma ha scelto di declassare al Multiservizi.

D: Turetta conferma l'impegno di lanciare nuove attività, così da aumentare il monte-ore e di conseguenza i compensi dei lavoratori, chiedendo ai sindacati 5-6 mesi di pazienza. Può essere questa una buona soluzione per aumentare il vostro salario?
In realtà è un impegno che ha preso l'Assessore alla cultura Parigi.  E doveva realizzarlo a partire da gennaio, non tra 5-6 mesi. Per ora sono rimaste solo parole. Sicuramente, nell' immediato, riportare ore di lavoro servirebbe a risolvere il problema del taglio. Noi però vogliamo che ci venga anche restituito il contratto, e per questo faremo vertenza all'azienda, sperando che il percorso legale serva a riportare giustizia.

D: Cosa chiedete come soluzione definitiva?
Semplicemente che ci venga restituito il maltolto. Che si possa tornare ad avere uno stipendio dignitoso e il contratto di categoria. Vogliamo essere messi nelle condizioni di lavorare in modo dignitoso, e vogliamo che ci venga garantita una stabilità e una continuità lavorativa che sembrano essere la Luna! Stiamo lottando per diritti che dovrebbero essere dati per scontati, e riteniamo il minimo che ci sia dovuto!

martedì 17 gennaio 2017

TORINO CAPITALE DELLA CULTURA, ANCHE PER LA FIAT

Tra un “dieselgate” e l’altro, il mercato dell’automobile mondiale gode dei favori delle luci della ribalta in questo inizio del 2017, soprattutto in termini di investimenti futuri e dati definitivi relativi all’anno passato.
La FCA (Fiat Chrysler Automobile) ha fatto la parte del padrone negli Stati Uniti rispondendo per prima alle minacce di Trump rivolte alle aziende che delocalizzano la produzione di automobili che verranno vendute sul loro territorio. Pronti via per la nuova presidenza, e Marchionne è subito pronto a palesare la comunione di intenti con il tycoon yankee: FCA investirà un miliardo di dollari negli Stati Uniti entro il 2020, creando 2.000 nuovi posti di lavoro. Beh figata no? C’è scritto pure Fiat nell’acronimo, possiamo dirci contenti, soddisfatti e colmi di orgoglio sabaudo.
E con lo stesso contegno sabaudo andiamo a sbirciare i dati produttivi, sia mai che ci scappi qualcosina anche qui, sul nostro territorio, ché la Torino Capitale della Cultura è meravigliosa e piena di turisti ma mio cugino continua a non trovare lavoro (ed a differenza di Bello Figo sarebbe anche disposto a fare l’operaio).
Bene, guardiamo il resoconto 2016 allora: la quota di mercato del gruppo è salita dal 5,6% di dicembre 2015 al 6,2%; nel 2016 le vendite del gruppo FCA sono cresciute del 14,1% a 992.712 unità, per non parlare delle crescite sul mercato europeo. Le vendite del marchio Fiat sono aumentate in Italia (+17,1%), in Germania (+9,3%), in Francia (+14,9%), in Spagna (+29,4%), in Belgio (+6,8%), in Austria (+21,4%) e in Polonia (+25,1%).
Dai, dai che Fabbrica Italia rinasce e risorge dalle sue ceneri, torna la cara vecchia produzione industriale anche a Torino! E così, quando apri il giornale e vedi la foto di Marchionne a passeggio per la fabbrica torinese di Corso Tazzoli insieme alla Sindaca Appendino ed al Presidente di Regione Chiamparino (che, secondo voci di corridoio, ha chiesto se avanzavano ancora schede per votare SI al referendum del 2011) capisci che le tue speranze sono ben riposte: finalmente arriverà a Mirafiori questo famoso secondo modello che permetterà di integrare i 1.500 lavoratori al momento “esclusi” dalla catena produttiva. Bene!
Nella foto c’è anche John Elkann, chissà che i suoi buoni uffici con la nuova Giunta pentastellata non abbiano aiutato nel rilancio del piano occupazionale di una città che, è bene ricordarlo, ha i tassi di disoccupazione tra i più alti delle grandi città del Nord Italia.
Peccato che le dichiarazioni di Marchionne di apertura stronchino sul nascere qualsiasi entusiasmo (concetto effettivamente estraneo al modus operandi torinese) produttivo e ri-orientino l’attenzione verso la Torino Capitale della Cultura: è stato sottoscritto un protocollo di intesa tra FCA e Fondazione per la Cultura a sostegno delle principali iniziative culturali della città (Salone del Libro, Festival dell’estate, Artissima, Torino Film Festival). Ma come, tutto sto pandemonio in pompa magna per 250 mila euro di sponsorizzazione dei Grandi Eventi della città? Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere a vedere concittadini disperati e stravolti da anni di cassaintegrazione, eppure è proprio così.
L’ennesima beffa, perpetrata utilizzando quelle che sono le parole d’ordine del nuovo modello di sviluppo torinese degli ultimi vent’anni: la produzione (e non solo, basta pensare ad Exor) viene spostata verso chi la richiede a gran voce, mentre da noi restano i circenses buoni a distrarre l’attenzione dalla fuga del “nostro” gruppo industriale, ancora oggi rimpiazzato dal nulla.

sabato 7 gennaio 2017

#JESUISFIDEL: DIARIO DI VIAGGIO NELLA CUBA DEL LUTTO

ARRIVO NELLA CAPITALE SOCIALISTA, 1-2 DICEMBRE 2016

"La tristeza de todo nuestro pueblo es muy grande...gracias por compartirla."
Foto di Paola Rivetti
Siamo stati accolti con queste struggenti parole sull'isola cubana, nella settimana più triste e desolata del suo popolo dopo la scomparsa del Comandante en Jefe Fidel Castro Ruz, al potere dal 1959, anno della cacciata del fantoccio yanqui Fulgencio Batista. Le strade sono vuote, il Malecon (lungo mare di Habana culla del divertimento barato della popolazione locale) privo di danzatori, birra, ballerine e voglia di fare festa. Dove sono i cubani? In piazza, a migliaia, giovani e meno giovani, nonni e nipoti secondo l'immagine che ci riporta il Granma (e la TV, sempre sintonizzata sulla storia di Fidel in ogni luogo pubblico), ad ogni tappa della carovana Habana-Santiago del corpo del Comandante en Jefe. "Todo el pueblo!" ha esclamato forte il taxista mentre ascoltavamo insieme la diretta di Radio Rebelde da Camaguey. È difficile trovarsi a descrivere l' atmosfera compassata dell'isola che sogni di visitare da vent'anni per mille motivi, tra cui lo stereotipo della allegra vitalità intrinseca allo spirito caraibico. Ed invece ti trovi, con rispetto, deferenza ed onore (e una marea di brividi lungo la schiena nel momento in cui le tue tremanti mani sorreggono una biografia autografata direttamente da Fidel), nel CDR (Comite de Defensa de la Revolucion) a vivere con empatia i racconti di una delegada e del marito, che cerca di affrontare con contegno la scomparsa di un amico caro. È una capitale altalenante quella della settimana del lutto: c'è il commento così irriverente da risultar blasfemo di Fernando "Da lunedì non ci sarà più Fidel, e qui sul Malecon ricominceremo a ballare la salsa" (unico nel suo genere macabro), o l'invito di alcuni camerieri delle paladares (i ristoranti prodromi di iniziativa privata) a vìolare l' astinenza da bevande alcoliche (servono solo vino però, niente ron e birra, sarà per la loro intrinseca "cubanità"?) imposta dal lutto, ben coscienti della pressoché totale indifferenza dei visitatori ad esso (all'Hotel Nacional si beveva mojito in giardino a mezzogiorno come se nulla fosse).
Molto più interessante (e a suo modo divertente) la comune reazione dei cubani (dal CDR alla casa particular ai numerosi taxisti ai passanti della calle) alla fatidica quanto maccheronica domanda da occidentale: “que pasará ahora?” Cosa succederà adesso? Sgranano gli occhi, allargano le braccia, accennano un sorriso quasi di scherno nei confronti della tua ingenuità, ti fissano intensamente ed espirano in un sol colpo: "Niente! Assolutamente niente!" Continueranno ad essere la migliore sanità pubblica del mondo, a vivere senza mutuo sulla casa (state pensando ai vostri 30 anni di debito vero?), ad essere culla di cultura per tutti e regalare l'università ad ogni giovane: lo dicono con malcelato orgoglio, e sono andati a ribadirlo nei diversi uffici sparsi per il Paese, firmando il "giuramento sulla Rivoluzione" (anche qui a milioni). Noi siamo quelli lì, celando (ed ignorando) le contraddizioni da un lato, esaltandole nella rincorsa al peso convertibile (la moneta "parallela" utilizzata dai turisti) dall'altro, ma senza alcuna volontà esplicita di farle esplodere quelle contraddizioni.

SABATO 3 DICEMBRE: LA CORSA VERSO IL FUNERALE
Le immagini di Fidel scorrono nelle gigantografie ovunque per strada, rimpallano nei documentari storici in TV e nelle radio. "E' stato tutto così veloce che non abbiano avuto tempo di accorgercene" dice la nostra nuova amica Anna, come se stesse parlando del nonno o dello zio deceduto di colpo. Con la differenza che Fidel è il parente-Comandante che viene glorificato e rispettato, a prescindere, da tutti (tranne gli Stati Uniti, che hanno continuato a far sventolare ben in alto le loro bandiere in quella che è la loro sorta di ambasciata a La Habana). Un Comandante che continuerà a vivere secondo il motto urlato ad ogni incontro di piazza "Yo soy Fidel!", che non può non ricordarci tanto i nostri #jesuisqualcosa, seppur in contesti così tanto diversi. Un immedesimarsi talmente forte che leggenda narra di companeros morti di infarto alla notizia della dipartita del Comandante: sembra esser stata questa la sorte di una vecchia attivista, amica così fraterna ed influente da essere definita la "Fidel in gonnella". Troppo doloroso immaginarsi un futuro personale e di Cuba senza Fidel Castro Ruz, l’uomo sempre e comunque in prima linea, dalla impresa militare della Baia dei Porci alla discesa in piazza ad opporsi alle manifestazioni contro-rivoluzionarie del periodo especial negli anni ’90 (così ce lo ha descritto una sera Omar, cinquantenne con l’effige di Che Guevara sul polpaccio e tanta voglia di chiacchierare bevendo rum sulla sua terrazza).
Foto di Paola Rivetti
Non tutti però sembrano aver accolto la morte del Comandante con tale trasporto di empatia, e l'abbiamo scoperto nel modo più paradossale possibile. Diciamolo subito, il funerale di domenica mattina ce lo siamo persi, evitiamo di amplificare l'attesa di uno spannung che non arriverà mai. Il nostro volo è rimasto in sospeso da sabato pomeriggio a domenica pomeriggio, 24 ore di attesa e speranza di riuscire ad arrivare a fare l'estremo saluto al Comandante. Abbiamo visto solo in TV l'evento finale della carovana funebre nella piazza di Santiago, gomito a gomito con un nugolo di giornalisti che battevano sui loro pc l'emozione dei cubani presenti in Plaza Antonino Maceo, mentre quelli in carne ed ossa alle loro spalle sbadigliavano sui sedili del gate dell'aeroporto di Habana: non si vola durante la celebrazione, aeroporti bloccati a favore delle diverse autorità internazionali e cittadini "costretti" all'immobilismo davanti alla televisione. "Raul, anche noi siamo compatrioti però ci hai abbandonato qui all'aeroporto!" ruggisce una giovane cubana dai folti ricci alle mie spalle, svegliando il fidanzato completamente disinteressato da tutto. Altri cubani passeggiano lontano dallo schermo, molti vanno alla ricerca di monetine per avvisare le famiglie dell’ennesimo procastinarsi della partenza. Insomma, tra i presenti gli unici partecipi sembrano essere i "turisti del socialismo": francesi, italiani, canadesi, newyorchesi arrivati fin qui per unire l'omaggio a Fidel a qualche giorno di vacanza. La celebrazione pubblica in TV è toccante, Raul Castro urla tutto il suo dolore e la sua determinazione, sfogando di trachea la rabbia che tiene in corpo: "Si se puede, si se podrà!" (Frase che ci siamo prontamente tatuati in osservanza della regola “cada viaje un tatuaje”). Ecco da dove ha colto l'ispirazione il Compagno Pablo Iglesias! Finita la manifestazione di piazza, verso le dieci di sera circa ci comunicano che non si vola a Santiago finché non finiranno i funerali: si dorme in un hotel a 4-5 Stelle.
Gli occidentali si distruggono per l'appuntamento (mancato) con la Storia, i cubani festeggiano per l'appuntamento aggratis con il Capitalismo.
Una notte di bagordi, di mangiate pantagrueliche, bottiglie di rum e lattine di birra ovunque. Un albergo anni '50 con una fatiscente sala pranzo con mega vetrate che affacciano su una vecchia piscina circondata dalle palme: questa notte abbiamo assistito ad un metaforico passaggio di consegne delle voluttà dagli antichi dominatori yankees agli abitanti del luogo, che si godono la festa alcolica a spese della compagnia aerea mentre sulla stessa isola a 800 km di distanza stanno seppellendo il Comandante en Jefe. Si potrebbe scrivere un libro su questa nottata, una bella distopia socialista in stile Ballard. I cubani mangiano e bevono, mentre noi ci ritroviamo con un agrodolce sensazione di ritrovarci nel posto sbagliato al momento giusto.

DOMENICA 4 DICEMBRE, IL GIORNO DEL SILENZIO
Arriviamo finalmente a Santiago nel tardo pomeriggio: alle nove del mattino Fidel è stato seppellito di fianco a Josè Martì, la televisione non ha trasmesso nessuna immagine. Rimane da vivere solo il silenzio completo della città: la capitale della musica, della Storia, del sincretismo culturale e razziale che solitamente esplode festosamente per le strade, ci accoglie nel lutto completo. Un silenzio surreale, impossibile anche solo da immaginarsi. Un raccoglimento che cancella nella nostra mente la festa della sera prima, mentre il taxista con auto sovietica ci racconta la sua partecipazione alla guerra di liberazione in Angola. Un bel modo per riconciliarci con l'ideale socialista dell'isola: "Senor, ci sono tanti Fidel, tanti Raul, tanti Chavez qua per la strada. No paserà nada ahora. Fidel vive!" E buonanotte.

LUNEDI 5 DICEMBRE, UNA FLOR PARA FIDEL
Foto di Paola Rivetti
Dopo un giorno e mezzo di viaggio, lunedì mattina al risveglio riusciamo finalmente a giungere all’epicentro della Storia mondiale di questo fine 2016: cimitero Santa Ifigenia, tomba di Fidel Castro, che altro non è se non una grande pietra con la sola scritta "Fidel" posta tra il mausoleo dedicato a José Marti, padre dell'indipendenza, e il monumento ai martiri del 26 luglio 1953. La coda per il primo appuntamento pubblico di omaggio al Comandante è infinitamente lunga, raccolta ed immensa: donne vestite di bianco che portano il lutto dentro di sé, turisti curiosi, occidentali con le Ralph Lauren che fanno il saluto militare in lacrime davanti al pietrone, una marea di cubani che portano semplicemente la loro triste determinazione al cospetto del Capo, quasi a voler ribadire che saranno loro a continuare ad essere artefici del loro destino. Ci riconciliamo coi “formalismi” governativi che ci hanno impedito di volare incontrando per caso la direttora del cimitero, che ci accoglie in un elegante sorriso accompagnato da una lunga chiacchierata: “è una grande emozione ed onore per me poter custodire il corpo dell'uomo che permette a me ed al mio popolo di vivere nel sogno cubano. Qua le donne vengono rispettate e valorizzate, ed io ne sono la prova. Grazie companeros italiani per aver portato un fiore al nostro Comandante en Jefe.”
Ed i brividi lungo la mia schiena continuano a scorrere imperterriti da giorni.

domenica 20 novembre 2016

MANIFESTAZIONE POPOLARE ALLE VALLETTE: E LE PERIFERIE?

Piazza Montale è stata uno dei simboli della campagna elettorale torinese: qui si chiuse il 16 giugno la lunga marcia che portò Chiara Appendino a vincere il ballottaggio, e stra-vincerlo nelle periferie con una comunicazione che concentrò il messaggio sui quartieri abbandonati della città.
Da qui parte la marcia popolare, a cinque mesi di distanza, dei comitati di quartiere Vallette-Lucento, che passano al contrattacco “presentando il conto” alla nuova Giunta: moratoria degli sfratti, nuova edilizia popolare pubblica, aumento delle linee del trasporto pubblico (i media hanno paventato un taglio della Linea 29 negli scorsi giorni), estensione dei servizi alla popolazione (le famose biblioteche e luoghi di incontro pluri-citati questa primavera) e partecipazione cittadina alla destinazione dei fondi del “Piano Periferie”. Insomma, le risposte di politica economico-sociali che tutti noi ci aspettiamo per invertire il trend della precedente Amministrazione, quello che ha creato la città duale dei ricchi sempre più ricchi e dei poveri sempre più poveri. Ah già, a proposito di PD e dintorni: sinceramente ci saremmo aspettati un riavvicinamento, almeno strategico, alle periferie ma per ora il dibattito nella ex maggioranza ferve intorno ai grandi eventi, al concertone di Capodanno, alla supposta hashtag-decrescita-infelice quando si tratta di sostenere la costruzione di grandi supermercati e gallerie del lusso.
Di politiche anti-sfratti e di sostegno alle fasce più deboli della popolazione si accenna meno, per cui sono rimasti i comitati di quartiere, attraverso eventi pubblici come la marcia popolare di sabato pomeriggio, a ricordare alla nuova Sindaca le promesse elettorali. Abbiamo scritto un paio di giorni fa un articolo
Per questo motivo, non possiamo che condividere e sottoscrivere il seguente appello a Chiara Appendino letto al microfono nel corso della “passeggiata” per le Vallette:

Le scriviamo questa lettera pubblica perché abbiamo bisogno di farle arrivare la nostra voce.
Siamo abitanti del quartiere Vallette-Lucento, uno dei molti quartieri popolari di questa città.
Viviamo in un pezzo di città in cui la sofferenza e le difficoltà sono tante, il disagio cresce e la rabbia pure.
Molti degli abitanti dei nostri quartieri l’hanno votata, sperando nel cambiamento che proponeva. Adesso che è stata eletta però dobbiamo ricordarle che non c’è più tempo. Vallette e Lucento vivono della caparbietà e della forza degli uomini e delle donne che ci abitano, della volontà di non arrendersi anche davanti a problemi sempre più grandi. Però i tagli alle risorse ed ai servizi ormai sono intollerabili. Non siamo più disposti a vivere sotto la soglia minima di dignità, bisogna prendere provvedimenti subito!
Le chiediamo di concentrarsi su politiche sociali per le tante persone in difficoltà in questa città e non sul centro vetrina, sulle polemiche con le opposizioni e procedure burocratiche che non tengono conto delle nostre necessità. Un esempio di queste mancanze sono i tagli al Teatro Isabella che di fatto ci tolgono uno dei pochi spazi culturali del nostro quartiere.
Vogliamo che la priorità assoluta venga data a chi in questi anni è rimasto escluso dalla politica torinese. Per troppo tempo abbiamo vissuto in palazzi malconci, gestiti dallo strozzinaggio di ATC, cercando di mettere insieme il pranzo con la cena, dovendo scegliere se accendere il riscaldamento o fare la spesa, sotto continua minaccia di sfratto, zitti e cercando di sopravvivere.
Vogliamo un blocco immediato degli sfratti e una revisione di tutti i criteri che regolano Atc. Se a parole si die che si vogliono “cambiare le regole”, all’oggi non è cambiato nulla dalla vecchia amministrazione del PD e di Fassino.
Per noi “periferie al centro” vuol dire smettere di subire in silenzio, alzare la testa e incontrare quanti vivono i nostri stessi problemi. Crediamo che esista una possibilità di cambiamento, per le condizioni elle nostre vite, del nostro quartiere, per il futuro dei nostri figli. Vogliamo che queste risorse vengano utilizzate per mettere a norma la casa Atc e per assegnare le migliaia di alloggi vuoti.
Sindaca, qual è la Torino che si immagina?
Noi non possiamo più aspettare. Speriamo che lei condivida con noi questa necessità. Non vorremmo scoprire che anche questa volta è stata persa un’occasione, che si è trattata di una campagna elettorale come tante altre ce ne sono state. Ci dispiacerebbe perché noi non siamo più disposti a tornare indietro e non permetteremo più che la nostra dignità venga calpestata. (Firmato Comitato Popolare Vallette – Lucento)


venerdì 18 novembre 2016

EMERGENZA SICUREZZA IN CITTÀ: É L'ESERCITO LA RISPOSTA?

“La priorità è la sicurezza!” esclamerebbe qualsiasi cittadino dopo la lettura del quotidiano locale durante il cappuccino e brioche mattutino, e ne ha ben donde: notizia di punta della giornata è l’asse Torino-Milano sul tema, anzi sull “emergenza” (l’approccio emergenziale alle questioni sociali è ormai una prassi nel nostro Paese, è sempre un buon viatico per forzare le procedure) sicurezza in città. Le recenti esperienze a riguardo collegano l’emergenza ad una mossa repentina molto pericolosa: l’invio dell’esercito per le strade. Semplice no? I cittadini “percepiscono la minaccia alla propria incolumità”, lo Stato manda i pennacchi per strada ed automaticamente “ci sentiamo più sicuri”. Premesso che, se Milano ha già ventilato tale ipotesi (i Sindaci-sceriffo sono una invenzione delle Amministrazioni locali del PD, per cui non ce ne stupiamo di certo) la Sindaca di Torino Appendino mai ha espresso l’intenzione di intraprendere questa strada, resta comunque da fare una riflessione sui concetti racchiusi in tale tematica.

Come se non bastasse, La Stampa di oggi “annuncia” la presenza di eroina e prostitute a San Salvario, quartiere che oggi scopriamo essere “a rischio”. La tensione è alta secondo il giornalista, il tema è caldo da circa un mese, per quanto i dati relativi alle dipendenze ed alla criminalità non indicano aumenti sensibili nell’ultimo anno, ma anzi una tendenza alla diminuzione consolidata del numero di casi di tossicodipendenza. Con questo non si vuole certo sminuire le, appunto, percezioni di insicurezza di chi ha il pusher sotto casa e le giuste questioni di legalità che molti abitanti pongono, ma pensiamo che a questo si debba rispondere con la forza dei numeri.

Dati statistici e Torino fanno venire in mente solo una cosa: Rapporto Rota, che nel 2015 offre una ampia panoramica sulla questione sicurezza, e per illuminarsi basta osservare come il capitolo sia suddiviso nelle seguenti sezioni: lavoro, redditi, casa, salute, criminalità. Partiamo da quest’ultima per avere conferma del fatto che i reati di micro-criminalità sono effettivamente in aumento negli ultimi anni, a partire guarda caso dal 2008, anno di “nascita” della crisi (strutturale e non ciclica) del capitalismo. Per cui se è vero che vi sono diffuse motivazioni per essere preoccupati da questo momento, è altrettanto vero che la modalità di risposta deve essere adeguata: non può essere certo la repressione attraverso il controllo incondizionato ed a tappeto del territorio, né tanto meno l’invio dell’esercito per le strade (la cui efficacia è molto dubbia, come scrive anche La Repubblica di oggi).
Per le risposte basta tornare alle altre sezioni: lavoro pressoché scomp
arso dalle voci di investimento della/delle città (a Torino negli anni passati si è investito più in cultura che in lavoro nell’ambito giovanile), redditi in forte calo ma non per tutti con la conseguente creazione della città duale, emergenza casa in costante crescita e sfratti che proseguono col vento in poppa a prescindere dal colore dell’Amministrazione in carica. Basta vedere quello che sta succedendo a Borgo Dora, dove la “riqualificazione Holdeniana” del quartiere non ammette la presenza di famiglie morose in palazzi fatiscenti: stonerebbero con la tendenza sempre più cultural-chic del quartiere. Per continuare a farsi del male, basta dare uno sguardo ai differenti tassi di mortalità tra centro e periferie (sì le periferie esistono, per quanto i think tank del progressismo nostrano abbiamo abbracciato la moda recente di metterlo in dubbio): non vi sono i soldi per la prevenzione sanitaria, non vi sono i soldi per acquistare altro che Junk food e le conseguenze in termini socio-sanitari si traducono in una aspettativa di vita più bassa man mano che ci si allontana dal centro (Anche questo tema elettorale espresso tramite l’immagine delle fermate del percorso del tram 3 dalla collina alle Vallette).
Riassumendo e citando dal Rapporto stesso “lavoro, casa e salute, diversi fattori ambientali giocano un ruolo fondamentale in termini di sicurezza delle persone e di coesione del tessuto sociale”: in vista del probabile futuro arrivo di risorse da investire nella sicurezza, ci piacerebbe destinare questo promemoria alla Sindaca, che fu forse la prima in città a citare sapientemente il Rapporto Rota nei suoi interventi. La sicurezza si raggiunge garantendo al cittadino i diritti economico-sociali, lavorando sulle cause dei meccanismi di esclusione e non sugli effetti: è la strada più lunga, ma non esistono scorciatoie militaresche.

Le periferie continuano a reclamare attenzione al disagio esploso a livello mediatico durante la campagna elettorale, e per questo motivo il Comitato Popolare Vallette-Lucento ha indetto una marcia popolare per sabato pomeriggio con partenza da Piazzale Montale.
Sistema Torino invita tutti i sistemisti a partecipare numerosi.

giovedì 17 novembre 2016

IL MARINO DI TORINO: DA DOVE ARRIVANO GLI ATTACCHI A MONTANARI?

Si può dire che non è stata una bella giornata per Guido Montanari quella di ieri? L’ Assessore all’ Urbanistica nonché Vice-Sindaco si è ritrovato a fronteggiare degli attacchi mediatici molteplici, di uno spessore politico prossimo allo zero: prima il parcheggio disabili della sua auto di servizio, poi il video estratto dal contesto originale trasformato in un “speriamo che Grillo non vinca le elezioni”. Niente di meglio per iniziare una gogna mediatica degna degli scontrini di Ignazio Marino (ve lo ricordate? Tutto cominciò da una bottiglia di vino e, ironia della sorte, da una macchina in divieto di sosta, mica da quel che stava facendo in qualità di Sindaco). I più attenti alla politica torinese sanno che l’attacco nei suoi confronti non è una improvvisazione di due giorni fa, ma siamo all’apice di un processo di delegittimazione iniziato qualche settimana fa.

A settembre si è cominciato politicamente “a fare sul serio” e Guido Montanari era, ed è, il simbolo di cosa significhi tutto ciò: continua e completa aderenza al Movimento NO TAV senza cedimenti, una rivoluzione urbanistica contraria alla cementificazione selvaggia, un tentativo di pratica politica davvero diversa e trasparente negli ambiti che coinvolgono la vita quotidiana di tutti i cittadini. Sono i temi che Sistema Torino ha sempre sostenuto, ed i motivi per cui decidemmo apertamente di esprimere la nostra adesione a questa parte della candidatura a 5 Stelle che il Vice-Sindaco rappresenta.

La sensazione è che questo suo modo di agire sia “fastidioso” a più livelli, ma sia anche la versione per ora più coerente di quanto sostenuto dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale in termini di onestà e trasparenza. Per questo ci aspettiamo una ugualmente vigorosa levata di scudi di tutta l’Amministrazione, in primis di Chiara Appendino, a sua difesa.

Sia chiaro, nessuno vuole sostenere l’infallibilità del Vice-Sindaco, e chi segue Sistema Torino sa che le nostre critiche sono sempre “alte”, dal pasticcio in Consiglio Comunale di lunedì sull’accordo con la Regione per i Palazzi regionali in svendita all’autorizzazione della nuova galleria commerciale in Corso Romania.  Questioni “vere”, di azioni politiche reali, che in un modo o nell’altro condizioneranno la vita di noi cittadini: è su questo che ci piacerebbe giudicare l’azione politica di Montanari, Appendino e soci. E ci piacerebbe che questo fosse l’obiettivo di tutti, oppositori e media, più o meno imbeccati, compresi: perché abbiamo la presunzione di aver agito sempre allo stesso modo, che si tratti di Sistema o presunti anti-Sistema, perché crediamo che la denuncia di chi osserva deve andare nella profondità degli atti e non fermarsi alla superficie che fa audience ma avvelena il clima.

Crediamo fermamente nella lotta politica fatta alla luce del sole: per questo ci teniamo ad esprimere la nostra solidarietà politica e personale a Guido Montanari, con la speranza che questa strada venga da tutti intrapresa al fine di rimettere al centro dell’attenzione la Politica nella sua espressione più alta.

mercoledì 9 novembre 2016

Sistema Torino incontra Nicoletta Dosio: la lotta NO TAV non si arresta


(Nicoletta Dosio - Foto di Michele Lapini)
L’appuntamento con Nicoletta è all'osteria La Credenza, a Bussoleno, il suo luogo di evasione in questi mesi, da quando a giugno ha iniziato a disobbedire all'obbligo di firma, poi all'obbligo di dimora e infine agli arresti domiciliari. Più si aggravavano le misure cautelari, più forte era il suo gesto di resistenza. “La mia casa non sarà il mio carcere” dichiarò Nicoletta fin dall'inizio.



Ad accoglierci ci sono diversi No Tav che in questo periodo si sono dati il cambio per proteggerla ma anche per condividere con lei questo gesto di disobbedienza e il tempo quotidiano. Giornate fatte di parole, partite a carte, riunioni, colazioni e aperitivi resistenti e proiezioni di film.
“Nicoletta dopo andiamo a farci un giro al mercato” le dice un’attivista. Il lunedì è giorno di mercato a Bussoleno e come ogni settimana, Nicoletta viene accompagnata e, nel tragitto e per i banchi, raccoglie la solidarietà dei cittadini che sempre  più riescono a comprendere il muro contro muro con la Procura di Torino.

Si avvicina con il consueto sorriso e saliamo insieme al primo piano della Credenza, dove ha la sua stanza e ha ricostruito parte del suo mondo quotidiano.  Ci sono soprattutto libri. “Sto creando una piccola biblioteca anche qui - esordisce Nicoletta -  ho comprato questa raccolta di classici greci e ogni sera leggo L’Inferno di Dante, uno dei miei libri preferiti”.
Nicoletta è una professoressa di italiano e latino,  ha 70 anni ed è da qualche anno in pensione. Ha insegnato per tantissimi anni al Liceo Scientifico “Norberto Rosa” di Bussoleno, istituto grande e importante che ha contribuito a far nascere grazie al suo impegno e a quello di altre personalità del paese.

La disobbedienza di Nicoletta nasce a giugno quando, insieme ad altre 19 persone, riceve delle misure cautelari per la partecipazione a una manifestazione del 2015. Prima l’obbligo di firma, poi di dimora, e infine gli arresti domiciliari. Tutte misure disattese.

UNA LOTTA SENZA ETA’
Un movimento -  quello No Tav - composto da varie anime ma anche da varie età. Ora le persone diversamente giovani sembrano essere al centro del mirino della Procura di Torino. Ad esempio Marisa Meyer, settantenne anche lei, è stata colpita dalle misure cautelari per lo stesso episodio di Nicoletta. La sua fotografia, con il bastone mentre va dai Carabinieri per le firme quotidiane, aveva destato clamore su internet. La repressione non guarda di certo la carta d’identità, lo fa in modo cieco.
“Si riscopre una nuova dimensione nella vita, non è che lo facciamo per vitalismo, ma perché finalmente ci sentiamo ancora utili e presenti a noi stessi, cosa che ci dà una botta di vita notevole. Invece di fare i trattamenti nelle cliniche dell’eterna giovinezza consigliamo un giro di lotta non solo al cantiere della Maddalena. Ci sono tanti posti in giro per l’Italia dove portare avanti delle battaglie, ognuno nelle proprie realtà”


IL MURO CONTRO MURO CON IL POTERE GIUDIZIARIO
In questi mesi si è aperta un nuovo fronte di scontro, quello con il potere giudiziario. Sono migliaia gli attivisti No Tav indagati, centinaia i processi che intasano le aule del Tribunale di Torino. In queste settimane si sta discutendo in appello il maxi processo per gli scontri del 27 giugno e del 3 luglio 2011: un calendario serrato di udienze per poter arrivare al più presto a una sentenza di secondo grado. Due pesi e due misure, due diverse velocità anche nel portare a giudizio manifestanti e forze dell’ordine.
Nell'ultimo anno abbiamo assistito ad un uso massiccio delle misure cautelari e non solo riguardanti il movimento NoTav: obblighi di firma, di dimora, arresti domiciliari, dati in grandi quantità anche a distanza di più di un anno dai fatti contestati.

L'INTERVISTA

ST: La tua battaglia mette in luce molte contraddizioni a livello giudiziario e politico.
“Il capitale ha le sue prime file nella polizia che ci fronteggia e le seconde, invece, nei tribunali che ci giudicano. Comunque il partito trasversale degli affari è davvero un’idra che allunga i suoi tentacoli dappertutto. Questa situazione l’avevamo capita fin da subito, da quando nel 2005 abbiamo visto come la legge proteggeva i veri violenti che erano venuti a sgomberare il presidio di Venaus con metodi certo non democratici e garantisti. Lì abbiamo capito che c’era un abisso tra legalità e legittimità. Si perde fiducia in quelli che dovrebbero essere gli organismi di garanzia democratica. E’ chiaro che i tribunali sono un dentellato importante del sistema, lo sappiamo benissimo. Scopriamo sulla nostra pelle quello che gli oppressi da sempre sanno. Le carceri sono più che mai luogo di controllo sociale, di repressione verso chi vede messo in discussione le minime garanzie di vita. Sono tutt’altro che luogo di giustizia popolare.”

(La sagoma di Nicoletta compare a Roma)
La resistenza della professoressa Dosio sta mettendo in crisi Palazzo di Giustizia a Torino. Giovedì Nicoletta è venuta a Torino per partecipare al presidio di solidarietà nei confronti degli imputati al maxi processo che si sta svolgendo in queste settimane.
La polizia non poteva stare a guardare, come ha fatto nei mesi scorsi facendo finta che Nicoletta non esistesse, che non fosse evasa.
Quel giorno era lì davanti. Così la Digos l’ha prelevata, portata in uno stanzino del Tribunale e dopo qualche ora è stata rilasciata con un processo per direttissima per il reato di evasione previsto per sabato 5 novembre.

ST: Raccontaci del processo di sabato
“Sabato è stata giornata strana. Al mattino sono andati a cercarmi a casa mia anche se sapevano che non c’era nessuno.  Sono comunque entrati in casa, controllando dalla soffitta alla cantina.”

ST: Sono entrati senza la tua presenza?
Sì. Non avendo niente da nascondere casa mia è aperta. Hanno aperto il cancello e hanno fatto una perquisizione. Gli animali non so come l’avranno presa… la mia gattina malata di epilessia l’han fatta scappare, poi per fortuna l’ho ritrovata nel pomeriggio. Han lasciato le porte aperte. Quando sono tornata ho provato un senso di violazione, come quando sono venuti la prima volta a giugno.
Poi sono venuti qui in Credenza, dove hanno sempre fatto finta di non vedermi anche se, nella relazione dei Carabinieri, compare il fatto che mi cercavano a casa ma mi vedevano qua in Credenza.
Qui in Credenza non ero sola. Sono entrati a cercarmi, sono scesa subito anche per tutelare le persone che in queste settimane sono rimaste con me, facendo turni e non lasciandomi mai sola. Quello che sto facendo non potrei farlo senza la grande condivisione di tutto il movimento. 
Sono quindi andata a Torino per il processo. Siamo arrivati a sirene spiegate con tanto di paletta fuori. Sembrava tutto davvero un teatrino. Loro erano molto gentili… cercavano di fare conversazione.. pensa che voglia avevo io di farla. Clima fasullo, una rappresentazione.
Arrivati in tribunale si è aperto il grande dilemma, essendo io agli arresti domiciliari, per il processo avrebbero dovuto mettermi nella gabbia degli imputati, ma la mia avvocata si è messa di traverso, mi ha preso per mano e portata accanto a lei durante la discussione.
Lì ho respirato la difficoltà che loro provano di fronte a questa situazione. Perché c’è un appoggio popolare infinito, anche da tutta Italia, come la lettera del Sindaco di Napoli De Magistris, molto forte nei contenuti. Persino dall’America latina è arrivata la solidarietà.
Io ho rifiutato il rito abbreviato. Il significato di quello che si sta facendo è politico: mettere in luce l’uso vendicativo delle misure cautelari. Arresti domiciliari comminati per puro spirito di vendetta e non per vera necessità, anche perché vengono date a distanza di più di un anno dai fatti. E’ un modo per far fuori i manifestanti.
Quello che noto rispetto alla mia storia è la disparità di trattamento che ho ricevuto rispetto a Luca e Giuliano (altri militanti No Tav che sempre nella stessa tornata di misure cautelari avevano disobbedito e sono finiti prima in carcere e poi agli arresti domiciliari). La mia storia è più difficile da gestire per la Procura essendo io donna e di una certa età, ma bisogna andare fino in fondo perché voglio mettere in evidenza questo meccanismo di grande prepotenza, fittiziamente neutro, dietro cui si nascondono. La legge, se fosse giusta, dovrebbe tutelare i diritti di tutti in modo equo. Così non è stato: il giovane sconosciuto può essere portato in carcere tranquillamente mentre la persona anziana no.
(Nicoletta al presidio di Borgone per un caffè d'evasione.
Foto Claudio Giorno)
Ecco, questa questione mi dà veramente fastidio. Io devo dimostrare che anche una 70enne può essere una bomba ad orologeria che può scoppiare tra le mani del potere.
Sono davvero serena, sento di essere dalla parte del giusto e di avere la condivisione non solo qua in valle ma anche di tante realtà, che forse trovano un momento di orgoglio in questa azione che stiamo facendo.
C’è una foto di me con in braccio una cagnolina al processo, un segno della lotta che si fa anche per la natura e per le generazioni future. Mi sembrava anche un risarcimento per le mie bestiole che in questo periodo non mi stanno vedendo a casa.”

Sabato il giudice ha rigettato la richiesta del PM di spostare il luogo dei domiciliari alla Credenza e ha ribadito che la misura fosse scontata a casa sua, in attesa del processo fissato per il 23 novembre.
I domiciliari sono stati chiaramente disattesi una volta tornata a Bussoleno.

ST:  Da giugno è partito il “No Tav Tour – Io sto con chi resiste” che ha toccato diverse città italiane. Quali sono state le impressioni che hai raccolto?
La nostra storia è conosciuta e c’è condivisione. Diventa un punto di lotta per tante realtà che sembrano non trovare soluzione. Si percepisce il malessere diffuso rispetto alla situazione politica, economica e sociale che non risponde ai bisogni reali delle persone. Nella nostra lotta si riversa spesso tanta solitudine e tanto senso d’impotenza. Molti vedono in noi l’antidoto a tutto questo.
Ho sentito anche l’indignazione delle persone soprattutto dopo la proiezione del documentario “ARCHIVIATO – L’obbligatorietà dell’azione penale” che abbiamo portato in giro in questi mesi. Dopo la visione la gente non parla, è un documentario che è un vero pugno nello stomaco. Anche se c’è qualcuno che non conosce bene la situazione oppure pensa che la ingigantiamo, alla fine della proiezione del film viene e ti dice che è indignata.


ST: La questione Tav sta diventando sempre di più un problema giudiziario dato che la politica pare abbia abdicato al suo ruolo, cosa ne pensi?

La percezione è che il potere giudiziario sia strumento politico che a sua volta è strumento del potere economico. Il tribunale fa gli interessi delle banche e del grande capitale mica della giustizia. Tutto si concentra sulla repressione perché politicamente le loro ragioni sono distrutte. Dato che non possono più usare la retorica prendono il manganello e aprono le carceri. Una repressione così forte è il segno che non solo non hanno ragione ma non hanno più la forza di imporre, con una fittizia democrazia, cose che ormai appaiono intollerabili alle persone. Quando ti aprono un cantiere per far guadagnare pochi e nel frattempo chiudono gli ospedali, anche le persone comuni capiscono la bontà della tua battaglia.
Siamo arrivati a uno snodo, al momento in cui non bisogna parare i colpi: non cerco di mettermi in difesa, ma sto portando un attacco rivendicando le azioni. Bisogna andare senza rete perché la nostra forza deve essere il senso della nostra resistenza, di qualcosa che va assolutamente fatto: non si tratta di alzare lo scudo della difesa ma di andare all’attacco.
Ed è proprio questo che li mette in difficoltà perché se alziamo lo sguardo ci si accorge che il re è nudo. Sono grandi e potenti perché pensiamo che loro lo siano. Continuiamo ad interiorizzare una sconfitta che non ha ragione di essere, se noi recuperiamo la percezione della nostra forza che non è mai individuale: ognuno di noi ci mette se stesso, ma la vera forza è quella collettiva. Allora bisogna riscoprire la socialità, il senso della collettività che progetta, agisce e lotta.
Prima si andava a tagliare le reti, poi abbiamo rivendicato il sabotaggio e ora siamo arrivati nel cuore di quella giustizia così ingiusta”.

ST: Raccontaci i momenti più belli e divertenti di questi mesi …
Sicuramente l’allegria e le partite a briscola qui alla Credenza, la tanta gente che è venuta a trovarmi. Ma ciò che mi ha dato più adrenalina è quando sono andata a Roma all’assemblea per la costruzione del No sociale al Referendum costituzionale. Molto entusiasmante è stato anche l’ingresso nell’aula dove si svolgeva l’assemblea, la sorpresa di tutti ma anche l’affetto spontaneo. La mia sagoma mi aspettava alla porta, per cui siamo entrate insieme. E’ stata la vacanza romana più breve della mia vita: in 24 ore sono partita da Bussoleno, arrivata a Roma, 20 minuti in assemblea e siamo ritornati a casa. Li abbiamo veramente beffati. Voglio sottolineare il coraggio delle persone che mi hanno accompagnata a Roma"

ST: Come vedi il futuro?
Per me questa è un’esperienza bellissima che mi dà gioia e serenità, che mi fa vedere queste giornate di sole come la metafora di un’evasione felice, in cui ci credo per davvero.
Non mi sento in ginocchio, assolutamente. Con le mie vecchie gambe che camminano e che vanno verso un futuro che, forse non vedrò, ma che c’è.  Vorrei morire in santa pace vedendo che qualcosa è cambiato… Non pretendo la rivoluzione però insomma vorrei vedere la fine di questo buio fitto e che si possa percepire l’alba di un mondo diverso. Questo sì, lo vorrei proprio vedere".