giovedì 14 luglio 2016

TORINO CAPITALE DELLA CULTURA: IL SISTEMA SALONE

E’ quasi imbarazzante trovarsi a scrivere un articolo che rischia di ricalcare lo stile de “Il Fatto Quotidiano”: ci viene difficile fare come Travaglio (tranquilli, non inviteremo nessuna donna ad occuparsi di cellulite) ed esultare per il tintinnar di manette, mentre ci viene forse più facile affermare scanzianamente “noi l’avevamo detto”.
I rapporti stretti, strettissimi tra GI Events (gruppo francese quotato alla Borsa di Parigi dal 1998, società specialista nella gestione ed organizzazione dei grandi eventi), Fondazione per il Libro e Amministrazione pubblica erano visibili “ad occhio nudo” senza esser necessariamente un gufo gombloddista come noi: quanto emerge sui giornali dalle intercettazioni dell’inchiesta che ha mandato in carcere per turbativa d’asta Valentino Macrì, segretario della Fondazione per il Libro, Regis Faure e Roberto Fantino dirigenti di GI Events, ai domiciliari  Antonio Bruzzone, dirigente di Bologna Fiere, e che vede indagato l'ex assessore comunale alla Cultura Maurizio Braccialarghe, è una fitta trama di potere che ha portato per anni vantaggi di diverso tipo a tutti gli attori coinvolti.
Non ci interessa molto sapere se e quanti di loro “marciranno in galera” (come auspica Massimo Lapucci, ex membro CdA Salone del Libro): molto più pregnante è il quadro politico che ne emerge, una plastica rappresentazione del “Sistema Torino”, diventata ormai formula così mainstream che La Stampa di oggi titola “Sistema Salone”. Peccato che quel sistema sia stato incensato per anni e nessuno abbia mai osato alzare il dito per provare a dire che il contratto che legava mani e piedi alla società privata che capitalizzava al massimo l’utilizzo del Lingotto fosse poco profittevole per la Fondazione . Naturalmente nulla da obiettare neanche sulla necessità suprema dei Saloni, dei Grandi Eventi organizzati a strettissimo contatto con le grandi società private, ma anzi gloria massima per le splendide sinergie pubblico-privato che tanto lustro danno alla città culturale (“un evento al mese altrimenti la città muore” cit. Braccialarghe). Non c’era spazio per provare a far luce sull’opacità dei sotterfugi, degli incontri semi-clandestini in cui aggiustare i bandi che servono solo a rispettare i formalismi: suona tragicamente ironico il fatto che, come emerge dalle intercettazioni, Faure abbia cercato contatti con l’ex Sindaco alla cena dei poveri all’Oval. Chissà se anche in questo caso Piero Fassino parlerebbe di “invidia sociale” dei poveri verso i ricchi.
E’ divertente vedere, col senno di poi, come tutto ciò accadesse mentre i pesci piccoli, gli “utili idioti”, sostenessero l’esistenza di una idea (o addirittura un ideale) alle spalle di tutto questo, una giustezza suprema per la città, una visione così perfetta da non avere alcuna realistica alternativa (cit. Chiamparino). Sono gli stessi che probabilmente continuano ora a dimenarsi paventando un “furto” del Salone da parte di Milano: come se non fosse successo niente, come se davvero l’unica realtà possibile è quella che il Sistema ha costruito in questi vent’anni. Una negazione della realtà che rischia di ammalare ulteriormente il clima politico della città e di ostacolare l’emersione di questi (e chissà quanti altri) dettagli sulle vicende che hanno dominato l’opinione pubblica sabauda.
Chiudiamo affermando l’ovvio, ma sembra necessario: tutto ciò non ha nulla a che fare con l’insediamento della nuova Giunta Appendino. A meno che qualcuno non abbia le prove di legami politico-giudiziari, ma in tal caso fateci uno squillo che noi pubblichiamo volentieri i retroscena. Su questo fronte invece, aldilà del grido “Onestà! Onestà!” che lascia il tempo che trova, ci aspettiamo ora una gestione trasparente della cosa pubblica (assistiamo nel frattempo all’inedita coppia Chiamparino-Appendino che incuriosisce e non poco), che sappia rimettere al centro dell’attenzione gli interessi dei cittadini senza l’assillo dell’inseguimento dell’evento a tutti i costi. Sarebbe già un bel passo avanti per Torino.

venerdì 1 luglio 2016

LA BREXIT VISTA DA RADIO KABUL

Di Paolo Dalla Zonca

Quanto accaduto ormai una settimana fa, con il referendum sulla Brexit nel Regno Unito (la scelta tra “Remain” e “Leave” chiesta agli elettori britannici sulla permanenza o meno del Paese nell’Unione Europea), ha secondo me infine dispiegato le sue caratteristiche di, fondamentalmente, commedia all’inglese. Commedia che trova le sue radici nella storia, nella letteratura, e nella cultura di massa del Regno Unito, e in particolare, con uno sguardo più storico, all’Inghilterra.
Veniamo ai fatti.
Il primo ministro britannico David Cameron, conservatore, ha indetto un referendum (che come noto ha perso) sull’uscita del Regno Unito dalla UE, perché pressato direttamente da ambienti interni al suo stesso partito, a loro volta pressati da una emorragia di tradizionali voti popolari, diretti ormai da alcuni anni, lentamente ma inesorabilmente, verso il partito nazional-populista (di destra) UKIP.
Lo UKIP ha da sempre fatto bandiera di tematiche di agitazione politica dello stesso genere in uso presso altri partiti nazional-localisti in altri Paesi anche, ma non solo, europei. Immigrazione, prima solo extracomunitaria, in seguito anche comunitaria come minaccia allo stile di vita / tradizioni /ci rubano il lavoro / Gran Bretagna prima di tutto, insomma Padroni a Casa Nostra, così come, altra bandiera, il fastidio del buon cittadino britannico, fedele quindi alle sue tradizioni (anche legislative), messe a loro volta in pericolo dalla burocrazia di mangiapane a ufo di Bruxelles, ovvero dell’Unione Europea, come ama sintetizzare la politica europea del Regno Unito il capo del citato UKIP, il televisivamente efficace Nigel Farage.
Il solo Farage e il suo UKIP non sarebbero mai riusciti a portare al voto i cittadini britannici per un referendum sul delicato argomento, e per diversi anni l’argomento è stato pur presente nel dibattito mediatico e politico inglese, ma il referendum non è mai stato nelle prime pagine dell’agenda politica del Regno unito.
Ci voleva un catalizzatore.
Questo catalizzatore è stato la fine del mandato di sindaco di Londra dell’anche conservatore, ossia compagno di partito, del primo ministro, ossia Boris Johnson, personaggio mediaticamente popolare innanzi tutto per il ruolo. Evidentemente il sindaco, anche a Londra, è una figura politica vista come sufficientemente vicina dai cittadini, ma Johnson “spacca” presso il pubblico anche per la sua faccia, insomma per il suo aspetto, piccolo, tondo e con i capelli biondastri tipo saggina per scope in perenne disordine, nonché per l’eloquio caciarone e popolare, tutta roba che funziona oggi in TV e nei giornali popolari. E, soprattutto, conservatore di destra che aveva, primo, fiutato il pericolo di una eccessiva perdita di voti per quel partito conservatore, del quale intendeva prendere la dirigenza quale suo naturale successivo scatto di carriera, dopo l’affermazione politica da sindaco della Capitale del Regno (per Giove!!!); secondo, progettato di sostituire David Cameron, europeista certificato, anche se britannicamente tiepido verso i continentali in genere, sia al vertice del partito che, ohibò, al numero 10 di Downing Street in qualità di Primo Ministro di Sua Maestà Britannica, vale a dire raggiungere il culmine della carriera di ogni uomo politico britannico con, per Dio, un po’di sangue nelle vene.
La questione politica prevalente nel Regno Unito negli ultimi tipo due anni, è così diventata la Brexit soprattutto negli ultimi mesi, perché Johnson ci si è buttato sopra a corpo morto, in termini di propaganda politica, rompendo così tanto sia le scatole che le uova nel paniere politico di David Cameron, che questo, letteralmente, non ci ha capito più nulla, e ha finito con lo spararsi nei piedi.
Il termine corretto inglese per una situazione come quella in cui un primo ministro convoca un referendum per vincere, essendosi evidentemente considerato certo di vincerlo, un conflitto politico interno al suo stesso partito, ma invece lo perde vedendosi infine costretto ad uscire di scena, è “blunder”. Una vaccata grossa come il palazzo di Westminster. Che, per Dio, è grosso.
Il “blunder” è un esito non frequente, ma spesso sfiorato, nell’intera storia inglese, prodotto di decisioni avventate frutto in genere del caro vecchio dilettantismo tradizionale delle classi dirigenti inglesi, retaggio fuori tempo massimo di un’epoca, quella dell’aristocrazia e dei suoi troppi rampolli viziati finiti ai vari vertici del Regno non per merito, quanto troppo spesso per censo (molte cariche pubbliche, ancora nell’800, erano in vendita al miglior offerente) e defunta con la prima guerra mondiale nelle trincee di Francia e Belgio, e nella successiva, lunga agonia di una classe sociale della quale un al tempo noto rappresentante, indicava come una “forza esaurita” (“a spent force”) nel panorama politico del Regno unito, in un bel documentario (The Aristocracy) degli anni ’80.
L’inimitabile immagine, pura immagine, di questa classe dirigente leggendaria ed entrata nel Mito, e soprattutto la deprecabile e permanente antipatia per la meritocrazia applicata a se stessi che è stata ripresa alla pari dalle classi dirigenti non più aristocratiche, ossia borghesi, dal secondo dopoguerra e relativa Fine dell’Impero, stanno dunque alle radici culturali della brevità di pensiero dimostrata sia da Cameron, nel sottovalutare la forza del messaggio populista su un tema così adatto alla peggio gazzarra nazionalista, sia di Boris Johnson che ha ampiamente lasciato capire, col senno di poi, che non immaginava che potesse vincere il “Leave”, tanto si è dimostrato impreparato e terrorizzato di fronte alla prospettiva di doversi curare, come futuro, probabile primo ministro, dell’incubo burocratico garantito dalla prossima, prima applicazione nella Storia, dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona dell’Unione europea.
Un incubo burocratico e normativo, con accordi e relative procedure nel commercio, nel settore bancario, nel movimento di persone (la parte invero più sgradita anche a Cameron), in materia di qualsiasi regolamento internazionale vi possa venire in mente, che sono il motivo principale per cui esiste una Unione europea, ma che, riguardando la banale meccanica pratica delle quotidiane relazioni tra Stati riuniti sotto un ombrello di relazioni concordate, certe e soprattutto prevedibili, non è certo argomento digeribile non solo al grande pubblico, ma a momenti per gli stessi addetti ai lavori, non tanto per la difficoltà, quanto per l’enormità di dettagli, ognuno da negoziare, e a suo tempo negoziato, dai politici eletti sia degli Stati membri, tra Stati Membri e con i funzionari, non eletti ma nominati dai governi eletti dei Paesi Membri (lo so è difficile), delle istituzioni europee.
La Brexit ha dunque provocato, oltre ad una crisi politica interna al partito di governo, alla sollevazione politica con relative minacce a caldo, di secessione per “restare nell’Unione Europea / secedere dal Regno unito” delle regioni del Regno a suo tempo “devolved” con generose dosi di autonomia locale, Scozia, Irlanda del Nord, Galles, a momenti uno scontro generazionale ovvero delle riedizioni con varianti della Guerra delle Due Rose (nei primo giorni post-referendum si sono, prevedibilmente, sentite le vaccate più madornali), ha provocato dicevo anche l’improvvisa coscienza, soprattutto in Boris Johnson, di non avere la minima idea di come fronteggiare una simile, incresciosa, situazione. Che è un lavoraccio che certo non pensava di sobbarcarsi: rifare cioè tutti i trattati del Regno Unito con l’Unione europea, ma da fuori l’Unione.
Il compito immane che i Conservatori britannici si sono costruiti con le loro proprie incaute mani parte dall’avere innanzitutto buttato nel cesso decenni di negoziati, dalle origini dell’intera faccenda dell’Europa Unita a oggi, e prevederne se non altrettanti, molti anni per rifare tutto da capo, secondo alcuni politologi ascoltati per esempio negli approfondimenti di Radio Popolare-Popolare Network. Pur sotto una formale Brexit, i negoziatori finirebbero, nel tempo, per riportare gli accordi per esempio commerciali anglo-europei allo stesso identico status (di miglior compromesso, cioè, raggiungibile su ogni punto di qualche migliaia di punti) messo in dubbio la settimana scorsa con la vittoria del “Leave”, visto che nelle frenetiche giornate del fine settimana e inizio di questa a Bruxelles, un mortificatissimo David Cameron, nel dichiarare che il futuro governo dovrà voler ristabilire buoni e proficui rapporti e relazioni commerciali, eccetera con i Paesi europei alleati, partner, ma…senza avervi voce in capitolo.
Se poi teniamo conto che il referendum era solo consultivo, che la Brexit formale, prima ancora di essere comunicata, con urgenza come chiesto da un incazzatissimo presidente dell’Unione Jean-Claude Juncker, deve essere intanto formalizzata magari da un Parlamento di fresca elezione eccetera, esiste anche la possibilità che, per citare un simpatico politologo inglese citato dicevo in un programma di Popolare Network nei giorni scorsi, ci sia un lieto fine.
Ossia, a settembre Cameron si dimette, Boris Johnson diventa capo dei conservatori ok, ma si va ad elezioni, infilando opinione pubblica e media britannici nel tunnel di un’altra campagna elettorale sull’Europa con l’UKIP di Farage, che se ci avete fatto caso, finora sembra l’unico a non essersi fatto male più di tanto, anzi sembra non credere alla sua sfacciata fortuna. Nel frattempo, il partito laburista, nell’antichità opposizione naturale ai Conservatori, è a sua volta in fibrillazione a causa dei suoi propri blunder, questi però esclusivamente interni e con conseguenze esclusivamente interne, come da solida tradizione socialista-socialdemocratica, del neosegretario Jeremy Corbyn, diggià sfiduciato dal partito ma che intende restare al suo posto, insomma è un casino e, casomai infine si formasse un governo con una maggioranza parlamentare che votasse per non uscire dall’Unione Europea, ebbene sì ci sarebbe un lieto fine rispetto alla non uscita del Regno dall’Unione, ma, come ha detto il simpatico politologo inglese “Il Lieto Fine, sì, ma di Una Brutta Commedia”.
Grazie a un interlocutore occasionale nei colloqui dotti che incredibilmente riesco ad avere su Facebook (tra i miei “amici” alcune delle Migliori Menti del nostro tempo), che si stava chiedendo quale pulsione psicologica autodistruttiva si nascondesse forse nell’intima mente della classe dirigente britannica, mi è piaciuto ricordare un altro, celeberrimo blunder, quello cioè della famosa “carica dei ‘600” alla battaglia di Balaclava, durante la Guerra di Crimea, nel 1854.
La tragica carica della sfortunata Brigata Leggera di cavalleria, del tutto celeberrimamente inutile (un generale francese presente ai fatti fu sentito esclamare “c’est magnifique, mais ne c’est pas la guerre!!!”), fu erroneamente indirizzata in bocca e davanti ai cannoni russi (venendone più che decimata) grazie alla profonda incomunicabilità esistente per cominciare tra Lord Raglan, comandante del contingente britannico, con Lord Cardigan, comandante della divisione di cavalleria, più anziano in grado ma sottoposto dalle circostanze, nonché dagli ordini di Sua Maestà la Regina & Imperatrice Vittoria, a Raglan, l’uno insofferente di ciò, l’altro cauto nel non mettere troppo sotto pressione Sua Signoria, e per finire tra Lord Cardigan e Lord Lucan, comandante della brigata leggera nonché fratello della lady incautamente sposata ma poi ripudiata da Lord Cardigan. Il problema che le Loro Signorie Cardigan e Lucan non si rivolgessero la parola se non per interposta persona e sempre con estrema riluttanza ma sempre con estremo fastidio, non sarebbe stato così estraneo all’esito fatale di quella brutta giornata.
Così come, per fare le scarpe al socio, un ex sindaco un po’ buzzurro ha spinto un premier che non aveva mai saputo dimostrare più di tanto un’acuta intelligenza politica, a sfidare la sconosciuta popolarità delle idee bizzarrre, nonché montate ad arte, di un politico populista (di destra) che si stava limitando a costruire e mantenere un suo bacino elettorale, rubandone un po’ ai Conservatori del sindaco e del premier.
ULTIMORA: Boris Johnson ha fatto sapere che non intende candidarsi all’incarico di Primo Ministro. Si sono nel frattempo fatti avanti per andare a ricoprire la carica, come abbiamo visto in tempi che si prevedono politicamente burrascosi, altri esponenti dello stesso Partito Conservatore, anche membri dell’attuale governo Cameron. In pratica, Johnson non sembra colersi bruciare al suo primo tentativo di raggiungere il premierato: meglio che ci si scotti qualcun altro.
Come detto a un amico, la situazione certo è grave (per gli inglesi lo è di certo, anni di casino e buzzurrìa politica sono in arrivo, e di corsa), ma non è seria.

mercoledì 29 giugno 2016

SISTEMA TORINO INCONTRA TOMASO MONTANARI
: “GRANDI EVENTI? LE CITTA’ NON SONO UN CIRCO EQUESTRE “

Tomaso Montanari è un faro illuminante della cultura e della conservazione dell’arte in Italia. 
E’ un sistemista ad honorem per come si tuffò a sostenere la nostra produzione teatrale “Exporto 2022”. 

E’ un fiorentino che confuta quotidianamente lo storytelling renziano. 
Insegna Storia dell’Arte Moderna all’Università ‘Federico II’ di Napoli, ha scritto alcuni libri che raccontano come la storia dell’arte si sia trasformata da sapere critico a industria dell’intrattenimento ‘culturale’. 
Data l’importanza che questi concetti e parole-chiave hanno rivestito nelle ultime elezioni comunali torinesi, abbiamo subito pensato di andare da Tomaso, che ringraziamo profondamente per l’onore che ci ha concesso.


Venerdì scorso Sistema Torino ha deciso di pubblicare un articolo* con le motivazioni e gli argomenti di sostegno al voto per Chiara Appendino, seguendo (e citando) le tue indicazioni di voto per Virginia Raggi a Roma. Dobbiamo pentirci?
Ti confesso che era da tempo che non ero così felice per motivi politici, domenica sera davanti alla TV ho davvero goduto. Ho avuto la sensazione che per la prima volta abbiano vinto i buoni. Qualsiasi alternativa sarebbe stata peggiore.
Sarà un salto nel buio?

Può darsi; sicuramente il PD è il buio più profondo che io conosca in Italia. Vedo invece molti fasci di luce in questa novità, spero che questi bastino e spero che la luce si allarghi ; citando Calvino, “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”: speriamo che questa luce arrivi sempre più lontano. Guardando le persone a sostegno delle due candidate io vedo cittadini, e non poteri forti, a cercar di gestire la cosa pubblica. C’è una alterità quasi antropologica rispetto alla classe politica che ci ha governato fino adesso. Certo, questo vale anche per i rischi intrinsechi, ma forse è arrivato il momento di fidarsi.


Dato che gli auspici sembrano buoni, ti ripropongo la visione di Wu Ming pubblicata nel 2013 su Internazionale*** (e riproposta dopo i risultati dei ballottaggi): il M5S è “un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema”, impedendo in qualche modo la nascita di una sinistra alternativa. E’ una visione da aggiornare? Come si costruisce una alternativa al M5S da sinistra a livello locale? 


Il sottotitolo di questa teoria è “colpa d’alfredo”! Ho profonda stima degli amici Wu Ming, ma mi sento di dire che la sinistra deve smetterla di dare la colpa a qualcun altro. Davvero pensiamo, estremizzando il ragionamento, che la sinistra alternativa avrebbe potuto ottenere il 36% a Roma? I problemi della sinistra sono endogeni non esogeni, altrimenti usiamo la stessa retorica di chi sostiene che i migranti ci portano via il lavoro, mentre il M5S ci porta via l’elettorato.

Però hanno vinto utilizzando tematiche di sinistra, come sostiene lo stesso Giovanni Semi in una intervista**** su “Il Manifesto”.
Beh se usano termini di sinistra meno male. Se la Raggi decide che i Consiglieri in Campidoglio si siederanno a sinistra va bene. Non è un copyright “la sinistra”, figurati che è un termine che usa anche il PD. Il punto è: perché il Movimento Cinque Stelle riesce a convogliare cittadini comuni in un impegno quotidiano politico su idee di partecipazione e gestione dei beni comuni?
Ti faccio un esempio: “Labsus il Laboratorio per la sussidiarietà”, è un progetto che sta facendo approvare un regolamento che permetta di affidare ai cittadini la gestione di spazi pubblici. Sembra una sorta di forma istituzionalizzata delle occupazioni. Su questo tema ho le mie perplessità, d’altro canto essi fanno al momento da salvatori della patria. Ho l’impressione che qualcosa del genere stia accadendo con la politica: certo, ci vorrebbe lo Stato ad occuparsene, ma è anche vero che queste persone ci sono e sviluppano un forte senso di appartenenza. Dobbiamo trovare nuove forme di partecipazione politica dal basso sul modello di questa manutenzione dello spazio pubblico.
Un modello che per il Movimento ha funzionato, dato che a Roma il consenso del PD è stato confinato al Parioli: una conferma che la visione della città e dell’utilizzo dei suoi spazi conta ancora qualcosa.

La Torino Capitale del Turismo e della Cultura è la perfetta metafora della visione prevalente del futuro delle città italiane. I precedenti amministratori vedono nella separazione delle deleghe cultura e turismo un pericoloso salto nel buio. Esiste davvero una alternativa alla gestione odierna?


Se le Giunte Raggi ed Appendino separeranno l’Assessorato alla Cultura dalla delega al turismo io sarò molto felice: la cultura è PER i cittadini, locali e del mondo, non una organizzazione del circo equestre. Le precedenti Amministrazioni targate PD hanno usato una visione mercatista completamente fallace: il mercato non è cultura, questa nuova visione è straordinaria, ed è anche di sinistra. La questione consiste nel cominciare a dire “prima i cittadini”: ridiamo la città ai cittadini ,del territorio e del mondo, e solo dopo ci preoccupiamo del turismo, certo con un occhio alla cultura ma è una altra cosa. 
Mi stupisce che la sinistra faccia obiezioni di tal genere, basti pensare al museo egizio (NdR: primo esempio di museo affidato ad una Fondazione, seguendo una legge del Ministro di Forza Italia Urbani del 2004): non abbiamo fatto i musei per farli gestire ai Signori, come sta avvenendo adesso a Torino. Mi stupisce questo atteggiamento nei confronti dei cittadini, e sono rimasto senza parole nel sentire le dichiarazioni post-voto di Fassino: l’ultimo che ho sentito parlare, durante un dibattito, di invidia sociale è stato il Ministro dei beni e delle attività culturali del governo Monti Lorenzo Ornaghi, di chiaro orientamento di destra.


Eppure “le code ai musei” sono il simbolo di visioni contrapposte della città e dei suoi musei: quali sono i rischi di una esaltazione fine a se stessa dell’immagine del grande pubblico che affolla l’Egizio ogni weekend? 


I musei non si valutano con il pallottoliere  o con il numero di biglietti staccati: torniamo alla visione mercatista. A me non interessa la conta degli ingressi, a me interessa cosa si faccia dentro il museo, con quale arricchimento escano i visitatori da lì, quale spazio venga dato alla ricerca e alla divisione della conoscenza. L’Egizio ora funziona bene perché ha un buon direttore ma con la precedente direttrice abbiamo assistito a danni disastrosi. Torino è stata un sistema che ha incentrato la gestione del potere sul ritorno alle logiche dell’ antico regime: è evidente che a volte l’ antico regime funziona ma io non rivoglio i Savoia, non voglio il sovrano illuminato che dispensa cultura al popolo. Torino ha assistito alla “quasi-chiusura” della Biblioteca dʼArte della Fondazione Torino Musei (Gam), grazie alla ultra-mercatista Patrizia Asproni che si approccia alla cultura come lo farebbero i venditori di panini: come si può non vedere che questo sistema non appartenga a chi sta alle Vallette? Possibile che non si capisca che il ruolo della plebe non sia il semplice applaudire? Se cambieranno queste cose, potremo dire che la Costituzione ha finalmente sostituito lo Statuto Albertino a Torino e potremo festeggiare il compimento dell’articolo 9.


Citando dal tuo libro “Le pietre ed il popolo”, tu auspichi che “il museo venga sottratto al potere del mercato”, per scongiurare “la perdita della funzione estetica dell’opera d’arte”: e allora come campiamo?


Campiamo rifacendo i bilanci pubblici, ridiscutendoli con una spending review che contenga aspetti costituzionali, ridiscutendo le priorità di investimenti. Chi ha detto che la cultura si debba auto-mantenere e non ricevere soldi pubblici? Gli investimenti non ci sono perché tu, gestore del PD, non li hai voluti mettere, con la complicità del tuo stesso Governo nazionale che taglia i fondi.
Mettere i soldi nella cultura significa diventare civili: avrebbero potuto utilizzare i soldi buttati nelle Olimpiadi 2006 per costruire molte biblioteche pubbliche.

Ehm ehm Tomaso, qui a Torino si sostiene che le Olimpiadi hanno rivoluzionato l’immagine della città nel mondo, siamo diventati una meta turistica. Siamo anche diventati più simpatici secondo alcuni.

Beh, dato che si è investito in immagine, potremmo proporre a questi brillanti strateghi di venire ripagati in immagine, e non in denaro. Che ne dici?


Proviamo allora a scendere nel particolare: si sta concludendo l’iter del bando per la concessione in appalto esterno dei servizi accessori della Reggia di Venaria, finora gestita con paghe orarie da fame (5 euro l’ora circa). Qual è la via per uscirne? 

Venaria è l’esempio di ciò che non si deve fare, è stata trasformata in uno scatolone di eventi affidata
a persone come Fabrizio Del Noce. Il patrimonio culturale è visto come una scatola da riempire, ma l’approccio è esattamente opposto: prima di trovare i soldi, si sarebbe dovuto avere un progetto, costruito e in relazione col territorio, e non, come ha fatto Del Noce, chiedere al Ministero un flusso continuo di opere dall’ esterno. Deve diventare un luogo che si sostiene in parte col denaro pubblico in parte con il privato no profit. La Reggia di Venaria non è una location da eventi: stanno facendo lì quel che si faceva prima nelle ville sabaude, con la conseguenza che “l’ evento si mangia il monumento”.

E con i lavoratori che facciamo? Internalizziamo?

Internalizzare il lavoro è fondamentale, per superare la logica dei concessionari e tornare ad una visione locale. I luoghi di cultura vivono se sono i residenti a lavorarci e a costruire insieme un progetto forte e radicato. E’ solo a quel punto che vai alla ricerca dei finanziatori, appunto sia pubblici che privato no profit. Ti faccio un esempio concreto: ieri a Napoli ai quartieri spagnoli ho assistito all’opera della “Fondazione focus” sostenuta da denaro privato no profit. Il quartiere si è trasformato in un luogo favoloso, con scuole, giardini, progetti condivisi e servizi pubblici. Oserei dire che se l’hanno fatto ai quartieri spagnoli, si può fare anche a Venaria.


Politica dei grandi eventi: “senza un evento (culturale) al mese Torino muore” (cit. ex Assessore Braccialarghe*****). Davvero dobbiamo trasformare tutte le città in Disneyland destinate al consumo?


E’ un bene che un assessore che dice queste cose sia stato licenziato dai cittadini, dato che ha agito da amministratore di un circo equestre. L’ Assessorato alla Cultura deve occuparsi delle strutture di produzione di conoscenza, della cittadinanza, di costruire biblioteche nei quartieri aperte fino a mezzanotte. Non di creare un palinsesto di grandi eventi.

 A tal proposito, si parla ora di “cultura diffusa” nelle periferie, e di “produzione culturale” rispetto alla semplice fruizione (queste le parole d’ordine delle vincitrici a Roma e Torino). Qual è la strada da seguire secondo te?  

E’ esattamente quello che stanno facendo in tutta Europa. Nelle periferie non bisogna “portare cose” ma costruire luoghi stabili di produzione della cultura.


Chiudiamo con un consiglio per i futuri Assessori Cultura di Roma e Torino. Sei pentito del tuo rifiuto al ruolo di Assessore alla Cultura di Roma che ti aveva offerto Virginia Raggi?


Ho rinunciato proprio perché ho le idee che ti ho illustrato finora, perché credo fortemente al legame tra comunità e residenza. Non è stato un modo elegante per trarmi d’impaccio, non avevo paura del fallimento né dubbi politici. Ad una Raggi fiorentina avrei detto di sì tanto per capirci, ed ho accettato di far parte dei consiglieri nello staff relativo. Passando a Torino, posso dire che mi fido ciecamente di Guido Montanari (omonimo e non parente): ho chiacchierato spesso con lui all’ Unione Culturale ed è stato sempre un piacere. Premesso che anche per lui ci sarò convintamente nel caso volesse un consiglio, ho la sensazione che questa sia una straordinaria occasione con le persone giuste nei luoghi giusti.
Ormai i cittadini hanno capito che le nostre città sono state sfigurate per interesse di chi ha voluto determinate trasformazioni urbane (vedi nuove case e centri commerciali), comprandosi prima la classe politica e dopo le leggi da essa emanate. I signori del cemento sono i principali nemici della democrazia, per cui mi chiedo: perché chi studia tali questioni è stato sempre escluso dalla gestione del potere, o al massimo invitato a qualche convegno?



Ai posteri l’ardua sentenza.



* http://sistematorino.blogspot.it/2016/06/ballottaggio-la-guerra-fredda-di-civilta.html

** http://articolo9.blogautore.repubblica.it/2016/06/14/perche-ho-detto-no-a-virginia-raggi-e-perche-la-voterei/

*** http://www.internazionale.it/opinione/wu-ming/2013/02/26/il-movimento-5-stelle-ha-difeso-il-sistema-2

**** http://ilmanifesto.info/m5s-a-torino-ha-vinto-su-temi-di-sinistra/
*****http://www.lastampa.it/2016/06/22/cronaca/senza-un-evento-al-mese-torino-si-spegner-ost6G8QQM2ceVNwzhawYPJ/pagina.html

martedì 28 giugno 2016

ARCHIVIATO - L'obbligatorietà dell'azione penale in Valsusa

Amici sistemisti vi segnaliamo la presentazione del documentario "ARCHIVIATO - L'obbligatorietà dell'azione penale in Valsusa" che si terrà a Torino martedì 5 luglio 2016 alle ore 20.30 alla GAM.
Dopo la proiezione ci sarà un dibattito con gli interventi di: Marco Revelli e Enrico Zucca, magistrato, già PM nel processo Diaz, G8 di Genova. Coordina il nostro amico Maurizio Pagliassotti. 
Crediamo che sia importante vedere questo documentario per toccare con mano - soprattutto per il pubblico torinese troppo distante dalla Valle - che cosa accade all'interno delle aule del Tribunale di Torino.

Il video, che ha fruito della collaborazione, tra gli altri, di Elio Germano come voce narrante, nasce dall'esigenza di raccontare uno dei molteplici risvolti giudiziari legati alla lotta popolare valsusina. 
Come in tutte le aree di acuito conflitto sociale la contrapposizione, ed a volte lo scontro fisico, tra coloro che protestano e le forze dell’ordine determina l’intervento dell’Autorità Giudiziaria chiamata a perseguire gli autori di condotte violente o comunque illecite da chiunque agite, manifestanti o agenti di polizia.
L’art. 112 della Costituzione sancisce che “il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”: ciò significa che la Procura è tenuta ad indagare su ogni notizia di reato venga denunciata o giunga alla sua attenzione e che ha poi il dovere di chiedere al giudice di verificarne, in un pubblico processo, la fondatezza.
Tale principio è posto a garanzia dell’uguaglianza dei cittadini ed ha lo scopo dichiarato di eliminare ogni possibile valutazione discrezionale del Pubblico Ministero sulle notizie di reato che pervengono alla Procura della Repubblica.
Naturalmente tale imprescindibile obbligo trova un ovvio e giustificato temperamento nella possibilità del Pubblico Ministero di richiedere l’archiviazione di un procedimento penale tutte le volte in cui le indagini che ha svolto abbiano accertato l’infondatezza della notizia di reato o l’impossibilità oggettiva di attribuirla ad un autore.

L’idea del filmato nasce dalla constatazione di come gli illeciti commessi da agenti e funzionari di pubblica sicurezza ai danni di manifestanti o fermati, ampiamente documentati dai media, non determinino i medesimi esiti giudiziari di quelli commessi dai manifestanti.

Nel contenuto ma emblematico contesto valsusino tale discrasia assume caratteri macroscopici: centinaia di denunce e procedimenti penali avviati nei confronti di attivisti e simpatizzanti del Movimento Notav, anche e soprattutto per reati bagatellari, trovano immancabile sbocco in processi e sentenze, mentre le decine di querele, denunce ed esposti per gli abusi compiuti dalle forze dell’ordine, anche gravemente lesivi dei diritti e dell’incolumità dei manifestanti, non sono mai giunti al vaglio di un processo.

Il documentario “ARCHIVIATO. L’obbligatorietà dell’azione penale in Valsusa” affronta dunque il delicato tema della tutela giudiziaria delle persone offese dai reati commessi dagli agenti e dai funzionari appartenenti alle varie forze dell’ordine e per farlo si avvale di immagini e documenti, per lo più inediti.
Il filmato, all'inevitabile e drammatica rappresentazione delle violenze subite dai manifestanti nel corso delle operazioni di ordine pubblico condotte dalla polizia in Valsusa, fa seguire la narrazione del successivo iter processuale sino al suo disarmante e preoccupante epilogo.

Il lavoro è stato realizzato con il patrocinio di cinque associazioni: Controsservatorio Valsusa; Antigone - per i diritti e le garanzie del sistema penale;    A buon diritto - associazione per le libertà;   Associazione Nazionale Giuristi Democratici; L'altro diritto - Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità. 






lunedì 27 giugno 2016

DA DOVE NASCE IL BREXIT? - Viaggio a Birmingham, con uno sguardo verso Torino

Vi proponiamo il contributo di Cecilia Vergnano che ha voluto condividere con noi le sue riflessioni su Brexit e dintorni.

Cecilia Vergnano è membro di OACU (Observatori d'Antroplogía del Conflitcte Urbá) e di GRECS (Grup de Recerca sobre Exclusió i Control Social) dell'Università di Barcellona



Alle 7.30 del mattino del 23 di giugno un viavai di gente percorre la passerella per alla stazione di Bourneville, a pochi chilometri dal centro di Birmingham, per prendere il treno locale che li porterá al lavoro. Una donna sulla quarantina all'entrata della stazione distribuisce volantini che invitano a votare remain. More jobs, lower prices, worker's rights protected, a stronger future, sono gli slogan riportati sul volantino che riassumono sinteticamente le ragioni del remain: your vote can make a difference, si aggiunge poi, don't let someone else decide your future. È curioso, penso tra me e me, perchè sono esattamente gli stessi argomenti dei partidari del leave


Passeggiando da sola per Birmingham, mi avventuro verso la periferia, mossa da una vaga sensazione di essere catapultata di colpo in un film di Ken Loach. Finisco così nel working class neighborhood di Aston, una distesa di casette di due o tre piani, le classiche terraced houses monofamilari dei quartieri operai inglesi, un po' sgangherate, di mattoni rossi e dai piccoli giardini. L'atmosfera che percepisco intorno a me è strana; in realtá, non riesco ancora a definirla. Non sento lo stesso malessere e la stessa desolazione che ho sentito passeggiando per le banlieu parigine, non vedo la stessa massificazione che ho visto negli enormi condomini cadenti dove migliaia di famiglie vivono concentrate come in giganteschi alveari. Ma i mucchi di spazzatura in certi angoli delle strade, l'odore pungente di vernice emesso da qualche stabilimento nelle vicinanze, le grandi distese di ferrovecchio, pneumatici e carcasse degli scrapyards tutto intorno alla zona residenziale, mi lasciano pensare che Aston non dev'essere un quartiere tra i più benestanti di Birmingham. Inizio a capire, guardandomi intorno, che è più facile pensare che il Brexit sia una soluzione quando non si ha molto da perdere. 
Sempre passeggiando per Aston scopro, non senza un certo disappunto, che il mio immaginario stereotipato di una british working class bianca non corrisponde affatto alla realtà – almeno non a Birmingham, una città nella quale le differenze di tipo “etnico” o “culturale” sono all'ordine del giorno. Incrocio un paio di uomini dalla pelle bianca che soddisfano le mie categorie mentali alla Ken Loach - maglietta bianco sporco e tuta blu, l'aria di rientrare a casa dopo una giornata di lavoro pesante. Ma nel cortile della scuola locale (sono le 4 del pomeriggio) non vedo un solo ragazzino, tra quelli che giocano a pallone, con la pelle bianca. Per strada le donne e gli uomini che passano sono quasi tutti di origini africane, jamaicane, arabe, asiatiche.

Non mi stupisco quindi il giorno dopo quando, alla opening lecture della conferenza universitaria per la quale mi trovo a Birmingham, la sociologa Gurminder Bhambra critica duramente la “costruzione dell'identità britannica” come identità “bianca”. “Why when we think about 'British identity' we think to white men? Why when we think about 'British working class' we think to white workers?” chiede provocatoriamente dal microfono al centro della sala. Si tratta della seconda conferenza internazionale su Superdiversity, un concetto che sta riscuotendo un certo successo nelle scienze sociali e che sta iniziando a essere usato anche da alcuni politici e giornalisti in sostituzione del vecchio concetto di “multiculturalità”, ormai, a quanto pare, già sorpassato. La Superdiversity fa riferimento al processo in atto di “diversificazione all'interno della diversità”. La prima volta che ho sentito parlare di questo concetto, mi è stato spiegato così: “per dire, quando vai a Londra e ti ritrovi dentro un quartiere dove gli unici bianchi sono polacchi recentemente immigrati senza cittadinanza britannica, e gli unici cittadini britannici sono tutti originari dei paesi del Commonwealth e nessuno di loro ha la pelle bianca.” Bhambra aggiunge, al microfono, che non esiste nè è mai esistita una Gran Bretagna indipendente, e chi la rimpiange sta in realtà cancellando con una pennellata secoli e secoli di storia: la Gran Bretagna è sempre stata parte di qualcosa di piú grande, che fosse l'Impero, il Commonwealth o l'Unione Europea. Inutile dire che nell'ambiente cosmopolita universitario le preferenze si orientano indiscutibilmente per il remain – ancora una volta, penso tra me e me, come comunità di intellettuali abbiamo ottimi argomenti ma siamo assolutamente incapaci di farli circolare al di fuori del nostro circuito ristretto. 

Al ritorno dalla conferenza, Edward, il ragazzo di Birmingham che mi ospita in questi giorni per la conferenza, mi chiede di accompagnarlo ai seggi. Mancano pochi minuti alla chiusura. Edward Genochio, 38 anni, nato in Belgio e con lontane origini italiane, non è proprio un tipo qualsiasi: adesso conduce una normalissima vita lavorando per una compagnia di servizi informatici, ma da giovane è stato il primo cittadino britannico a compiere l'eccezionale impresa di raggiungere la Cina in bici partendo dalla Gran Bretagna, attraversando l'Europa, gli Urali e passando dalla Mongolia. Ancora prima ha studiato Antropologia Culturale e Geografia all'Università di Cambridge. Le conversazioni con lui in questi giorni sono state brillanti e ricche di stimoli: è una persona colta, open-minded, vivace e curiosa. È stato dunque sorprendente scoprire la sua intenzione di voto per il leave. Camminando verso i seggi, mi spiega che crede nell'Europa, ma non crede nell'Unione Europea. E che se al referedum dovesse vincere il remain, le autorità europee non modificherebbero di una virgola le loro politiche economiche antisociali. Il suo leave è, a modo suo, un voto “di sinistra”, o quantomeno di protesta. 

Dentro alla scuola di mattoni rossi, i membri del seggio ci raccontano della grande affluenza che c'è stata durante la giornata. Sotto gli ultimi raggi di sole del tramonto, si procede a poco a poco a smontare ci si prepara per la lunga notte dello spoglio.
E in effetti è una notte lunga e poco riposante. Mi sveglio alle 6 del mattino con un biglietto di Edward (che si è svegliato ancora prima di me) sotto la porta di camera mia: “Looks like Brexit!!!”, dice, “48% remain, 52% leave. Keep your €!! They will make you a ₤ millionaire! :-)”



Birmingham è tra le poche città britanniche in cui ha vinto il leave. Londra, Liverpool, Manchester, Bristol si sono espresse in maggioranza per il remain. Non posso fare a meno di collegare questo dato con la visione degli ettari ed ettari di terreno industriale, chi iniziano già a pochi isolati dal centro della città. È questa la caratteristica più impattante di Birmingham, ovunque si passeggi (non solo nel centro), e la domanda che mi scava dentro come un tarlo è: com'è stato possibile riconvertire l'economia di questa città? Dove sono andate a finire le migliaia di persone che lavoravano nelle fabbriche? Davvero è stato possibile riconvertire tutta la manodopera non qualificata dell'industria in posti di lavoro nel settore dei servizi e del terziario? I dati statistici rivelano che in effetti a Birmigham la disoccupazione non è altissima (6,2%), ma è superiore a quella di Manchester, Bristol e Liverpool, ed è pressapoco il triplo del tasso medio di disoccupazione nel Regno Unito. 
Le fabbriche e le industrie dismesse adesso non sono nient'altro che spazio, spazio vuoto. Spazio che si è riconvertito anch'esso in merce: “Si affittano magazzini” si legge sulla facciata di un vecchio stabilimento, “Spazio in affitto”, si legge su un'altra: “to let”, “to let”, “to let” pare un leitmotiv costante quando si leggono i cartelli tutt'intorno alle vecchie fabbriche e ai capannoni in disuso.

Si è ampiamente riflettuto, negli ultimi due giorni, sul significato sociologico di questo risultato elettorale. Si è parlato di una nazione spaccata in due, divisa in termini generazionali, culturali e di classe, con i “loosers” della globalizzazione da una parte e “winners” dall'altra. Quelli che sentono di non avere granché da perdere, da una parte, e quelli hanno dei capitali, una carriera o un percorso di mobilità sociale ascendente da difendere. 
Avendo seguito con attenzione le ultime vicende elettorali in Italia e la “inaspettata” scalata dei governi locali da parte dei 5 Stelle, non posso fare a meno di notare un certo parallelismo per quanto riguarda il carattere inatteso e inaspettato di questi risultati elettorali. Nonostante la forte componente xenofoba e anti-immigrazione dei partidari del leave (tra cui molti tra gli stessi immigrati, che assecondano dinamiche di “primi arrivati” contro “ultimi arrivati”), i Brexiters non sono una massa indifferenziata di razzisti, così come I 5 Stelle non sono una massa indifferenziata di destroidi. La xenofobia e la nostalgia per l'Impero sono indiscutibilmente alla base di molte preferenze di voto nel caso britannico, ma lo sono anche i reclami che riguardano l'accesso alla casa e al lavoro, i salari bassi, i tagli alle politiche sociali e al sistema sanitario ed educativo, l'incertezza per il futuro, e la sensazione generale che il progresso e la prosperità promessi governo dopo governo sarebbero stati per “loro” e non per “noi”. Questo “loro” e questo “noi” altro non sono che gli indicatori delle diseguaglianze sociali, che l'imposizione delle politiche neoliberiste a partire dagli anni 80 ha progressivamente contribuito ad accrescere. Cosí come la vittoria dei 5 Stelle a Roma e a Torino si presenta come un indicatore chiaro della breccia tra quartieri tradizionalmente benestanti e quartieri gentrificati, da un parte, e periferie per troppo tempo abbandonate, dall'altra. Anche se ci sono poche possibilità che questo slittamento populista dia corso a politiche redistributive realmente capaci di ridare voce e opportunità a chi è stato in questi anni sempre più marginalizzato, il messaggio di malcontento e di sfida è chiaro. Lo stupore dei partiti tradizionalmente al governo, e soprattutto di ciò che rimane del centro-sinistra, davanti all'avanzata di queste rivendicazioni dal basso, tanto in Italia come in UK, si presenta come particolarmente fastidioso e arrogante. È molto facile tacciare le masse di ignoranza e irrazionalità dopo decenni in cui si è fatto di tutto per depoliticizzarle, smobilitarle, infantilizzarle.  

Appunto perchè ben lontana dalla tentazione di esaltare questi risultati elettorali come un ritorno di una certa coscienza di classe, considero importante ricordare cosa succede quando questa coscienza di classe viene assopita o annichilata. L'antropologia ci insegna che le relazioni sociali si costruiscono sempre a partire da costruzioni identitarie, che creano coesione all'interno dei gruppi umani. Senza voler idealizzare le condizioni di lavoro infami che hanno caratterizzato per decenni o per secoli la vita dei lavoratori delle miniere e delle fabbriche, è innegabile che l'orgoglio, il riconoscimento sociale e il senso di solidarietà di gruppo che l'identità di minatore o operaio genera possono apparire di gran lunga preferibili a quelli di un'identità da disoccupato o precario. Ma mentre vecchie distinzioni di classe sono state progressivamente disattivate, delle nuove categorie identitarie sono andate progressivamente attivandosi. Queste derive identitarie possono manifestarsi a diversi livelli (a livello di quartiere, a livello nazionale, ma anche a livello globale), includono le derive di tipo etnico o religioso o quelle mafiose (soprattutto in contesti di quartiere) e possono arrivare fino al terrorismo. 
La nostalgia per il grande Impero Britannico e la riattivazione dell'identità britannica altro non è che il risultato dell'incapacità (o della mancanza di volontà) della classe al governo di riportare la questione sociale (ovvero la questione della ridistribuzione della ricchezza) su un'arena propriamente politica, sublimando tale questione in narrazioni distorte. Dalla parte opposta, un'altro tipo di deriva (il fondamentalismo neoliberista della Banca Centrale Europea e dei mercati finanziari che dettano legge in Europa) esaspera la questione e non aiuta a riportare il conflitto sul terreno della politica nel senso tradizionale del termine. 
Tanto a Torino come a Birmingham gli ettari ed ettari di terreno industriale abbandonato ci parlano di un'autentica guerra che si è combattuta in tempi di pace, e che ha lasciato dietro di sè macerie e disastri sociali. Capannoni deserti e “generazioni perdute”. 

Quando ci salutiamo prima che io parta, Edward mi chiede un'ultima cosa. “Per favore, quando torni a casa, spiega al mondo là fuori che noi inglesi non abbiamo niente contro di voi. È una lezione che volevamo far pagare ai nostri politici e ai politici europei. Non so se ci riusciremo.” Provo, per quel che posso, a riferire il messaggio.

Cecilia Vergnano

venerdì 17 giugno 2016

BALLOTTAGGIO: LA GUERRA FREDDA DI CIVILTA'


IL SISTEMA VERSUS I BARBARI
Il Direttore de “La Stampa” ha ragione: il ballottaggio per il Sindaco di Torino vede in campo due limpide ed opposte visioni della città. L’ha detto durante il confronto al Teatro Carignano ed è stata la miglior fotografia della campagna elettorale. Ha ragione anche quando chiede a Fassino se sta difendendo il Sistema Torino: ma questa è solo una battuta auto-celebrativa per cui andiamo oltre.
Abbiamo vissuto un mese di scontri violenti, di battaglie verbali all’ultimo sangue tra sordi, di barricate erette in nome del possesso della Verità Assolute. Il motivo? Probabilmente entrambi sono così convinti della propria Weltanschaung (sì, potevamo dire visione del mondo ma Zagrebelsky cita Hegel, Asor Rosa fa elucubrazioni pindariche per cui volevamo adeguarci anche noi) che non riconoscono nell’avversario una legittimità propria. Illuminante in tal senso è stato il post di Ilda Curti in cui ha illustrato la differenza tra doxa ed episteme, ovvero tra opinione e conoscenza. La via semplificatoria, soprattutto dell’idea dell’altro, è stata una scorciatoia spesso utilizzata dagli attori in gioco: “La vostra proposta non sta in piedi!”, oppure “Difendete solo il vostro posto di lavoro!”, fino all’immancabile fascisti. Ecco, diciamolo subito: giocare alla militanza anti-fascista è deprimente. Lasciamo riposare i partigiani in pace, perché mojito&mortaio è un’immagine imbarazzante da visualizzare mentre lanciate i vostri strali da un locale gentry.
Tornando a noi, diciamo subito che entrambi i candidati sono portatori di modelli di sviluppo coerenti, che hanno una base teorica (basta leggere Belligni-Ravazzi sui regimi urbani per capirlo), ed anzi è proprio questa l’origine dell’astio reciproco. Doxa ed episteme sono presenti da ambo le parti e, forse, è proprio questo ad aver portato alla spaccatura della città in due fazioni sulle barricate. Dopo vent’anni di monolite senza alcuna opposizione, riteniamo però che questo sia un bene: al ventennale del piano regolatore, Chiamparino si vantò ai microfoni dell’inesistenza di visioni alternative a quella dominante considerandolo un pregio. Ed invece no, caro Presidente della Regione: con la questione “democrazia” come la mettiamo? Il principio dell’alternanza è qualcosa di molto diverso, e per fortuna non vi sono i cosacchi alle porte della Città Metropolitana in attesa di invaderci domenica notte.
Per questi motivi, sull’onda dei temi che Sistema Torino ha maggiormente trattato in questi anni, proviamo a ricondurci ai programmi di Piero Fassino e Chiara Appendino per come ce li hanno raccontati negli incontri pubblici di confronto, cercando di mettere un po’ d’ordine. Anche e soprattutto per noi stessi. 

POVERI E PERIFERIE
 Quando Fassino ha negato il dato Caritas sull’esistenza dei cento mila poveri in città ha scatenato un cataclisma, favorendo indirettamente la Appendino: aldilà del numero di per sé (che può variare a seconda se si prenda in considerazione il solo Comune o la Città Metropolitana tutta), il Sindaco uscente non ha voluto riconoscere l’esistenza di due città (quella del centro e quella invisibile delle periferie secondo l’Arcivescovo Nosiglia) ma anzi ha citato la crisi come principale deterrente alle azioni in campo sociale della sua Amministrazione. Sulla scorta di queste premesse, la candidata a cinque stelle ha avuto gioco facile a concentrare i propri sforzi proprio sulle periferie abbandonate: l’attenzione certosina ai giri elettorali nei mercati rionali di ogni quartiere (dai quali non si è sottratto neanche Fassino per onor del vero) ne sono un indicatore evidente.
Sistema Torino ha raccontato spesso il disagio delle periferie, perfettamente racchiuso nei dati annuali del Rapporto Rota della Fondazione Einaudi: una sintesi plastica di esso è stato lo sgombero dei senza casa alla Falchera di questa settimana (di cui nessuno dei due ha parlato direttamente). Torino capitale degli sfratti è una delle emergenze cittadine che gridano vendetta.

TAV IN VALSUSA
Dopo alcuni comunicati in parte discordanti tra loro, Chiara Appendino ha riaffermato la radice NO TAV del M5S: con il colpo ad effetto della citazione di un Renzi d’annata, ha affermato molto semplicemente che il Treno ad Alta Velocità non s’ha da fare perché non è conveniente in termini di costi/benefici. E addirittura sarebbe disposta, dopo un confronto sui dati e su alcune evidenze scientifiche, a far uscire il Comune di Torino dall’Osservatorio. Superando anche l’abbacinante paralogismo della Annunziata che in diretta TV è riuscita a pronunciare la seguente domanda: “Lei è laureata alla Bocconi, pensa davvero che il NO-TAV sia davvero una operazione che bisogna tagliare e non produce ricchezza?”
L’essenza NO TAV di Sistema Torino è così profonda che evitiamo di commentare l’assurdo tentativo di far passare per ignorante chiunque si opponga all’ opera.
Ha lasciato perplessi invece dal punto di vista strategico la ostinata difesa del Treno da parte di Fassino: ha sbandierato arditi paragoni con il Frejus e le autostrade negli anni ’60. “Per Torino è considerata vitale e strategica, un’ occasione di sviluppo da cogliere a pieno.” Non capiamo sinceramente come faccia a recuperare voti da sinistra senza porre neanche il minimo dubbio su una questione che la Val Susa trascina avanti da trent’anni ma certamente gli spin doctors avranno fatto i loro calcoli.

TRASFORMAZIONI URBANE (NUOVE CASE)/GENTRIFICATION
Eccoci al punto nevralgico dei regimi urbani a confronto: il mito dello sviluppo incentrato sulle nuove costruzioni è stato il faro illuminante della Giunta uscente, e giurano che continuerebbe ad esserlo in caso di vittoria. La zona grattacielo con sottopasso appena inaugurato sono il fulcro di cosa significhi trasformazione urbana per il PD, soprattutto se lo accostiamo alla gentrification di San Salvario e Vanchiglia.
Qui è nata, con una fortunata formula in termini di strategia del consenso, la “Teoria del NO” che il PD ha applicato al “Modello Torino a 5 stelle”: la Appendino ha detto ai microfoni di Raitre che vuole mettere uno stop alla costruzione di nuovi centri commerciali, che vuole rivedere il progetto di riqualificazione di Palazzo del Lavoro (con una galleria commerciale del lusso) con annessi lavori alla rotonda di Corso Maroncelli (che influirebbe sull’intenso traffico della zona), e che si trova in disaccordo rispetto a future costruzioni di nuove case “sparse” per le periferie della città.
La contrapposizione è elementare: costruire per creare lavoro e sviluppo da un lato, difesa del territorio e riallocazione delle case vuote già esistenti dall’altro. In questa dicotomia rientra anche la disputa riguardante la Città della Salute: sinergia positiva pubblico-privato contro l’opposizione all’ingresso delle case farmaceutiche nelle strutture ospedaliere pubbliche.
Anche in questo caso la storia di Sistema Torino parla chiaro, e non vogliamo certo sottrarci dal palesarla: la rubrica “Sarà un supermercato che vi seppellirà” è stata un giochino divertente oltre che fortunato in termini di interesse dei lettori. La distorsione sociale di questi non-luoghi è una contraddizione che abbiamo cercato di far esplodere da sempre: se percorrete tutta Via Cigna per poi proseguire verso Stazione Dora, vi troverete un panorama urbano costellato di marchi internazionali del largo consumo, intervallati dalla presenza di un solo museo privato (Ettore Fico, tra l’altro molto bello).
Il buon Piero ha difeso a spada tratta il piano regolatore da lui applicato,  tanto che si è lanciato più volte all’attacco dell’eventuale futuro Assessore appendiniano Guido Montanari (membro del Comitato Direttivo dell’Unione Culturale), reo confesso sostenitore della teoria della decrescita felice. Un attacco personale francamente infelice.

CULTURA E GRANDI EVENTI
Dulcis in fundo, la cultura, la parola chiave della rinascita della città, “capitale civile” secondo l’abitante del centro Zagrebelsky: un centro trasformato in una location en plein air di grandi eventi catalizzatori di turisti, e di conseguenza di ricadute economiche sul territorio. Quante ricadute? Questo vorrebbe sapere la squadra di Appendino, che ha detto NO (e te pareva!) ad una organizzazione dei fondi culturali della città incentrata sui grandi investimenti come il Festival del Jazz (150 mila euro pubblici su un totale di 900 mila), diventato una perfetta sintesi del tutto. Secondo il gruppo di lavoro cultura grillino, la spesa non vale la candela ed il Festival, insieme alle spese di promozione della città ad Expo 2015, sono diventati i facili bersagli di questo paradigma turistico-culturale di mercato. Paradigma su cui la squadra di Fassino continua invece a credere con forte convinzione, ritenendolo uno degli aspetti fondamentali della rinascita economica di Torino.
Al contrario, questi soldi andrebbero investiti capillarmente su tutta la città secondo i five stars, secondo un concetto di “cultura diffusa” opposto a quello dominante.
Altrettanto importante è la questione Fondazione della Cultura: un carrozzone utile a tenere in piedi il sistema politico-culturale secondo Chiara, un fondamentale ente di convoglio della sinergia pubblico-privata secondo Piero.

LE CONCLUSIONI IMPOSSIBILI
A questo punto, da buon fenomeno social, dovrebbe arrivare la nostra dichiarazione di voto di rito, coincidente con la chiusura della campagna elettorale che ci offre un quadretto perfetto di quanto scritto: la Appendino è andata alle Vallette insieme a leader nazionali come Roberto Fico e Ale Dibba Di Battista. Fassino si è recato presso la scuola Holden di Baricco e (in parte) Farinetti.
Dunque, cari sistemisti, che fare? Sistema Torino ha deciso di far proprio l’appello del “sistemista ad honorem” Tomaso Montanari (sostenitore del nostro spettacolo Exporto 2022, ci piace sempre ricordarlo) che su Repubblica ha spiegato nel dettaglio i motivi per cui ha rifiutato l’offerta di un Assessorato con la Raggi ma ha invitato i cittadini a votare per lei. E noi facciamo lo stesso, apertamente e senza finti cerchiobottismi, per Chiara Appendino, per le stesse ragioni del Compagno Tomaso: nelle tematiche di sinistra portate avanti in questi anni, abbiamo “sempre trovato dall’altra parte della barricata un sindaco o un presidente di regione del Pd o di Forza Italia (purtroppo spesso indistinguibili). E, invece, dalla mia parte e senza che li cercassi, c’erano immancabilmente i cittadini che si riconoscono nel Movimento Cinque Stelle.” Citazione, più che mai calzante per noi torinesi, del nostro amico fiorentino.
Aggiungiamo come pezzo altrettanto fondamentale per noi questo chi va là sul Movimento nazionale: Mi pare indispensabile che ora i Cinque Stelle accelerino la loro evoluzione: vanno superati al più presto il ruolo incongruo di Beppe Grillo, l’inquietante dinastia proprietaria dei Casaleggio, le inaccettabili posizioni sui migranti, sul cammino dell’Unione Europea e su altre questioni cruciali. Se questo processo continuerà sarà un bene per l’intera democrazia italiana: che rischia di bloccarsi sul mantra dell’assenza di alternative al Pd di Matteo Renzi.Se non avverrà difficilmente potremmo ancora pensare, in caso di altre consultazioni, al Movimento come un'alternativa.
Cosa succederà a Sistema Torino in caso di vittoria di Chiara Appendino? Semplice: dopo essere stati tra i primi a far esplodere le contraddizioni di questo Sistema, affronteremo le incongruenze del “Modello Torino” con la stessa aggressività e con la stessa volontà di disturbare il manovratore. Non vediamo l’ora.

martedì 14 giugno 2016

O’ SISTEMA T’ANCATENA: DA SALZA&SALIZZONI ALLA SCHELLINO

IL SISTEMA TORINO E’ VIVO E LOTTA INSIEME A NOI
E’ stata una campagna elettorale estenuante per tutti. Un rincorrersi di notizie, dichiarazioni, imbeccate, lotte social versus  giri nei mercati. Sfiancante, in primis per Fassino ed Appendino possiamo immaginare: in tutto questo, Sistema Torino si è divertito a giocare il ruolo per cui è nato, cioè individuare come il “Sistema Torino quello vero” si sia mosso all’interno di questo mare magnum. Nel frattempo, constatiamo con piacere che tale formula è entrata ormai nel linguaggio politico nazionale, dalla citazione fatta nel dibattito Sky all’utilizzo diffuso che viene fatto nelle cronache locali dei media mainstream.

PRIMO: MANTENERE LO STATUS QUO
La dichiarazione più importante, e più grave, è senz’altro quella di Enrico Salza, presidente di Intesa San Paolo Hightline, che dall’atrio del “suo” grattacielo ha affermato senza mezzi termini: “Non può non vincere Fassino perché se capitasse questo è finita non solo Torino e il Piemonte ma molte altre cose”. Arriveranno le cavallette! Abbiamo raccontato spesso il legame indissolubile tra la Fondazione e l’Amministrazione ventennale della città (vi basta ricordarvi Sergio Chiamparino Presidente della Compagnia di San Paolo?), per cui ci saremmo stupiti molto di più del contrario. Una investitura che suona scontata se non per la neanche troppo velata profezia di sventura in caso di sconfitta del Sistema: una sorta di profezia che si auto-avvera se consideriamo che sono loro ad avere in mano portafoglio e Welfare (su questo torneremo dopo) del capoluogo sabaudo.
Sempre rimanendo con le mani nel portafoglio, un capitolo importante è quello degli investimenti e delle nuove costruzioni in città, volano dello sviluppo secondo il modello attuale: una delle più importanti è la “Città della Salute”, al centro di scontri verbali anche violenti in questi giorni e possibile catalizzatore di forti investimenti privati (case farmaceutiche comprese?). A tal proposito, i giornali hanno dato ampio risalto all’opinione del cosiddetto re dei trapianti Mauro Salizzoni, Primario  e  attualmente  Direttore del  Centro  Trapianto  di  Fegato  all’Ospedale Molinette  di  Torino . Una figura storica di riferimento, che ha attaccato frontalmente l’idea a Cinque Stelle di ridimensionamento del progetto: una stroncatura cui è stato dato molto risalto, titolando e presentandolo come l’opinione di un tecnico. Salvo poi scoprire, leggendo il testo di Repubblica, che Salizzoni era lì per presentare il progetto sanitario di Fassino.
Per questo è sempre interessante confrontare i titoli sparati con il testo dell’articolo stesso: a volte si svelano diversità imbarazzanti. Il principale quotidiano locale ha giocato sul filo del rasoio un paio di volte nel presentare un apparentamento (che non esiste) tra Lega e M5S, ma resta pienamente coerente tra titolo e testo quando deve presentare “il buon Piero che sta su piazza da quando aveva i pantaloni corti” che si concede del relax bevendo spremuta d’arancia (una questione dirimente diciamo).
Le vette sono state raggiunte dal Buongiorno di Gramellini, che in prima pagina vende come verità assoluta il fatto che “i Fassino e i Giachetti, rispettivamente cresciuti alla grande scuola di Berlinguer e Pannella, siano più preparati e affidabili delle loro rivali a Cinquestelle.” Aggiungendo inoltre nel suo intervento a La7 che candidare due donne giovani (Appendino e Raggi, NdR) è un lascito del berlusconismo perché significa in qualche modo puntare tutto sull'immagine. Verrebbe da dire “buongiorno un caz..” se non fosse già un gruppo di Facebook.
Sul fronte politico resta l’ovvio e scontato appoggio incondizionato di Novelli, la cui rivista “Nuova Società” ha fatto ampiamente da megafono alla campagna del Sindaco uscente: quanto successe nelle elezioni del 1993 sembra ormai acqua passata di fronte al pericolo grillino. Ha fatto però specie la dichiarazione ai giornali di Gianguido Passoni, Assessore al Bilancio uscente, che sembrava quasi stupito dal fatto che parte dell’establishment della “sinistra che si è fatta destra” non fosse più assoldabile tra i sostenitori indefessi del progressismo moderno di Piero Fassino.
Ed il m
ondo della cultura? Sembra difficile immaginarseli sul fronte opposto a quello dominante anche se, tolte le dichiarazione di “pesci piccoli” delle zone gentry, ci saremmo aspettati di più dai grandi nomi del mondo giovanile. In un incontro pubblico al CAP10100, Enzo Frammartino, candidato PD ed ex collaboratore in staff dell'Assessore per la Cultura Braccialarghe, citò le numerose iniziative culturali, soprattutto grandi eventi, come una delle punte di diamante dello sviluppo cittadino. Sono effettivamente molte le realtà che si sono giovate dei finanziamenti privati raccolti dalla Fondazione per la Cultura: ricambieranno ora il favore con un “sostegno indiretto underground”? Staremo a vedere.
Rimane invece scoperto il fronte riassumibile nella formula “i murazziani”: non abbiamo voglia di ritirar fuori le nostre solite polemiche con l’amico Max Casacci, ma certo il suo, salvo l’ appoggio all’idea del Sindaco della Notte, è un silenzio che pesa. A tal proposito, non si può non citare il nuovo bando relativo al locale storico Giancarlo, che sarebbe potuto essere riassegnato proprio in questi giorni, ma il ricorso del vecchio concessionario (beccato con le mani in più offerte per lo stesso lotto) ha bloccato il coup de theatre della riassegnazione di Gianca in pieno ballottaggio. Sempre a proposito del nostro amato lungo fiume, siamo ancora in attesa del “bando culturale” che avrebbe dovuto assegnare alcune arcate alle associazioni più meritevoli dal punto di vista progettuale.
Suona invece scontato l’endorsment di famiglia della Direttrice del Circolo dei Lettori (preferiamo non commentare il post con la dichiarazione di voto del figlio disabile).
Resta invece super partes il mondo spirituale. La questione delle “due città”, fatta emergere dall’arcivescovo Cesare Nosiglia nei mesi scorsi, sembra aver raffreddato i rapporti tra Chiesa e Politica: un tasto troppo dolente quello della città invisibile che soffre per passare inosservato. Tanto che è diventato tema di attualità nazionale con i dati Caritas sulla povertà contestati in diretta su Sky da Piero Fassino: sono cento mila? Di più, di meno? Il presidente Pierluigi Dovis ha richiamato solennemente all’ordine entrambi i candidati, chiedendo che chi soffre venga sottratto dai giochini propagandistici di entrambi.

IL SISTEMA APPENDINO ESISTE?
L’alternativa al Sistema può essere ugualmente Sistema? Questa è la domanda madre, in primis per il nostro collettivo ça va sans dire. Difficile dirlo di chi non gestisce (ancora?) il potere: per cui ci atteniamo ai nomi già fatti rispetto alla potenziale squadra di Assessori di Chiara Appendino.
Il nome che ha smosso maggiormente gli animi sistemici è quello dell’ Assessora al Welfare, politiche sociali, educativa e di cittadinanza Sonia Schellino: dal 1996 al 2000 ha lavorato per la Fondazione Giovanni Agnelli, dal 2001 lavora per la Compagnia di San Paolo. Difficile considerarla una ribelle, più facile unire questo discorso a quello fatto in precedenza su Salza (il quale nella stessa dichiarazione aggiunse “Ho molta stima di Chiara Appendino”): chi detiene il potere finanziario e gestisce buona parte delle politiche di assistenza farebbe fatica (e forse sarebbe tecnicamente impossibile salvo un collasso delle politiche di aiuto) a lasciare dall’ oggi al domani le chiavi della città a qualcun altro.
L’ altra nomina che ha fatto arricciare qualche naso è quella al bilancio di Sergio Rolando: 68 anni, fino a un anno e mezzo fa direttore finanziario della Regione con Cota e Chiamparino e dirigente al bilancio con Ghigo e Bresso. L’uomo famoso per essere un oppositore dell’utilizzo dei derivati da parte delle Amministrazioni pubbliche, ma anche un “tecnico di Sistema”: staremo a vedere come si comporterà in caso di vittoria del Movimento.
Come valutare tutto questo? Dal nostro punto di vista, sembra un tentativo del Sistema di “mettere un piede nella porta” della casa del Movimento a 5 Stelle, perché alla fine non si sa mai: sempre meglio fare qualche complimento ogni tanto, giusto per lasciarsi la possibilità di dire “Comunque ho sempre detto che Chiara è brava”. Saremmo proprio curiosi di vedere come quel piede si potrà trasformare in un influencer del Sistema Appendino,  o se invece la porta verrà sbattuta lasciando il pollicione in mezzo.
Prima di tutto questo c’è però il ballottaggio del 19 giugno, sicuramente il più equilibrato della storia torinese: chi vincerà? Ma la vera domanda è: il Sistema Torino vincerà comunque? Ai posteri l’ardua sentenza.